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REVIEWSLE RECENSIONI
Chopping Mountain
Ibibio Sound Machine
2026  (Merge Records)
WORLD MUSIC BLACK/SOUL/R'N'B/FUNK
8/10
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15/10/2026
Ibibio Sound Machine
Chopping Mountain
Tra Lagos e Londra, nel sesto album il collettivo di Eno Williams si riappropria della produzione e restituisce afrobeat e elettro-funk in versione solare e senza filtri.

È di qualche settimana fa la notizia della mozione dell’assemblea generale dell’ONU per promuovere una rappresentazione del planisfero in cui le dimensioni dell’Africa corrispondano a proporzioni più coerenti rispetto alla superficie effettivamente occupata e agli altri continenti. Disegnata su modelli basati su una proiezione vecchia di cinque secoli, l’Africa risulta sulla carta (e sulle carte) decisamente meno estesa di quanto sia in realtà. Una riproduzione che, come conseguenza, rischia di sminuirne l’importanza nei contesti internazionali e di alterare la percezione geografica della sua estensione, circondata dal resto del pianeta.

Basterebbe questo bagno di umiltà a zittire gente come me, che si sente autorizzata a cianciare di musica africana solo perché cresciuta con i Talking Heads. Nessuno (almeno credo) si riferirebbe a noi generalizzando con concetti di musica europea, per esempio. Chiunque, da questa parte del mondo, da noi abituati a certe alberature dei generi musicali lungo le quali, per raccapezzarsi, ci vorrebbe altro che Google Maps, rabbrividirebbe al cospetto di un calderone in cui Ultimo sta insieme agli Idles, per dire. 

Questo perché il ponte più trafficato tra i due continenti, uno gigantesco e l’altro striminzito, è proprio quello artistico e culturale. Al momento una corsia pur preferenziale ma irrisoria, ai margini del cavalcavia sociale, una direttrice sempre più a senso unico con un sacco di bellimbusti che ne forzerebbero il flusso con un’inversione arbitraria del senso di marcia verso sud, e tanti saluti. Come se, nelle metropoli occidentali, non crescessero già, da decenni, europei di seconda o terza generazione a cui proprio non gli passa per la testa di rinunciare a certe abitudini.

Gli Ibibio Sound Machine quella corsia preferenziale la percorrono nei due sensi contemporaneamente, e per loro non è nemmeno un ponte, semmai un cantiere permanente, tra Lagos e Londra. Una band che è l'esatto contrario di una narrazione da bollino rosso per il rientro intelligente. Un collettivo occidentale che non si appropria di suoni africani da lontano, ma che quella distanza la attraversa fisicamente e biograficamente — la front-woman Eno Williams è nata a Londra e cresciuta a Lagos, gli altri membri reclutati tra Ghana, Trinidad, Brasile, Australia. Artisti che l'Africa non la prendono in prestito, piuttosto la abitano da dentro, con tanto di andata e ritorno.

 

L’impressione è che gli Ibibio Sound Machine siano la faccia meno patinata e modaiola dell’afrobeat. Piuttosto, veri slave to the rhythm con un suono schietto e, proprio per questo, decisamente divertente. Se scartabellate tra l’underground africano scommetto che troverete molta più dance che jazz, per dire, al netto degli inciuci degli algoritmi. Quello che colpisce qui è l’intensa miscela tra highlife, soul, post-punk, elettronica lo-fi, makossa, dub, qualche eco di jazz (il suono ancestrale) e richiami sia alla scena club dei primi anni '80 (da Grace Jones ai Tom Tom Club e a alla fauna artistica che ha frequentato il Compass Point) sia al funk anni '70 di Fela Kuti, il tutto con una riconoscibile spolverata electro che, provare per credere, non guasta mai.

Uno stile che, in differenti percentuali tra le componenti e conseguenti alti e bassi di risposta del pubblico, con Chopping Mountain ha condotto il collettivo al sesto album in studio, nuova tappa di un percorso avviato con l’ambizioso esordio omonimo, una fase di assestamento con Uyai e Doko Mien, il salto di qualità di Electricity (prodotto con gli Hot Chip) e la svolta nightclubbing di Pull the Rope, opera permeata di atmosfere anni '90 ai limiti dell’acid jazz. Il nuovo lavoro vede così il ritorno alla produzione di Max Grunhard, polistrumentista e mente della band. Dopo due dischi affidati a produttori esterni, il ritorno al fai da te ha efficacemente riconciliato gli Ibibio Sound Machine con le proprie radici più organiche e collettive, e grattato via la patina più azzimata dei dischi precedenti, talvolta sin troppo preponderante e a rischio di fatali calcificazioni. 

Chopping Mountain è invece un disco fluido e immediato, a tratti impetuoso, suonato in modo straordinariamente solare e aperto, quasi la nemesi dei toni più crepuscolari del precedente album. Tra le tracce - elegantemente policrome - spicca la varietà strumentale degli arrangiamenti che culminano con le risposte indiscutibilmente funky di fiati - piacevolmente molto invadenti - insieme a ricami di marimba, incursioni di vocoder e spunti di synth e percussioni sintetiche che non potrebbero che provenire - anche solo come ispirazione - da quelle latitudini. Ovunque si percepiscono le vibrazioni delle jam session e delle improvvisazioni in studio da cui sono scaturite le tracce, aspetto che trasmette una potente energia live.

 

“Burning in Lagos” è il maestoso brano che introduce ai temi di Chopping Mountain, un vero e proprio manifesto dell’opera che, con un andamento che rimanda al periodo Island di Grace Jones, avviluppa nell’ascolto grazie alle trascinanti asperità ritmiche e le irruzioni dei fiati che battibeccano con la melodia vocale e ci ricorda, con un verso ripetuto all’infinito, quanto la vita nella capitale della Nigeria e a Londra scorra scandita dai contigui fusi orari. 

Dalla title track, seconda solo nell’ordine, il disco subisce il primo plot twist, come se Fela Kuti si fosse messo al volante e un’orda di sintetizzatori di risulta avesse preso possesso, con la complicità di una chitarra spigolosissima, dell’anima compositiva della band. Un mood electro-disco che si perpetua irrefrenabile nelle successive “When You Want to Dance”, “Concept of Love” e “Return to Sender”. Il featuring di Dele Sosimi, musicista britannico e collaboratore di Fela e Femi Kuti, aggiunge valore al break riflessivo imposto dalla psichedelica ed ecumenica “Give Me Peace” e dà il via a una babele di sottogeneri che si sprigiona nelle atmosfere makossa di “Menso”, nel funky retro di “Love”, nei ricami drone-marimba intorno al testo in lingua ibibio di “Kukuru”, fino alla ipnotica e percussiva “River Don't Rush”, un vero loop che sembra senza fine che però poi, alla fine, finisce. 

Una tracklist che vede nella voce e nella decisa personalità di Eno Williams un convincente filo conduttore, una straordinaria interprete di una doppia identità geografica e culturale che rende lo stile della band unico e inconfondibile. Un disco dal respiro inconsapevolmente internazionale: da Chopping Mountain in poi, se Lagos pulsa di energia non sarà solo la notte di Londra ad accendersi. Le fiamme si vedranno ovunque.