Anni a lamentarsi della crisi della musica italiana, stretta tra un It Pop sempre più banale ed un movimento Rap/Trap ripetitivo e scollato dalla realtà, invettive contro Sanremo e il suo ruolo asfissiante nel definire gli standard e gli orizzonti del successo per qualunque artista, e poi non ci si accorge che la ricetta per salvarci da tutta questa mediocrità ce l'abbiamo a portata di mano, se solo avessimo un po' più di attenzione e di disponibilità a guardarci attorno.
Olivia Santimone viene da Ferrara, ha iniziato come chitarrista ma poi ha virato sulla scrittura di canzoni sue. Ciclopedonale è il suo primo album ed è semplicemente una bomba, non serve dire altro.
Alla fin fine, non è che ci voglia molto: basta avere la vocazione all'arte ed essere sufficientemente talentuosi da scrivere canzoni che arrivino al cuore della gente; nessuna preoccupazione per gli algoritmi, nessuna ricerca del frammento melodico adatto a sfondare su TikTok. Tutto ciò che occorre sono brani che abbiano un'anima, un'identità, in grado di offrire una qualche consolazione in questi tempi incerti, che lascino intravedere una lettura della realtà che non si esaurisca all'inutile dimensione dell'apparenza.
Olivia Santimone ha fatto tutto questo. Ha scritto canzoni che funzionano come un lungo flusso di coscienza, iniziandole (lo ha raccontato lei stessa) senza sapere mai bene come concluderle. Ci sono parti di chitarra dal sapore pinkfloydiano, tappeti di Synth che ricamano su strutture ritmiche dalla struttura spesso ondivaga, divagazioni di Sax che punteggiano i momenti salienti ed arricchiscono il contesto melodico; una vocalità espressiva, dal timbro atipico, che si muove su linee irregolari che sembrano a tratti frutto di improvvisazione. Tra una canzone e l'altra, interludi che parlano il linguaggio dell'elettronica e dell'Ambient, costruendo paesaggi enigmatici ma dotati di un fascino particolare.
Niente di nuovo, niente che non sia già stato sentito in precedenza: i riferimenti immediati sembrano essere un certo Prog Rock settantantiano (almeno in un certo mood nella costruzione dei brani e in certe scelte melodiche), il Folk canterburiano e tutto quel mondo sonoro che fa capo ad Anima latina e ad un certa mentalità “libera” di concepire la canzone italiana, che è diventato un po' il denominatore comune delle cose più interessanti uscite nel nostro paese negli ultimi anni, da Iosonouncane a Lucio Corsi.
Il tutto è però declinato con ispirazione e fantasia, le composizioni, anche quelle di una certa lunghezza, scorrono con naturalezza e mostrano un grande equilibrio nel loro fluire interno, oltre a una certa disinvoltura nel gestire i vari cambi di atmosfera e i passaggi di umore.
A tratti ci sono cambiamenti che sorprendono (“Ciclopedoni”, “Io e il gigante”, “Sinofori”) altrove si comportano in maniera più prevedibile (“Woland”, comunque affascinante nel suo vestito acustico) ma il risultato finale dice di un'artista che ama andare al cuore dell'esistenza, raccontando il proprio vissuto con immagini poetiche e a tratti disarmanti.
In studio è affiancata da ben tre musicisti ai Synth (Luca Venturini, Giovanni Battistini e Tommaso Zoppello, quest'ultimo si è occupato anche di registrazione e missaggio), David Turchanovych al sax (contributo preziosissimo, il suo, nell'abbellire e nel rifinire i brani) e Stefano Guarisco alla batteria, che corredano una prova incisiva e convincente da parte dell'autrice.
Un esordio da non lasciarsi scappare per nessun motivo, nell'attesa di riuscire anche a vederla dal vivo.
