
A quanto pare, l’hardcore è diventato il nuovo mainstream. Siamo i primi a stupirci di questa affermazione, eppure i fatti sembrano confermarla: più che una provocazione, è una constatazione culturale. Quando band nate nei circuiti DIY riempiono le arene, vincono i Grammy e finiscono al centro del dibattito pubblico tanto quanto popstar e rapper (il riferimento ai Turnstile non è affatto casuale), il segnale è inequivocabile: ciò che un tempo abitava la periferia dell’impero oggi ne detta l’agenda. Attorno a questo fenomeno ruota un’intera costellazione di gruppi (dai Militarie Gun ai Drug Church, passando per i Drain e gli High Vis, ognuno con le proprie sfumature) che hanno trasformato l’aggressività in un linguaggio condiviso e inclusivo, capace di parlare a un pubblico sempre più vasto e sempre più giovane.
In questo scenario, gli Angel Du$t occupano una posizione singolare. Tra i nomi appena citati non sono mai stati né il gruppo più ortodosso né il più accomodante della scena; al contrario, hanno sempre preferito muoversi trasversalmente, contaminando il proprio suono con melodie quasi power pop, deviazioni psichedeliche e richiami al classic rock. Non sorprende, allora, che i loro lavori più recenti abbiano più punti in comune con una band modern-revivalista come i Cage the Elephant che con qualunque formazione dell’attuale panorama hardcore e post-hardcore. Con Cold 2 the Touch, il loro sesto album, gli Angel Du$t firmano però un’opera che suona come una resa dei conti con la propria storia: più feroce rispetto agli ultimi capitoli, ma anche più consapevole e strutturata. Una vera e propria summa del loro percorso, e insieme un deciso passo in avanti.
Quando il frontman Justice Tripp ha fondato gli Angel Du$t nel 2013, lo ha fatto come reazione alla rigidità del percorso intrapreso fino ad allora con i Trapped Under Ice. Se quella band proponeva un hardcore granitico, quasi ascetico, gli Angel Du$t sono diventati per lui uno spazio di libertà, un luogo in cui sperimentare melodie più ariose e testi meno dogmatici, instaurando con la musica un’attitudine più giocosa. All’epoca, introdurre elementi pop in un contesto hardcore non era affatto una scelta neutra; poteva risultare divisiva o, nel peggiore dei casi, essere percepita come un vero e proprio tradimento. Dodici anni dopo, quella decisione è stata lungimirante. L’ibridazione tra hardcore e pop è ormai una strada battuta, ma va riconosciuto agli Angel Du$t di essere stati tra i primi a percorrerla con convinzione, senza trasformarla in un’operazione di marketing.
Se il precedente Brand New Soul aveva spinto a fondo sull’elemento melodico, flirtando con strutture quasi indie rock, il nuovo Cold 2 the Touch segna una parziale inversione di rotta: restano le contaminazioni pop e rock, ma sono sostenute da una componente hardcore e punk più marcata. In altre parole: meno glassa e più sostanza, senza alterare l’equilibrio tra orecchiabilità dei brani e volume delle chitarre.Il ritorno del produttore Brian McTernan (figura cruciale per l’hardcore moderno, già al lavoro con Turnstile, Converge e Thrice) rafforza questa impressione. Il suono è denso, immediato, quasi fisico, con chitarre e batteria in primo piano. La voce di Tripp è asciutta e potente, capace di passare dall’urlo al cantato melodico con una naturalezza che non suona mai artificiosa.
“Pain Is a Must”, posta in apertura, stabilisce subito il tono del disco. Il titolo è una dichiarazione poetica d’intenti: il dolore non è un incidente di percorso, ma una componente necessaria di ogni scelta radicale. L’ospitata di Scott Vogel dei Terror rafforza il legame con una tradizione hardcore fondata su disciplina, sacrificio e coerenza. Eppure, il brano non è un semplice inno alla sofferenza: è piuttosto una riflessione sull’impegno totale verso una causa. Tripp, che ha letteralmente pagato con il proprio corpo anni di moshpit e dedizione assoluta all’hardcore (come testimoniano i due incisivi mancanti, sostituiti da “sobrie” protesi dorate) canta con un tono sospeso tra accettazione e sfida. In un’epoca in cui l’industria musicale tende a privilegiare una neutralità emotiva funzionale agli algoritmi delle piattaforme, rivendicare senza compromessi un percorso fatto di coerenza e sacrificio suona quasi anacronistico, e proprio per questo, urgente.
Se però c’è un brano che cristallizza il nucleo tematico del disco, quello è “I’m The Outside”. Il testo non è la consueta invettiva fatta da chi si sente escluso, ma una vera e propria rivendicazione. Il titolo va letto più come (perdonate la traduzione brutale) “sono l’esterno” che “sono l’escluso”. Una differenza semantica decisiva: l’io narrante non chiede una legittimazione ma si propone come un’alternativa. Musicalmente, il pezzo è un ibrido tra hard rock anni Novanta e hardcore melodico, permettendo agli Angel Du$t di mostrare tutta la propria versatilità. Il testo, inoltre, come molti altri del disco, ruota attorno alla finitezza del tempo e alla necessità di agire prima che sia troppo tardi. Non c’è nichilismo nelle parole di Tripp, ma un esistenzialismo pratico: la vita è breve e, proprio per questo, va vissuta con intensità e coerenza.
Scorrendo i crediti, Cold 2 the Touch si rivela anche (se non soprattutto) un disco profondamente collaborativo. Oltre a Vogel, compaiono Wes Eisold degli American Nightmare in “Zero”, Patrick Cozens dei Restraining Order in “Downfall”, Frank Carter dei riformati Sex Pistols in “Man On Fire” e Taylor Young in “The Beat”. In un mondo in cui i featuring vengono scelti in funzione della popolarità dell’ospite, qui assumono un significato diverso: non servono ad ampliare la fanbase intercettando ascoltatori casuali, ma a ribadire un’appartenenza. Gli Angel Du$t non si muovono come un brand che ingloba nomi per aumentare gli streaming, bensì come parte di un ecosistema creativo che si riconosce e si rafforza a vicenda.
“Zero”, con la sua struttura dilatata e quasi epica, è forse l’esempio più evidente di questa apertura: un brano che si prende il tempo necessario per costruire una tensione drammatica, dimostrando che la band è capace di rallentare la velocità di crociera pur mantenendo intatta una certa intensità. Nonostante il ritorno a una maggiore ferocia, gli Angel Du$t non abbandonano la propria inclinazione a percorrere terreni musicalmente poco battuti. “Jesus Head” introduce nel sound della band texture quasi space-rock, mentre “Du$t” gioca con soluzioni ritmiche meno convenzionali. Anche nei momenti più sperimentali, però, il disco non perde mai il proprio centro di gravità: la sequenza finale, con “The Knife” e “The Beat”, infatti, è la sintesi concettuale perfetta di tutto il disco, mettendo insieme introspezione e brutalità – non il finale catartico che ci si aspetterebbe, ma qualcosa di aperto, che suggerisce una certa continuità e stimola a riascoltare l’album daccapo.
Nel 2026, parlare di hardcore come linguaggio dominante del rock non è più una provocazione. La domanda è un’altra: cosa accadrà ora al genere con tutta questa visibilità? Molte band, una volta raggiunto un certo status, tendono a smussare gli angoli e a trasformare l’aggressività in una posa. Cold 2 the Touch rifiuta questa traiettoria. È un disco accessibile (paradossalmente più di certi lavori recenti della band che lambivano territori alternative) ma non accomodante; è melodico, sì, ma tutt’altro che rassicurante. Alla luce del successo dei Turnstile, va riconosciuto agli Angel Du$t di non inseguire il percorso dei loro concittadini più celebri, bensì di consolidare la propria identità, esibendo senza reticenze cicatrici e contraddizioni, in un continuo oscillare tra vulnerabilità e provocazione.
Se l’hardcore è davvero il nuovo rock, gli Angel Du$t dimostrano che questo, per restare vitale, deve conservare un certo margine di rischio, e Cold 2 the Touch incarna questa tensione con rara lucidità. È un album che guarda alla storia della band senza restarne prigioniero e intercetta lo spirito del tempo senza farsi inghiottire dalle sue logiche. In un momento in cui l’hardcore rischia di ridursi a semplice estetica giocando nello stesso campionato di pop e rap, gli Angel Du$t lo trattano ancora come fosse una necessità – ed è proprio qui che risiede tutta la forza di un album come Cold 2 the Touch.

