Ammetto di avere un problema. Ho sempre paura di dimenticare certe emozioni, che scivolino nella stanza a fianco dell’oblio, finendo per scomparire. Soprattutto quando sono intense, atipiche, travolgenti: è come se il mio cervello si scioccasse. Decidendo, in modo drastico e autonomo, di cancellarle. Scientificamente questo fenomeno esiste, viene osservato con regolarità, e spesso colpisce gli ignari spettatori dei concerti, sopraffatti da troppi stimoli emozionali tanto da dimenticarli. Come un’improvvisa pagina bianca tra i ricordi.
Così, per raccontare questa quattordicesima edizione del Color Fest, la mia prima volta nella pineta calabrese affacciata sulla Riviera dei Tramonti (al secolo, il Lungomare Falcone-Borsellino) di Lamezia Terme, ho scelto la via delle immagini. Delle istantanee scattate dal cervello per trattenere l’attimo, in una maratona musicale breve (ma intensa) che è finita per somigliare ad un film diretto da Óliver Laxe. Proprio come Sir?t.
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Sbarcare in un festival come il Color Fest nel giorno dell’eclissi solare più attesa degli ultimi anni (soprattutto Y2K) sembra un film orchestrato dal destino, per regalare agli avventori un attimo stupefacente in più da collezionare tra i propri ricordi.
La Calabria, che ospita il festival, è una terra misterica. Energie invisibili e misteriose sembrano attraversarla sussurrando frasi in una lingua arcaica, seducente e intraducibile. Per comprenderla c’è bisogno di lasciarsi andare, di abbandonarsi a un rito collettivo che da quattordici anni ha trasformato un’area specifica in una realtà consolidata e imprescindibile.
Negli ultimi anni, poi, la rassegna curata da Mirko Perri (che quest’anno ha registrato le 10.000 presenze) è approdata sul lungomare di Lamezia Terme, in uno spazio liminale sospeso tra acqua e pineta, anime affini che si compensano creando un tutt’uno atipico, non-luogo musicale nel quale vivere una tre giorni di ascolti variegati e live inediti. Tre palchi principali (Palco Pineta, Palco dei Tramonti e Future Stage) insieme al più piccolo Marley Stage; il tutto, circondato da un market popolato di stand che ospitano fragranze naturali, prodotti tipici locali, street food, beverage, salvia bianca, tarocchi, libri underground sulla musica e altri prodotti figli dell’immaginario pop culture, tra merch e “Calabrian identity”.
"Are you experienced?" Chiedeva Jimi Hendrix, e in modo legittimo ho girato la domanda anche a me stessa. Assolutamente sì, considerando che ogni incontro intorno ai palchi, su e giù da quest’ultimi, tra la folla, nella pineta o sul lungomare ha contribuito a creare un’energia positiva dirompente. Coadiuvata dal sottofondo musicale costante, diviso tra cantautorato ed elettronica, nazionale e internazionale, capace di mettere in relazione tra loro linguaggi diversi, in un dialogo che ha posto al centro le note e i suoni, prima ancora che le parole. Inseguendo, metaforicamente, la lezione del Sir?t di Laxe, film che fa del sonoro lo storytelling primario alla base di una storia di rave party, deserti, solitudini e fine del mondo.
È qui la fine del mondo?
Anche per noi avventori del Color Fest c’è stato un momento da fine dei tempi, con tanto di eclissi (parziale) che ha trasformato il sole, sulla linea dell’orizzonte del Tirreno, in una palla infuocata pronta a spegnersi oltre il confine visibile dell’acqua. In contemporanea, Sébastien Tellier, sul Palco dei Tramonti, accompagnava i segreti del cosmo rendendo omaggio al compianto Kavinsky (alias di Vincent Belorgey) con la “mitica” "Nightcall", inserita nel 2011 nella OST del cult Drive. Le atmosfere sospese del polistrumentista francese, con echi di Air, Daft Punk, Tame Impala e sperimentazioni d’oltralpe, sono il perfetto connubio tra la ricerca elettronica, dj set di qualità, il punk'n'rock sovversivo e il cantautorato più d’autore alla base della formula vincente del Color Fest. E più le note rimbombavano, l’eclissi scemava e il crepuscolo si lacerava per lasciare spazio al cielo stellato attraversato dallo sciame delle Perseidi, più dalle montagne pompavano i lampi. Un temporale estivo in avvicinamento, uno dei tanti che ha accompagnato questa tre giorni di kermesse. Ma che alla fine ha deciso di restare solo un “effetto speciale” sullo sfondo.
Nel corso della seconda giornata, a parte la presenza al mattino di Cosmo – ormai maestro delle matinée adrenaliniche – che ha aperto la strada per un tuffo collettivo (rituale imprescindibile per un festival sul mare) e l’apparizione di Tellier “vista eclissi”, va citato lo stile ipnotico di Tutti Fenomeni, che con "Morire vista mare" forse firma l’inno inconsapevole di quest’edizione. Altri memorabili istantanee da festival sono state (in ordine d’apparizione) la joint venture tra Nico Arezzo e Anna Castiglia e l’unica tappa calabrese degli Zen Circus.
I primi sono due talenti siciliani in vertiginosa ascesa, che hanno unito le forze sul Palco Pineta per non tradire le loro identità, amalgamando le voci in un inedito (e insolito) duetto sulle note di "Questione di Feeling". Prima che Arezzo riprendesse il filo di un immaginario discorso sulla cultura siciliana coverizzando "Lu Pisce Spada" di Modugno.
Tutt’altro discorso per gli Zen Circus: a dieci anni dall’uscita dell’album La terza guerra mondiale, sono tornati con un tour celebrativo per un anniversario speciale. Con tanto di show incandescente, pronto a ricordarci la natura scapestrata (ed eternamente giovane) di questa band che ha trasformato il rock in uno stile di vita, preservando un atteggiamento punk e sovversivo, diventando simbolo di un gruppo che non scende a compromessi con il mainstream, portando in giro per club e festival italiani (ed europei) la propria identità. Che spinge il pubblico a lasciarsi andare ad un altro rito collettivo, fatto di crowd surfing, pogo selvaggio, borsette strappate e invasioni di palco imprevedibili. La sicurezza si è goduta la scena, prima di iniziarsi ad allarmare.
Lascia andare ciò che non puoi controllare
Se sulle dinamiche e i comportamenti durante i live show possiamo avere il controllo, lo stesso non si può dire degli eventi atmosferici. Non contenti dell’eclissi e dei lampi scenografici, il terzo (e ultimo) giorno di Color Fest ha regalato a tutti i presenti una nuova paura sbloccata: il nubifragio imprevedibile, il “giorno di sole con diluvio universale”, quello che costringe i concerti a tardare, causa sicurezza.
Così le porte si sono aperte mezz’ora dopo e alcuni live sono stati posticipati, affidando a Mai Mai Mai l’inizio della serata. Sarà stata la presenza mascherata dell’artista sul Palco Pineta, ma i suoni oscuri, misterici, “gotici” e folkloristici (come lui stesso li ha definiti nell’intervista esclusiva che ci ha rilasciato) del set hanno settato l’atmosfera dell’ultimo giorno, pronto a scavare nell’inconscio collettivo e nel trascendente, nel basso ventre delle emozioni e nell’empireo dell’illuminazione.
Spazzate via le nubi è stato un tramonto amaranto a incorniciare il live di Dimartino sul palco vista mare: un’emozione intima nonostante le numerose presenze, con il crepuscolo a fare da scenografia naturale e l’acqua a cullare sensazioni e suoni. Un elemento, quest’ultimo, ricorrente anche nell’ultimo album del cantautore: con L’improbabile piena dell’Oreto Dimartino racconta storie attraversate da una memoria liquida, tra fiumi incerti del proprio scorrere, tra passato e futuro (alla ricerca del presente) e nostalgici mari dolci da contemplare nel ricordo. Un set esistenzialista e meditativo, che ha aperto la strada invece al live opposto evocato dalla Niña.
Verbo non casuale, perché Carola Moccia ha scelto un allestimento essenziale ma dal forte impatto, cavalcando l’energia degli spettatori e lanciando in tal modo il proprio incantesimo. Formule magiche arcaiche figlie di un tempo distante, con lei che è diventata, sul palco, prima dea greca e poi janara, simbolo di un femminino archetipico pronto ad esplodere. E lo ha fatto attraverso percussioni e tamburelli, sonorità che sembravano fluire dalle profondità della terra stessa, figlie (della tempesta) e degli elementi naturali che gli headliner del giorno hanno evocato, inavvertitamente.
I quattro elementi
L’acqua di Dimartino e la terra della Niña quindi: elementi compenetrati, non in opposizione. La Niña ha risvegliato in ognuno dei presenti dei ricordi sopiti, forse emozioni più antiche e dimenticate. L’artista parla al nostro inconscio con la lingua della tradizione napoletana, i suoni sempre del Barocco partenopeo e le sperimentazioni ardite dell’elettronica più all’avanguardia. Un mix sofisticato e unico che l’ha trasformata in un nome di punta della scena contemporanea, perfomer che unisce la contemporaneità al folklore, portando le sue radici del sud nella modernità. E forse proprio perché eravamo in Calabria il suo live è risuonato più potente, atto finale collettivo che ha trascinato tutti in balli, salti e movimenti di danza sconnessi ed ipnotici.
Questo, ovviamente, prima del gran finale, tra le esibizioni dei neopsichedelici inglesi Django Django (conterranei degli alternative Deadletter, anche loro sul Palco Pineta in serata) e l’arrivo di okgiorgio. Che ha unito al proprio dj set – e alle sue suggestioni – i visual realizzati live da Gaia Mossini, con perle di filosofia, frasi emblematiche e insegnamenti che inducono alla riflessione. E come aria sospingono, con leggerezza, sempre più a fondo, senza sacrificare il contenuto, permettendo al fuoco sacro del rituale collettivo di divampare. Fino a notte fonda.
Cosa resta di questa lunga tre giorni – ahimè, per chi scrive ridotta a due – negli occhi di chi c’era? Sicuramente i colori. E non perché siamo al Color Fest, con un nome già così evocativo. Ma perché il nero del cielo notturno attraversato dalle stelle (o squarciato dai lampi) come pure l’amaranto del tramonto, il blu del mare e il fondo boscoso della pineta hanno finito per dipingere i confini di un intero immaginario. Rischiarato dal colore ambra delle luci e dai visual psichedelici degli ultimi performer sui palchi, prima di fare ritorno alle proprie case (o alle tende, vista la possibilità di campeggiare sulla spiaggia).
Resta, dopo questi giorni, una narrazione scritta dalle sfumature cromatiche e dai suoni, nella quale le parole sono passate in secondo piano, lasciando a tutti il piacere di una connessione più intima ed emozionale. Una passeggiata su una spiaggia solitaria che riconferma, ancora una volta, il potere della musica di unire le persone.
