Alla storia degli Europe è indissolubilmente legato un titolo, di una canzone e di un album: The Final Countdown. Era la seconda metà degli anni ’80, e questa signature song, insieme a "Carrie", "Rock The Night" e "Superstitious", regalò alla band svedese il successo planetario e fama imperitura. Oggi, quel suono distintivo, quel metal cotonato, quel rock patinato e, per certi versi, anche elegante, non esiste più. Quegli Europe sono diventati un’altra cosa, e pur riportando in luce, talvolta, alcune caratteristiche di quel suono ormai antico, hanno dimostrato più volte di essere molto più che i semplici autori di "The Final Countdown", continuando a sfornare dischi che testimoniano di un orizzonte creativo decisamente più vasto.
Tuttavia, sono trascorsi ben nove anni dall'ultimo album in studio, tanto che i molti fan si sono spesso domandati quale versione del quintetto nordico sarebbe stato incarnato da un eventuale nuovo lavoro. L'attesa è finalmente finita. Con Come This Madness, gli Europe tornano sulle scene con il loro dodicesimo album in studio, composto da undici brani inediti, la cui ispirazione non è più rivolta al loro periodo d’oro, bensì a un hard rock di stampo settantiano, rielaborato, però, con piglio moderno e con un’attitudine compositiva più ricercata e meno prevedibile.
L'album si apre con "One on One": una breve introduzione orchestrale lascia il posto a una linea di basso distortissimo e dal dal ritmo coinvolgente, definendo subito l'atmosfera. Il brano è attraversato da una vena più cupa, che gli Europe bilanciano però con melodie eleganti, capaci di evocare immediatamente la loro inconfondibile identità sonora.
Scelta come secondo singolo dell'album, l'eccellente "The Cult of Ignorance", riannoda i fili con il passato grazie al riff iniziale di synth e a un ritornello incisivo dal sapore eighties, mentre le strofe sono potenti e rumorose e il testo affronta un tema di grande attualità: la crescente ignoranza nella società odierna. Brani come questo dimostrano come gli Europe abbiano continuato a evolversi senza mai perdere di vista le radici che hanno reso il loro sound così distintivo fin dagli esordi.
Il pezzo crea un'atmosfera che prosegue nella title track, "Come This Madness". Qui, gli Europe riflettono sulla natura sempre più caotica del mondo attuale e la musica alterna riff rabbiosi a un tono lievemente malinconico, che trova il suo apice nella splendida stasi melodica che divide il brano in due parti e che viene spazzata via da una ripartenza al fulmicotone, rapidissima e violenta, e da un assolo spettacolare di John Norum.
Non mancano ovviamente le ballate, registro trattato con una consapevolezza melodica unica. "This Time of Year" rappresenta uno dei momenti più emozionanti dell'album: linee melodiche intense e la voce inconfondibile di Joey Tempest conferiscono al brano il giusto respiro, senza mai scadere nell'eccessivo sentimentalismo. È l'ennesima dimostrazione di come gli Europe sappiano trasmettere grande intensità emotiva senza bisogno di alzare il volume delle emozioni al massimo.
Con "In a Different World", la band torna a legare i testi alla realtà che ci circonda, trovando al contempo un solido equilibrio tra melodia e un'atmosfera decisamente cupa.
"Scandinavian Eyes" imbocca poi una strada diversa: l'apertura di stampo sinfonico introduce un brano saldamente ancorato alle sonorità degli anni Settanta. Sebbene i Deep Purple (riferimento immediato) e l'epoca d'oro dell'hard rock ne costituiscano chiaramente il modello d'ispirazione, gli Europe infondono nell'arrangiamento una personalità tale da rendere il pezzo perfettamente coerente con il resto dell'album. Il risultato è un brano hard rock denso e suggestivo, capace di trasportare quelle atmosfere rétro nel presente senza mai dare l'impressione di una lezione di storia.
Meno incisiva è "Takin’ It Back", un brano che, sempre sull’onda dell’hard rock anni ’70, si lascia ascoltare con estrema facilità, pur senza lasciare un segno indelebile paragonabile a quello di altre tracce dell'album. Segue "In the Absence of Grace", un breve intermezzo che mette in primo piano la tastiera di Mic Michaeli e la voce (ancora meravigliosa) di Joey Tempest. Si tratta di un momento più intimo, che precede l'ingresso del riff pesante di "The Angels Must Have Flown", le cui linee melodiche fluide conquistano gradualmente l'ascoltatore, grazie anche ad alcune sfumature anni '70 sapientemente integrate nell'arrangiamento.
"The Devil’s Back" si presenta come un hard rock innodico, compatto e dai toni più cupi, pur senza risultare mai realmente tetro. Il punto di forza è il ritornello, costruito su una melodia estremamente orecchiabile che entra in gioco quasi subito: è il classico brano degli Europe che sa esattamente come e dove colpire nel segno, anche in questa ennesima citazione settantiana.
Un pattern di pianoforte elettrico apre la conclusiva "Nothing Can Follow This", ennesimo momento di grande impatto, in cui un’oscura tensione si coniuga perfettamente con quella sicurezza melodica che è da sempre un marchio di fabbrica della band.
Come This Madness rappresenta un’aggiunta significativa alla discografia degli Europe ed è, probabilmente, il miglior disco della loro seconda parte di carriera. La band mantiene intatti i propri tratti distintivi, continuando al contempo a far evolvere il proprio sound in un perfetto bilanciamento fra melodie orecchiabili e fremente grinta. Al centro di tutto vi sono cinque musicisti che suonano insieme da decenni e che continuano a mettere le canzoni davanti all’indiscussa qualità tecnica. E, dopo nove anni di assenza dagli studi di registrazione, è davvero un ottimo modo per tornare sulla scena.
