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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
04/07/2026
Live Report
Converge, 03/07/2026, Circolo Magnolia, Milano
I Converge fanno convivere senza distinzioni appassionati provenienti da ogni angolo del mondo della musica estrema e il concerto ad un Magnolia quasi sold out lo conferma. Il racconto di una serata ad alto tasso di hardcore e metal, anche grazie alle ottime aperture di Heriot, Boneflower e Crouch.

Poche band vantano la venerabilità dei Converge. Ogni loro uscita discografica è accompagnata da recensioni entusiastiche e il fatto che quest’anno abbiano pubblicato due album stellari – Love Is Not Enough, uscito a febbraio, e Hum of Hurt, arrivato appena un mese fa – entrambi candidati a disco dell’anno, non fa che consolidarne ulteriormente lo status. La band di Salem mancava dall’Italia da otto anni e da Milano addirittura da dodici: l’ultima volta aveva suonato proprio al Magnolia, durante il tour di All We Love We Leave Behind. Essere presenti, quindi, era quasi un dovere.

Anche perché ad accompagnarli ci sono tre band di assoluto livello come Crouch, Boneflower e Heriot, ognuna delle quali riprende, a modo proprio, alcuni degli elementi caratteristici del sound dei Converge. Se non è il concerto metalcore dell’anno, poco ci manca. E infatti il pubblico risponde presente: il Magnolia, in configurazione palco grande, è gremito e sfiora il sold out. Davanti al palco si ritrova una platea eterogenea, composta soprattutto da persone tra i 35 e i 50 anni. Dopotutto i Converge sono un po’ come la nazionale: sotto il loro tetto convivono senza distinzioni appassionati provenienti da ogni angolo del mondo della musica estrema.

 

Alle 19:30 aprono i Crouch. Hanno a disposizione mezz’ora e la sfruttano con un assalto granitico senza soluzione di continuità, in cui le canzoni sfumano l’una nell’altra. Il loro sound è chiaramente debitore dei primi Mastodon, quelli di Remission e dei primi EP, quando la base era ancora fortemente hardcore e stoner ma già iniziavano ad affiorare le influenze prog. Sono una band ancora agli esordi: il debutto Breaking the Catatonic State è uscito soltanto a marzo, ma le premesse sono decisamente interessanti.

Passano pochi minuti ed è il turno dei Boneflower, da Madrid, band della scuderia Deathwish di Jacob Bannon, con cui lo scorso anno hanno pubblicato il terzo album Reveries, che stanno portando in tour. La loro proposta è un mix di post hardcore e marcate influenze blackgaze, con il cantato che all’improvviso vira sullo spagnolo. L’anima blackgaze emerge non solo dalle sonorità, ma anche dal look del cantante e chitarrista Eric Montejo, che sfoggia quella che ormai è quasi la divisa d’ordinanza del genere: maglietta, pantaloni eleganti, calzino bianco e scarpa classica, uno stile reso iconico da George Clarke, il cantante dei Deafheaven. Quando cantano in inglese tutto funziona alla perfezione; un po’ meno quando passano all’idioma ispanico.

Poco prima delle 21:10 salgono sul palco gli Heriot, formazione metalcore inglese di Swindon, il cui sound attinge da una vasta gamma di influenze. La cantante e chitarrista Debbie Gough alterna scream feroci a passaggi più eterei grazie all’utilizzo di un doppio microfono. Nel complesso ricordano i Knocked Loose, ma è soprattutto la cantante a rubare la scena: oltre alla voce, impressiona per la padronanza della chitarra e per gli assoli, tutti affidati a lei. Per loro quaranta minuti convincenti. La band è attualmente in tour con la versione deluxe del debutto Devoured by the Mouth of Hell, co-prodotto da Josh Middleton dei Sylosis, e si sente. Dopo averli visti dal vivo si capisce perfettamente perché siano una delle realtà più in ascesa del panorama.

 

Alle 22 sono direttamente i Converge a salire sul palco per il soundcheck, quasi a ricordare quanto ormai anche band di questo calibro debbano ottimizzare tempi e costi per riuscire a portare avanti un tour europeo. Dieci minuti scarsi per sistemare tutto e, alle 22:10 in punto, dall’impianto parte “It Used to Matter”, brano strumentale tratta da Hum of Hurt. Entrano Nate Newton al basso, Ben Koller alla batteria, Kurt Ballou alla chitarra e Jacob Bannon alla voce, prendono posizione e parte il riff schiacciasassi di “Love Is Not Enough”, immediatamente seguito, proprio come sul disco, da “Blind Faith”.

I primi venti minuti sono semplicemente devastanti. I brani si susseguono senza pause: “Eagles Become Vultures” da You Fail Me (2004), “Dark Horse” da Axe to Fall (2009) e “Under Duress” da The Dusk in Us (2017). La prima parte del set si chiude con il recupero di “Conduit”, da When Forever Comes Crashing (1998), che sfocia spontaneamente in “Hum of Hurt”.

Un secondo intermezzo strumentale preregistrato, “Beyond Repair” da Love Is Not Enough, permette alla band di riaccordare gli strumenti, poi si riparte senza perdere un grammo d’intensità con una sorta di best of tratto dai due album più recenti. Si comincia, ancora una volta come su disco, con “Amon Amok”, seguita da “Distract and Decide” e “To Feel Something”. In questa seconda metà del set trovano spazio anche episodi più atmosferici come “Dream Debris” e “Doom in Bloom”, nei quali emerge con particolare evidenza il lavoro al basso di Nate Newton. È quindi il momento di “Broken Vow”, tratta dal capolavoro Jane Doe (2001), prima del gran finale del set principale con “We Were Never the Same”, che chiude Love Is Not Enough. A conti fatti oltre metà della scaletta è dedicata ai due lavori più recenti, segno evidente di quanto la band creda in questo nuovo materiale.

 

Una ventina di minuti prima, durante il breve break tra “Under Duress” e “Conduit”, Jacob Bannon aveva notato un ragazzo tra il pubblico che teneva alzato un cartello con scritto: «Kurt let me play “Heaven in Her Arms” with you». Tra il serio e il faceto aveva risposto: «Chissà, non è in scaletta, ma vediamo». E invece succede davvero. Appena rientrati per il bis, Jacob chiede immediatamente: «Dov’è il ragazzo di prima?». Una volta individuato, gli domanda se se la senta di salire sul palco a suonare il pezzo insieme a loro. Ovviamente il ragazzo (che si chiama Gabriele) non se lo fa ripetere due volte, e così i Converge eseguono “Heaven in Her Arms” con lui alla chitarra. Si tratta di una vera deep cut e, con un sorriso, Bannon gli dice: «Sono sicuro che questa canzone l’hai suonata più tu che noi». E in effetti Gabriele la esegue alla perfezione, tanto che Kurt Ballou si ritrova felicemente disoccupato a bordo palco, a osservare la propria band mentre un fan prende il suo posto, trovando perfino il tempo di scattarsi un selfie. È uno di quei momenti che un ragazzo si porterà dietro per tutta la vita. A fine brano viene abbracciato da tutta la band e acclamato dal pubblico. È un momento puramente hardcore, in cui – come ricorda lo stesso Bannon – la distanza tra band e fan semplicemente non esiste.

Poi Kurt riprende in mano la chitarra e il concerto si chiude con una devastante “Concubine”. Abbiamo ancora le orecchie che fischiano quando dall’impianto parte improvvisamente “Only Time” di Enya, mentre la band, insieme a un manipolo di roadie, inizia già a smontare l’attrezzatura. Si torna a casa felici e contenti, i Converge hanno mantenuto ogni aspettativa, regalando un concerto da autentiche leggende. Speriamo soltanto di non dover aspettare altri dodici anni prima di rivederli a Milano.

 

 

Converge

 

Heriot

 

Boneflower

 

Crouch

 

Photo credits: Laura Floreani