Ci sono album che ti piombano in testa fuori tempo massimo rispetto alla loro uscita per poterne parlare in diretta. Eppure la freschezza di questo suono, di pari passo all’armoniosità che deriva dalla scrittura e dal sound, si è cercata e presa il suo spazio, prima dentro la mia testa e poi in queste pagine.
Stiamo parlando del trio australiano dei Cookin’ On 3 Burners e Cookin’ The Books è il loro ultimo album, uscito nel 2025; siamo nel territorio del funk, soul, con sprazzi di funk/jazz per spezzare una lancia al loro aspetto più legato all’improvvisazione.
Capitanati dall’hammondista Jake Mason e dal batterista Ivan Khatchoyan, il terzetto è completato alla chitarra di Dan West, entrato in sostituzione del fondatore Lance Ferguson (The Bamboos).
14 brani, tra cui alcuni strumentali, affidati alla sinergia del trio, combinato alla collaborazione con una manciata di feat vocali che hanno donato completezza all’animo soul del progetto; il primo disco in 6 anni, descritto come il frutto di anni di jam e collaborazioni con alcuni dei migliori artisti australiani.
Registrazioni immortalate interamente in analogico e postprodotte quanto bastasse per donare al sapore vintage una contestualizzazione più radicata nel presente. E resto sempre colpito quando questa combo, pericolosamente vicina ad una trappola, tra analogico e moderno, si evolve attraverso un punto nuovo e ciò passa sempre attraverso una scrittura ispirata e memorabile, non si scappa.
Questo è il motivo che rende questo album bisognoso di spazio ed ecco perché, a mesi dalla sua uscita, ho sentito la necessità di scriverne. La title track "Cookin’ the books" ci chiarisce subito le idee sulla direzione, fungendo da perfetto antipasto sonoro; un funk strumentale in cui la perfetta simbiosi tra i The Meters e i The New Mastersounds, sembra trovare una propria felice collocazione. Il suono è parte integrante del processo e gioca a tenerci in equilibrio tra i generi e i decenni in maniera leggera ed ispirata.
Nella successiva "I’m comin’ home to you" ci troviamo di fronte al primo feat, la cantante Stella Angelico; brano ritmato e gioioso, grazie anche all’aggiunta di una sezione fiati che quadrano il cerchio, un ritornello che incalza e rimane in testa. Una scrittura semplice in questo caso, che non emergerà come uno dei picchi del disco ma che acquisterà spazio negli ascolti successivi e servirà a renderà l’abito intero meglio calzabile.
Basta scivolare sulla successiva "Only Words", per trovarsi in alto, sospesi in una ballad in cui l’atmosfera pregna di soul la fa da padrona e rende merito all’ospite Natalie Slade. Ciò che emerge è una scrittura attenta, dolce, armonicamente ispirata, in cui una bella melodia del ritornello trova un suo meritato compimento. La cosa da ricordare? La pausa totale di una battuta alla fine dl ritornello per lasciare spazio a due note di chittara e organo e farsi guidare verso la sezione successiva. Da incorniciare.
"No Bread For You" torna nel territorio caro ai nostri, con un giusto passaggio nel funk strumentale, ricordando a tratti una tirata versione strumentale della meravigliosa "Son of a preacher man".
"Away from my heart" comincia imponente, con un fill di batteria che ci introduce in un marciante andamento terzinato, con un arpeggio di chitarra che non può non farci pensare a "I’ve been loving you" del Re Otis o a "Just keep holding on" di Sam & Dave. La marzialità del momento, unita alla forte presenza del suono d’organo e all’armonia interessante che strizza l’occhio al blues senza però rimanerci intrappolata, dona un carattere leggermente western a tutto. L’entrata della voce di Wilson Blackley rappresenta la scoperta maggiore di tutto il disco; il suo livello interpretativo sta nel soul con stile lasciandoti pensare a Rod Stewart senza citarlo. La canzone si mette, a fianco di "Only words", sul podio di questo disco e il livello interpretativo di Blackley continua ad avvolgerti mano a mano che l’ascolto procede.
Siamo nel centro del disco e "Brighter" ce lo conferma, con la sua spigliatezza che rievoca in certi passaggi armonici qualcosa incastrato tra Stevie Wonder e la pulsazione ritmica irresistibile di Porcaro in "Georgy Porgy" dei Toto, qui trattenuta fino allo svenimento. La collaborazione con Stella Angelico trova qui una realizzazione più totale forse per merito di quei cori nel ritornello, artefici di un sposalizio tra questa canzone e il tipico pop al femminile dei primi duemila.
"Ms. Fat Booty" rappresenta forse l’esperimento più curioso di tutto il disco; uno strumentale ipnotico, tutto arrangiamento, hip hop e silenzi, oltre a quella modulazione armonica spiazzante che ti porta a giro da una sezione all’altra e ogni volta che capita ti fa risentire al punto d’inizio. È un momento spiazzante ma in cui sento la necesità di tornare nei miei ascolti: sono un suono e una scrittura come questi che rendono questo disco memorabile.
È ancora Stella Angelico a introdurci nella successiva "Give a little bit more", un perfetto soul dal sapore di un gospel pacato, sostenuto dal più tipico dei pattern che avrebbero adottato Duck Dunn e soci in una delle canzoni della STAX della seconda metà degli anni sessanta a Memphis, e penso subito a Carla Thomas. Canzone piacevole, risentita come si permette ad un’ispirazione del genere, quasi più un tributo semplice semplice ma impossibile non accettarlo.
"Phoenix" torna a mettere a nudo il trio nella sua forma più spoglia e primordiale, donandoci anche stavolta (dopo "Ms. Fat Booty"), un ulteriore capitolo positivo che passa senza restare inosservato: merito del groove batteristico tra il trip hop e il funk e il tappeto sonoro organistico, che in tutto questo silenzio ci costringe l’attenzione verso sé, fino a risvegliarci grazie all’ostinato finale.
Spetta a "The world is cold" portare ancora più in alto l’asticella andando ad accarezzare un nuovo territorio grazie all’azzeccatissimo feat di Mantra (figura di spicco dell'hip hop australiano) e della brava Jane Tyrrell. Il connubio che ne scaturisce porta il livello musicale verso territori linguistici inaspettati ma in stretto contatto col funk; c’è Eminem nell’aria, il registro vocale di Mantra si avvicina sorprendentemente, Jane Tyrrell porta una freschezza pop vitale e in questo senso l’album intero ne beneficia trovandosi una nuova punta nel proprio arsenale. Canzone top.
"New Yorker" tira appena giù l’asticella mostrandosi senza vergogna per quello che è e che deve essere stata dall’inizio della sua nascita: una jam e l’attento assemblaggio che ne è derivato. Quindi tema che inizia e finisce, e tanta ispirata improvvisazione nel mezzo. Annuso per la prima volta la sensazione di compitino ed è un peccato, perché i punti alti del disco sono stati finora diversi e memorabili. Tra i brani suonati in trio è sicuramente il meno pungente ma il groove non manca e il livello degli strumentali è stato tutto sommato all’altezza dei brani cantati. Una piccola flessione.
"So Much More To Lose" è una ballad dal sapore nostalgico che sembra porre le basi per un saluto immediato e tocca ancora a Stella Angelico mettere la propria voce. Ne viene fuori uno slow armonicamente appena più architettato di un classico blues. Continuo ad avvertire un personalissimo sentimento tiepido e interpretativo nel feat, pur riconoscendone l’abilità mel tenere le fila della linea vocale, nel mio caso sembra togliermi la possibilità di lasciarmi totalmente scivolare dentro il disco.
Una carica ritmica mi getta nella successiva e prima di leggere il titolo capisco dalla melodia chitarristica di essere finalmente arrivato alla cover di cui avevo intravisto il titolo: "Livin’on a prayer" dei Bon Jovi. Strumentalmente ineccepibile in quanto ad arrangiamento e groove eccetto un piccolo costante fastidio che arrivo nella continua melodia vocale, in questo caso riproposta dalla chitarra. Non mi basta l’ispirazione "Shaft" dell’ossatura del pezzo che rende il tutto più legato sotto un senso strettamente generistico e produttivo, tant’è che il momento migliore del brano diventa immediatamente il momento d’improvvisazione dell’organo che ne segue, nell’esatto momento in cui il tema chitarristico si ferma alleggerendo la canzone dalla carica melodica che sembra non sposarsi del tutto con la scelta sonora. Resta la positiva leggerezza e incisività dell’arrangiamento.
In chiusura un outro nuovo e di tutto rispetto, un manifesto e sottofondo in stile radiofonico dove una base musicale e la voce del cantante e chitarrista Chris Gill presentano l’ascolto appena fatto: la band, i feat, quasi ringraziando per l’ascolto e augurando che abbiamo amato questo il disco “because the funk loves you”. E perché no, trovarsi in un dancefloor "because it’s your duty to shake your boooty".
Cookin’ The Books dei Cookin’ On 3 Burners si piazza in alcuni punti del disco tra le cose migliori legate al soul/funk indipendente ascoltate negli ultimi tempi, nonostante qualche piccola inflessione e distrazione che sfiorano il disco in un paio di punti.
I picchi in cui ci portano "Only Words", "Away From My Heart", "Ms. Fat Booty" e "The World Is Cold" sono molto alti, così come l’apporto interpretativo dei feat, tra i quali sottolineo Natalie Slade, Wilson Blackley e Mantra, capaci di portare le canzoni ad un livello memorabile.
Una band da seguire e cercare dal vivo, un disco da ascoltare, per cui le parole non possono mai essere fuori tempo massimo.
