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REVIEWSLE RECENSIONI
14/07/2026
Courtney Barnett
Creature of Habit
In Creature of Habit, Courtney Barnett riflette sul difficile equilibrio tra il conforto delle abitudini e la necessità di lasciarsele alle spalle. Il risultato è un album che esplora quel confine sottile in cui ciò che ci rassicura rischia anche di tenerci fermi.

Courtney Barnett non è mai stata un’artista incline alle rivoluzioni. Fin dagli esordi ha costruito un linguaggio riconoscibile, preferendo svilupparlo con piccoli spostamenti piuttosto che attraverso bruschi cambi di direzione. Dopo la pausa più lunga della sua carriera, Creature of Habit prosegue questo percorso, ma da una prospettiva diversa: non cambia il modo in cui Barnett scrive, quanto il modo in cui osserva sé stessa.

Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Essere una “persona abitudinaria” non è solo una constatazione, ma il punto di partenza di un disco che si interroga su cosa accade quando quelle stesse abitudini iniziano a diventare una prigione. Il trasferimento da Melbourne a Los Angeles, la chiusura della Milk! Records e una serie di cambiamenti personali e professionali alimentano questa riflessione senza mai trasformarla in un racconto apertamente autobiografico. Barnett continua infatti a preferire l’allusione alla confessione, lasciando che siano le canzoni a suggerire il peso degli eventi.

 

L’apertura, affidata a “Stay in Your Lane”, mette subito in chiaro il tono dell’album. Il post-punk nervoso e spigoloso accompagna un dialogo rivolto più a sé stessa che agli altri, privo di quella distanza ironica che in passato aveva spesso attenuato i momenti più vulnerabili. Da lì il disco alterna continuamente registri diversi, passando dall’introspezione di “Wonder”, costruita su chitarre jangly e tastiere sospese, a episodi più tesi come “One Thing at a Time” e “Same”, dove distorsioni e sintetizzatori introducono un’inquietudine che riflette perfettamente il senso di immobilità raccontato nei testi.

La presenza di più produttori (Stella Mozgawa, John Congleton, Marta Salogni e la stessa Barnett) e diversi collaboratori (Flea al basso in “One Thing at a Time”, Floating Points ai synth on “Same” e Zach Dawes al basso in “Stay in Your Lane” e “Site Unseen”) contribuisce a rendere il disco sfaccettato, ma la sua varietà nasce soprattutto dall’ampiezza delle emozioni che attraversano le canzoni. Frustrazione, apatia, desiderio di cambiamento e improvvisi spiragli di ottimismo convivono senza mai cercare una sintesi forzata. Creature of Habit è un album profondamente introspettivo, ma evita costantemente il rischio di cadere nell’autocommiserazione, mantenendo uno sguardo lucido anche nei momenti più fragili.

 

Il cambiamento rappresenta il filo conduttore dell’intero lavoro, ma Barnett evita di raccontarlo come un semplice percorso di redenzione. Nella prima metà del disco domina piuttosto la consapevolezza di dover rompere un equilibrio ormai diventato tossico senza sapere davvero come farlo. “Mostly Patient” assume i toni di una lettera rivolta a sé stessa, mentre “Site Unseen”, impreziosita dalle armonie di Katie Crutchfield (Waxahatchee), affronta uno dei temi centrali dell’album: l’indecisione come forma di auto-sabotaggio. È però con “One Thing at a Time” che qualcosa sembra finalmente cambiare. Più che nei testi, la svolta emerge nell’energia del brano, che culmina in un assolo capace di evocare Neil Young e J Mascis senza mai scadere nella semplice citazione. Non è una liberazione definitiva, ma il primo gesto concreto verso un cambiamento possibile. Da quel momento in poi il disco smette di interrogarsi soltanto sulla necessità di cambiare e inizia a esplorarne le conseguenze.

Da questo punto di vista, “Mantis” rappresenta forse il punto d’equilibrio più convincente e senza dubbio è il brano centrale dell’intero album. Gli arrangiamenti luminosi contrastano con un testo ancora attraversato dall’incertezza, mentre l’immagine della mantide religiosa (ritratta anche in copertina) osservata fuori dallo studio diventa il simbolo della ricerca di un segnale capace di interrompere l’automatismo delle proprie abitudini. Quando Barnett ammette di sentirsi «un po’ aliena», racchiude in una sola espressione tutto lo spaesamento che accompagna ogni trasformazione autentica.

Detto questo, in Creature of Habit non mancano però episodi in cui riaffiora il suo consueto umorismo. “Sugar Plum” affronta il tema delle scuse con un linguaggio volutamente impacciato, mentre “Great Advice” liquida il peso delle opinioni altrui con una metafora volutamente forte («Ti ringrazio per l’ottimo consiglio, e ho bisogno della tua opinione come di un ago nell’occhio»). Sono momenti che alleggeriscono la tensione senza modificare il tono complessivo del disco, molto più interessato alla sedimentazione emotiva che alla battuta fulminante, come invece avveniva spesso in passato.

 

Da un punto di vista strettamente musicale, Barnett continua a lavorare sugli elementi che hanno definito il suo stile. Progressioni armoniche essenziali, accordi ripetuti fino a diventare quasi ipnotici e quelle tipiche settime maggiori che da anni rappresentano una delle sue firme compositive costruiscono un linguaggio che potrebbe sembrare conservatore. Qui, però, la ripetizione assume anche un significato narrativo: diventa la traduzione sonora dell’abitudine evocata dal titolo, rendendo ancora più evidente ogni minima variazione.

La chiusura, affidata a “Another Beautiful Day”, un brano che sembra uscito dal canzoniere di Lou Reed epoca Transformer, è forse il momento più luminoso del disco. L’ottimismo del pezzo, infatti, non giunge come una conquista improvvisa, ma come una decisione faticosa e consapevole, resa possibile dal percorso compiuto nel corso dei 35 minuti precedenti. Quando Barnett canta di sentirsi «rinata ogni mattina», il cambiamento smette finalmente di apparire come un problema da risolvere e diventa una possibilità da accogliere.

Insomma, Creature of Habit non ridefinisce la figura di Courtney Barnett, né sembra volerlo fare. È un disco che preferisce consolidare quanto già fatto finora dalla cantautrice australiana piuttosto che sorprendere con nuove soluzioni sonore, allo stesso tempo osservando con maggiore profondità temi che la Barnett aveva già affrontato in passato. Se i lavori precedenti guardavano però soprattutto al mondo esterno attraverso una certa dose di ironia e acume nell’osservazione, qui l’attenzione si sposta decisamente verso l’interno. Il risultato è un album meno immediato ma più stratificato, capace di trasformare l’incertezza e la ripetizione in strumenti espressivi. Senza rinnegare il proprio linguaggio, Barnett dimostra ancora una volta come anche i cambiamenti più piccoli possono produrre le trasformazioni più profonde.