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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
11/03/2026
Spigolature
Crescendo rossiniano
Spigolatura è la ricerca minuziosa di cose rimaste in giro, qua e là, che meritano di essere raccolte e non disperse. La rubrica di recensioni minimali curata dal nostro Stefano Nicastro. L'undicesimo capitolo è dedicato a dischi usciti in questi ultimi due mesi a cui avremmo voluto dare più spazio, ma a cui concediamo almeno una piccola meritata vetrina.

Spigolatura, forma derivata dal predicato verbale spigolare, ovvero la ricerca nel campo, dopo la mietitura, delle spighe non raccolte; in senso figurato: la ricerca minuziosa di cose rimaste in giro, qua e là, che meritano di essere raccolte e non disperse.

Una rubrica dove potrete trovare non dei dischi minori, ma dischi che per svariati motivi, ritardo nella scoperta, passa parola un pochino lungo, poco tempo a disposizione, formati di pubblicazione inusuali (7 o 10 pollici, formato negletto ma bellissimo), passione scoppiata in ritardo, e via dicendo, non hanno trovato lo spazio che avrebbero comunque meritato al momento della pubblicazione.

Una recensione minimale, tre, quattro, paragrafi in tutto, per, come dicono gli inglesi, racchiudere in una nutshell il mood della release e solleticare una curiosità nel lettore.

L’elevato numero di produzioni discografiche (e i limitati ritagli di tempo del presente recensore) ci porta ad emettere a breve distanza di tempo dalla precedente spigolatura, un nuovo numero della stessa, questa volta prenderemo a prestito il famoso “crescendo rossiniano” così da prendersi un pochino più di spazio per alcuni dischi ai quali avremmo voluto dedicare una maggiore attenzione.

 

 

Garage punk

 

The Screamin’ Kick

Looking from my world

2026 (Angry Apple Tree)

Questo mestiere lascia talvolta ancora spazio alle sorprese, come quella di ricevere una mail da Edimburgo in cui si propone di recensire un disco di garage punk “inzuppato di fuzz”.

Potevamo esimerci? Certo che no; eccoci allora all’album di esordio di questi veterani della scena (ognuno di loro con alle spalle appartenenze a diverse band).

Il risultato? Dodici tracce di onesto e sudato garage rock, La certificazione di garanzia, se non vi fidate del sottoscritto, gliela darà la pubblicazione di un prossimo EP Kings of the Past su Disques Rogue.

In calce il brano che dona il titolo al disco.

 

 

Dark ambient

 

And fall and fall and fall

Meadows

2026 (UKhan Records)

La scena dark ambient vanta numerosi sostenitori in Italia e diversi artisti che si cimentano a “dare vita” al genere.

A differenza di altri generi musicali la presenza femminile, tuttavia, è molto ridotta; quindi, diamo il benvenuto a Dora L., componente di una altra band presente nel catalogo della net-label catanese: For the glory of nothing.

Le composizioni a grandi linee si muovono su un medesimo canovaccio: accordi minimali di piano, un recitativo molto filtrato e stratificazioni di loop polverosi.

Nel flyer si dice che Dora L. ascolta solo Death in June e Lana del Rey, ebbene, sui primi non ci sono dubbi, sulla seconda chissà….

Come sempre scrivo (soprattutto per il genere in oggetto) la differenza tra i vari progetti la valorizza il gusto, nel caso il mavauis gout al cui ascolto vi lascio.

 

 

Ambient Elettronica

 

Giacomo Vanelli & Matteo Cantaluppi

A small life and Unnoticed Movements

2026 (Cassis Records)

Novelli manichei, passiamo dall’ambient oscura all’ambient luminescente della nuova produzione Cassis (solo su cassetta e digitale).

Di Matteo Cantaluppi ho già in precedenza scritto sia per produzioni a suo nome, sia come membro della band PCM, il suo compagno di ventura in questo album è Giacomo Vanelli, compositore e musicista in ambito elettronico ed ambient.

L’album si dipana in sei tracce (tutte accompagnate dai visual di Fausto Caviglia) e il focus dell’opera è insito nel titolo: l’osservazione in dettaglio di micro-eventi, fenomeni marginali che fondano il sostrato delle nostre esistenze e che, a uno sguardo non pieno di meraviglia, risultano praticamente effimeri.

Album nasce da una improvvisazione dal vivo e poi viene riprocessato in studio.

Musica eterea ma non di certo superficiale.

 

 

Psych-Trance

 

Helicon x AL Lover

Arise

2026 (Fuzz Club Records)

Gli Helicon, gruppo scozzese di Glasgow, e il produttore e DJ di Los Angeles Al Lover hanno lavorato in simbiosi, tramite lo scambio di demo tra i due, in un progetto di collaborazione denominato Arise. Dopo la scrematura delle diverse versioni, sono giunti ai nove brani di cui è composto l’album.

A questo punto, la band che nel frattempo era aumentata ad otto membri (compreso Chris Geddes dei Belle & Sebastian, che suona il pianoforte nella conclusiva "Goodbye Cool World"), previa unione di Al Lover, si sono recati presso i Castle Of Doom per incidere l’album in oggetto, il quale è stato prodotto da Tony Doogan (che, sempre presso gli studios scozzesi, aveva già messo mano ad alcune delle produzioni musicali di Mogwai, The Jesus & Mary Chain e, appunto, Belle & Sebastian).

Arise è un disco che riesce a fondare un approccio psichedelico (intendendo con questo proprio la costruzione musicale ipnotica dei brani, prendiamo ad esempio "It won’t stop") con una base ritmica tipica del cosiddetto trip hop.

Medesimo canovaccio assume l’andamento della track conclusiva dell’opera, "Goodbye Cool World", dove su un dondolio di chitarra si aggiungono via via un cantato (quasi recitato) e varie inflorescenze musicali.

Se poi ritenete che tutto quanto sopra non abbia ancora attirato la vostra attenzione, vi invito ad ascoltare le tracce strumentali dell’album, in particolare "Tabula Rasa" e "Adjust The Dosage", (brani su cui si odono anche delle reminiscenze curiane); secondo il personale parere dello scrivente, i due brani migliori del lotto.

Ascoltate questo disco e ditemi se non vi ricordano gli “struggenti” fine ottanta - inizi novanta quando per la prima volta si unirono due mondi tra di loro fino ad allora separati, ovvero quando Manchester divenne Madchester.

 

 

Post punk e dintorni

 

Golden Hours

Beyond Hours

2026 (Fuzz Club Records)

Di questo gruppo avrei già voluto parlare all’uscita del loro primo album, ma la pubblicazione di Beyond Hours mi permette di recuperare il tempo perduto.

I Golden Hours sono una sorta di super-gruppo, diviso tra Berlino e Bruxelles, in quanto ogni componente dello stesso ha militato in diversi momenti in gruppi storici quali Gang Of Four, The Brian Jonestown Massacre, Tricky, The Fuzztones.  

Permettemi di partire da un editoriale di Carlo Bordone pubblicato sul numero di ottobre di Rumore, dove in poche parole l’autore dichiara di sentirsi esausto nel vedere indicata la definizione "post-punk" come termine semantico oramai non più atto allo scopo da prefiggersi: ovvero l’indicazione di un genere, contesto musicale, che, concordando con lui, può essere circoscritto cronologicamente alle produzioni (soprattutto di matrice anglosassone) rilasciate nel primo lustro degli anni Ottanta, elevando lo stesso a categoria stilistica (usata in moltissimi casi per mera pigrizia mentale).

Devo dire che, confermando quanto esposto da Bordone, siamo qui in presenza di un album che può definirsi post-punk, intendendo tale accezione nell’unico senso attribuibile allo stesso nella contemporaneità, ovvero come attitudine e ambito musicale che richiama con legittimità tale genere, inteso come sonorità alla base del prodotto sonoro.

Risulta difatti ovvio che, essendo oramai trascorsi quarant’anni dalla nascita del genere in specie, il sound attuale non può non tenere conto di quanto nel frattempo accaduto in campo musicale, ma, è qui sta il punto, l’attitudine in oggetto risulta permanere.

Prendiamo ad esempio il quarto brano dell’album, "The Letter": inizio chitarristico con riff tagliente su cui si innesta un giro di basso, su cui si innesta a sua volta il cantato “a tonalità bassa” per poi ritornare al giro di chitarra iniziale e indi lo sviluppo (climax sonoro ripetuto, ad esempio, anche nella successiva traccia "Train I ride"). Quanti brani dell’epoca erano così concepiti strutturalmente?

Una delle particolarità del disco è quella del doppio cantante, per cui il compito alla voce è diviso rispettivamente per numeri di tracce dispari e pari; personalmente al sottoscritto sono maggiormente piaciute alcune delle tracce pari (la già citata "The Letter", "The Same Thing" e la conclusiva "The Water’s fine", dove anche in questo caso il sapore eighties emerge con evidenza).

Sì, a pena di smentita, questo è un disco post-punk.