Ci vuole un certo standing e una buona dose di sfacciataggine per maneggiare i generi riconducibili all’EDM suonata (DJs not allowed) e risultare convincenti. Da ciò che si percepiva dai singoli (e dai video) con cui si sono imposti all’attenzione del pubblico che si muove sulla linea di confine tra post-punk e cultura rave, il progetto degli irlandesi Ross Cullen e Ben Goddard sembrava davvero incarnare la nuova big thing di questo genere musicale e connotarsi con tutte le carte in regola per fare il botto.
L’hype intorno a Crystalpunk era a dir poco alle stelle, c’erano aspettative altissime, e probabilmente è per questo che quello dei Chalk è un disco che, al momento, soddisfa solo a metà, o almeno a tre quarti. Forse è solo il caso di lasciarlo decantare un po’, magari assistere a un loro live, quindi tirare le somme e verificare, a fine anno, quanto davvero abbia lasciato il segno e se metterli o no in classifica.
I Chalk infatti sembrano aver smarrito un po’ di quella urgenza di sperimentazione che gli ha permesso, nei tre capitoli di Conditions che hanno preceduto l’esordio sulla lunga durata, di cavarsela alla grande nelle periferie malsane del mainstream del (perdonate la banalizzazione) rock elettronico. Non che al cospetto di questo album di debutto non se ne intuiscano le potenzialità, ma ascoltandolo fino in fondo non trascorre momento in cui non lo si percepisca con eccessiva disinvoltura e agio rispetto alle ostentate spigolosità abrasive trasmesse degli episodi che lo hanno anticipato.
Troppa pulizia ed eccessivo rispetto delle regole (siamo ai limiti della pignoleria) per una band che prometteva invece promiscuità, dissolutezza e svacco techno-punk. Solo nella traccia iniziale “Tongue” (l’intro di synth sembra un rigurgito di “Army Of Me”) e a metà disco, con “Skem”, si ha l’impressione di sguazzare nel fango che associamo agli improvvisati dancefloor clandestini dei raduni organizzati di nascosto sotto ai capannoni industriali dismessi. Nel resto del disco sembra più di calpestare rassicuranti PVC da club in cui il biglietto si paga fior di quattrini, con spunti e intenzioni alla Fontaines D.C. di Romance e potenziati da azzimati arrangiamenti che spaziano tra i Prodigy e gli Orbital, come nelle reminiscenze Kasabian dei singoli “I.D.C.” e “Can’t Feel It”.
La simmetria degli otto minuti di “Béal Feirste” con “Born Slippy” è poi decisamente fuori controllo, al contrario di “Ache” che è invece l’unico episodio che rimanda alla discografia precedente e alla freschezza degli approcci compositivi delle origini. Altrove emerge addirittura una dirompente attitudine alla ricercatezza melodica tutta british, sorretta da approcci smaccatamente big beat (ascoltate “Pain”) e risoluzioni compiacenti di hard rock alla Linkin Park, è il caso del brano “Longer”.
“One-Nine-Eight-Zero” è una traccia che non stonerebbe mixata a un successo dei Planet Funk, per dire. Non che ci sia qualcosa di male ma, considerati i presupposti, chi l’avrebbe mai detto. Un brano che, con i suoi sintetizzatori grassissimi, simula sicuro e compatto un viaggio in prima classe a bordo di un treno ad alta velocità, con il panorama che si lascia cogliere a malapena attraverso i finestrini in tutte le sue dimensioni, proprio come in quel celebre video dei Chemical Brothers. Ed è proprio sotto questo punto di vista che i Chalk giocano sporco: pensano di parlare alla loro generazione ma, tra le righe delle dieci tracce del disco, sembrano rivolgersi implicitamente a tutte quelle seguaci della musica elettronica che l’hanno preceduta. Il fatto è che, per sonorizzare gli immaginari alla Irvine Welsh, applicare il distorsore sulla voce non è sufficiente, semmai ci vuole ben altra trasgressione e portata destabilizzante.
In sintesi, nonostante si tratti, a scapito dalle premesse, di un disco sorprendentemente accomodante, non si può non promuovere Crystalpunk. Sono i Chalk stessi a definirlo il primo e ultimo album della loro carriera, un tentativo di provocazione un po’ scontato che ci fa riflettere sul fatto se sarà davvero così (e sarebbe un peccato) o se si tratti di un ulteriore modo - un po’ goffo - di attirare l’attenzione.
