“…non è quello che sentiamo per le persone il senso del rapporto che abbiamo con loro, ma è quello che il nostro cuore li costringe a rappresentare, a incarnare, a recitare”
Con Daddy, proposto al Premio Strega 2026, Nicola Gardini conferma la propria capacità di trasformare la materia autobiografica in letteratura. Scrittore, poeta, latinista, pittore, traduttore e docente a Oxford, Gardini costruisce un romanzo che attraversa amore, desiderio, perdita, memoria e bisogno di riconoscimento, intrecciando la dimensione più intima dell'esistenza con interrogativi che appartengono a tutti.
I temi del sesso, del lutto, della figura paterna e della ricerca di sé convivono in una narrazione intensa e stratificata, molto più complessa di quanto possano suggerire le impressioni iniziali. Perché la superficie di Daddy, fatta di incontri occasionali e di numerose scene erotiche, descritte in modo minuzioso e senza pudore, potrebbe indurre il lettore a pensare di trovarsi dinnanzi a un romanzo costruito principalmente attorno alla sfera sensuale.
In realtà, pagina dopo pagina, accade qualcosa di sorprendente. Il sesso, in un certo senso, perde progressivamente centralità. Non scompare, ma arretra per lasciare emergere molto altro. Come un fiore che pian piano si schiude. L’esplorazione del desiderio sessuale offre lo spunto per immergersi in acque più profonde, mostrando quanto fragili e complesse possano essere le vite di ciascuno di noi.
Quelle che si muovono dentro una cornice fatta di immagini spinte (che alcuni lettori potrebbero trovare eccessive e altri liberatorie) sono interrogativi essenziali: cosa resta di noi quando perdiamo la persona che abbiamo amato di più? Come si continua a vivere e non semplicemente sopravvivere, dopo una frattura che sembra aver sgretolato ogni certezza? Quanto dipendiamo dallo sguardo degli altri?
L'eros si trasforma così in uno strumento di indagine dell'identità. Alternando ironia, malinconia e riflessione, Gardini affronta anche il tema della solitudine dei nostri tempi in cui, nonostante le infinite possibilità di contatto, il rischio rimane quello di sentirti profondamente soli. Le app, le avventure occasionali, i messaggi WhatsApp diventano il tentativo quasi inutile di riempire un'assenza che ha radici ben più profonde. Si evidenzia una sorta di divario generazionale, in cui il protagonista si scontra con l’istantaneità dei corpi e delle interazioni digitali.
“A voi di me non interessava proprio niente?”. Una domanda semplice e devastante allo stesso tempo. Nessuna condanna o giudizio, ma una semplice presa d’atto da parte di chi, per sua natura, tende a investire emotivamente in modo diverso. Dietro queste parole c’è il desiderio profondo di essere conosciuti. Per il protagonista l'amore si nutre anche della curiosità: con la volontà di attraversare il vissuto dell’altro, di comprenderne l'essenza, di attribuire valore alla sua esistenza. È in questo senso che la frase “Alle persone bisogna far domande! Sennò, che cosa rimane?” assume un valore centrale. Perché fare domande significa riconoscere che la vita dell'altro conta.
Davanti a queste pagine è impossibile non pensare ad alcuni passaggi di John Fante o Emmanuel Carrère, dove il bisogno ancestrale di essere amati si intreccia fatalmente con quello di essere visti nella propria interezza.
Il testo è costellato di passaggi che colpiscono per lucidità e intensità, al punto da riuscire a trasformare l'esperienza individuale del protagonista in qualcosa che smette di appartenere soltanto a lui, per diventare potenzialmente di tutti. Questo accade nonostante molte delle vicende raccontate possano risultare molto distanti dal vissuto di chi legge. Sentimenti, emozioni, malessere, paure e aspettative risultano invece profondamente comuni.
“L'amore non è mai una garanzia”, sembra suggerire il libro in più momenti, ma è forse l'unica forza capace di dare forma e senso a una vita. È proprio questa stratificazione di temi, sostenuta da una voce narrante intensa e vulnerabile, a rendere Daddy un'opera che va ben oltre la sua trama, invitando il lettore a fermarsi, sottolineare, tornare indietro e interrogarsi insieme al protagonista.
Nel titolo e nel romanzo, il “daddy” non è semplicemente un padre: è la figura dell’uomo più maturo che, all’interno di una relazione affettiva e sessuale, assume un ruolo di guida, protezione e riferimento emotivo. I “cuccioli” sono invece i partner più giovani, attratti non solo dall’età ma anche dall’esperienza, dalla sicurezza e dall’autorevolezza che il daddy rappresenta. Definizioni, come ha spiegato più volte lo stesso autore, che appartengano a una precisa cultura relazionale del mondo gay.
Dopo la morte di Alex, il compagno con cui ha condiviso oltre tre decenni, il protagonista si ritrova a fare i conti con un'assenza che sembra inghiottire tutto. Non viene meno soltanto la persona amata. Si incrina l'equilibrio costruito insieme, vacilla il senso del presente e perfino l'immagine che ha di sé. È un uomo che sa cosa significa impegnarsi per costruire una vita con qualcuno. Ha sperimentato la continuità, l’intimità quotidiana, la condivisione di un progetto comune. E poi l’ha perduta.
Il protagonista parte dal sesso per cercare di ritrovare, in qualche modo, ciò che non ha più, perché porta con sé un’attitudine all’amore plasmata da trent’anni di cammino condiviso.
L'incontro con Adrians, tramite l’app d’incontri Grindr a cui è stato “spinto” dall’amica di sempre Monica, “un cucciolo” molto più giovane di lui, sembra aprire una possibilità inattesa, quella di un nuovo inizio. Una rinascita. Attraverso Grindr incrocia anche altri uomini oltre ad Adrians. Tuttavia, ciò che emerge con forza non è tanto la quantità degli incontri, quanto il diverso modo di viverli. Per alcuni sembrano episodi destinati a consumarsi rapidamente; per lui diventano storie, volti e vite da custodire nella memoria.
Ma Daddy non è il racconto di una conquista. È il racconto del bisogno umano di incontrare qualcuno disposto ad andare oltre la superficie. Di trovare uno sguardo capace di riconoscere le nostre ferite, di aiutarci a comprendere chi siamo e dare un senso a una mancanza che affonda le sue radici in un tempo molto lontano.
Tra gli aspetti che più sorprendono in Daddy c’è la rapidità con cui il lettore smette di leggere una storia d'amore tra uomini e inizia a leggere una storia d'amore. Punto. L'omosessualità non scompare. Rimane parte integrante dell'identità dei personaggi e della loro esperienza, ma diventa marginale, un dettaglio. Ciò che emerge è l'universalità dei sentimenti: l'attesa, la speranza, l'idealizzazione, la gelosia, la nostalgia, la paura dell'abbandono, il desiderio di essere scelti. La sofferenza che nasce quando ci si accorge che l'altro attribuisce alla relazione un significato diverso dal nostro. Sono emozioni che appartengono all'essere umano prima ancora che all'orientamento sessuale. Ed è forse questo uno dei risultati più alti raggiunti da Gardini.
“A voi, ragazzi meravigliosi, qui mi rivolgo, anche se non mi leggerete mai, e vi dico questo: che io le vostre vite le avrei tenute strette a me; che io non vi avrei mai lasciato andare. Dovevo dichiararvelo, anziché fingere che foste routine, che fossimo io e voi pagliacci nel circo di Grindr. Quando, dopo il sesso, mi diceste che sareste tornati a trovarmi (me lo avete anche scritto su WhatsApp nei giorni seguenti), io, ancora una volta, ci cascai. Come fate a mentire così? Come fate a non temere di essere dimenticati? Non vi spaventa il tempo divoratore? La fine delle cose? La morte? Vi scrissi di nuovo solo per darvi questo messaggio: 'Io non ho dimenticato'”.
La memoria diventa così una forma d'amore. Ricordare significa continuare a custodire l'esistenza dell'altro anche quando l'altro è ormai lontano. Significa attribuire significato. Conservare. Anche quando non ci viene restituita la stessa attenzione che doniamo all’altro.
È qui che emerge un altro tema fondamentale del romanzo e cioè l'empatia, che è allo stesso tempo un dono e una condanna. È la capacità di vedere davvero le persone, di sentirne l'essenza al di là dei ruoli, delle definizioni e delle etichette. Una sensibilità che rende chi la possiede più esposto alle delusioni, ma che contribuisce, allo stesso tempo, a rendere infinitamente più ricca l'esperienza umana, proprio grazie a quella naturale predisposizione di percepire tutto con grande intensità.
Ecco che quel “Io non ho dimenticato” diventa una dichiarazione identitaria. È il modo di stare al mondo di chi si lascia toccare davvero dagli incontri e dalle esperienze che fa.
Accanto alla figura di Adrians emerge quella di Fabrizio, per certi versi, il suo “daddy”, incontro decisivo dell'adolescenza e origine di una ferita destinata a riaffiorare per tutta la vita. Molti anni dopo il protagonista arriverà a scrivere: “Ancora mi domando come sarebbe potuta essere la mia vita se non avessi trasformato quell'uomo nell'idea stessa di vita.”
Una frase straordinaria, perché non parla soltanto del primo amore. Parla della nostra tendenza a trasformare alcune persone in simboli. A investire di significati assoluti figure che finiscono per rappresentare molto più di ciò che sono realmente.
Alex rappresenta l'amore vissuto; Fabrizio, l'amore immaginato; Adrians, la possibilità di rinascere dopo la perdita, ma con il pericolo di scambiare una possibilità per una promessa. Al tempo stesso, in Adrians si riflette una figura complessa: non solo un amante, ma il simbolo di quel figlio che andava amato. Tre figure diverse che finiscono per raccontare tre diverse forme dello slancio emotivo umano. A fare da sfondo alla vicenda c'è poi il rapporto con il padre. Una presenza dolorosa e ingombrante. Un uomo incapace di accettare l'omosessualità del figlio e di accettare il valore dell'amore che lo lega ad Alex. Ma anche qui Gardini evita scorciatoie e semplificazioni.
Tra i molti temi affrontati dal romanzo, uno appare particolarmente attuale. Viviamo in un presente in cui i rapporti sembrano aver perso peso e in cui si ha paura di investire sulle emozioni e sui sentimenti. Impossibile non chiedersi se il timore risieda nel non volersi impegnare o nella paura di soffrire.
Daddy non offre risposte semplici, mostra però un uomo che continua a esporsi a legami emotivi anche dopo aver conosciuto la perdita, il rifiuto e la delusione. Un uomo che ama e basta. Con coraggio.
È difficile non provare un crescente affetto per questa voce narrante. Non perché sia perfetta. Non perché abbia sempre ragione. Ma perché accetta di mostrarsi nelle proprie zone d’ombra, nelle proprie illusioni e nelle proprie dipendenze affettive con una rara sincerità.
Di Daddy non restano Grindr o il sesso. Restano le domande che girano nella testa, la tenacia di chi continua ad amare e desiderare la profondità rispetto alla superficie. Resta la tenerezza per il protagonista. Per la sua ostinazione. Per la sua capacità di continuare a credere nell'amore anche dopo aver conosciuto la perdita. E forse è proprio questo il dono più grande del romanzo: ricordarci che la sofferenza non è il contrario dell'amore. Spesso ne è il prezzo. E che, nonostante tutto, esistono storie che anche dopo essere finite ci permettono di dire: “È stato bellissimo.”

