“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia”.
Queste parole di Antonio Gramsci hanno più di cento anni, ma mai come oggi suonano attuali, necessarie. Occorre schierarsi, prendere posizione, combattere per le proprie idee. Un invito che vale per tutti e, a maggior ragione, per coloro, artisti, musicisti, letterati, divi del cinema e della TV, che hanno una posizione sociale di rilievo, quel megafono, cioè, che amplifica, soprattutto in questo mondo social, ogni concetto veicolato.
Una premessa, questa, che vale anche quale anche spunto di riflessione, per introdurre la recensione di Days of Ash, nuovissimo EP pubblicato dagli U2 lo scorso 18 febbraio, attraverso il quale, la band irlandese sale sulle barricate, come non faceva da tempo, affrontando urgenti temi politici che riguardano i giorni oscuri che stiamo vivendo. Attraverso cinque canzoni e una poesia musicata, la band punta il focus della narrazione su Minneapolis, Iran, Cisgiordania, Israele e Ucraina, definendo i brani «sei cartoline da un presente che non vorremmo vivere».
Ispirati, probabilmente, da quei musicisti che la faccia ce l’hanno già messa, senza timore di schierarsi per la pace e la non violenza, criticando aspramente Trump e il governo israeliano (Bruce Springsteen, Roger Waters, Billy Bragg, etc.), anche Bono e soci, più volte criticati per le loro tiepide, se non insussistenti critiche al genocidio perpetrato a Gaza, scendono in campo con coraggio e dicono la loro, attraverso venticinque minuti di musica che, a dispetto di loro pubblicazioni più recenti, sembra aver ritrovato un’antica magia.
Niente di travolgente, ma sicuramente un dischetto che ci restituisce una band in palla e con le idee chiarissime.
L’inziale "American Obituary" è una canzone rock asciutta e vibrante, il cui suono della chitarra di The Edge richiama i tempi antichi in cui la band irlandese spaccava il mondo. Il testo racconta della morte a Minneapolis di Renee Good a opera degli agenti dell’ICE, ed è diretto, appassionato, chiaro nella sua condanna di una violenza senza senso.
Renee Good, nata per morire libera
Madre americana di tre figli
Il sette di gennaio
Una pallottola per ogni figlio, vedi
Che colore ha il suo occhio
930 Minneapolis
Per profanare la felicità domestica
Tre proiettili a raffica, tre bambini baciati
Renee, terrorista di casa?
Ciò che non puoi uccidere, non può morire
L’America insorgerà
Contro i bugiardi
"The Tears Of Things" è una ballata oscura e drammatica, in cui si immagina il dialogo fra Michelangelo e il suo Davide in chiave pacifista e antifascista (“Mussolini venne a vedermi, un’ombra al suo fianco”): è la bellezza delle cose, la bellezza dell’arte che piange di fronte a un mondo che non smette di correre verso l’autodistruzione, mietendo vittime in nome di folli totalitarismi, appoggiati dal complice silenzio della religione.
Sei milioni di voci zittite in soli quattro anni.
Il canto silenzioso della Cristianità,
così forte che tutti lo sentono.
Prima del fragore, prima dell’esplosione,il fetore e la vergogna,
c’è un suono di urla e lamenti
che grida il tuo nome.
Sono Davide, non Golia, sono nato a Betlemme,
e non c’è un noi se non c’è un loro.
"Song Of The Future" è un mid tempo pop rock, in cui la band irlandese racconta, attraverso un ritornello solare e di facilissima presa, la storia di Sarina Esmailzadeh, studentessa iraniana che nel 2022 è scesa in piazza per protestare dopo l’uccisione di Jina Mahsa Amini e che a sua volta è stata picchiata a morte dalla polizia. Il testo è diretto, emozionato, il tema è quello che certi eroi solitari non sono morti invano, perché il ricordo terrà vive, per sempre, nei nostri cuori, le loro indomite azioni.
Sarina Sarina
È la canzone del futuro
Risuona nella mia mente
Devo sapere, devo trovare un modo per raggiungerla
Sta tenendo alto il cartello
Tutta sola
Tutta sola
Ma non sola
Sì, non siamo soli
Sarina Sarina
È la canzone del futuro
In scaletta compare "Wildpeace", una poesia firmata dall’israeliano Yehuda Amichai e recitata dall’artista nigeriana Adeola Soyemi (Les Amazones d’Afrique) su musica degli U2 e di Jacknife Lee, che ha prodotto l’EP. Sono versi duri, che fotografano un mondo in cui la violenza e la morte sono ormai il pane quotidiano anche dell’infanzia (“E mio figlio gioca con una pistola giocattolo che sa Come aprire e chiudere gli occhi e dire Mamma”), ma che trovano nel finale un auspicio di pace e di speranza:” Lascia che arrivi, come i fiori selvatici, all'improvviso, perché il campo deve averla: pace selvaggia”.
"One Life At A Time" è un’altra grande canzone, una ballata tesa e drammatica, le cui note risuonano malinconicissime mentre Bono canta di Awdah Hathaleen, attivista palestinese e consulente del documentario No Other Land, ucciso nel suo villaggio in Cisgiordania, il luglio scorso, da un colono israeliano.
Un cuore che ascolta è una mente che cresce
Il tempo non passa, aspetta fermo
Finché non ti incontra faccia a faccia
Un luogo di pace non è mai fermo
La fede per arrampicarsi su ogni collina
Chiude la scaletta "Yours Eternally", la canzone più pop del lotto, in cui Bono e The Edge vengono affiancati dal musicista e soldato ucraino Taras Topolia, oltre che da Ed Sheeran, che dopo l’invasione russa ha messo in contatto gli U2 con l’artista ucraino e la sua band che si chiama Antytila. La canzone è stata scritta sotto forma di lettera di un soldato:
Non dormire
Non pensarci nemmeno
Non c'è bisogno
Forse un po'
Sogna ancora
Di svegliarti libero
Come possiamo essere
Dimentica
Qualunque cosa non vada bene
Rimpiangi
Non rimpiangere nulla
Non scommettere
Di liberarti di me
Eternamente tuo
E’ con questo messaggio di speranza che si chiude il lavoro di una band a cui, una ritrovata passione politica, sembra aver fatto un gran bene. Non c’è nulla di sconvolgente in queste canzoni, ma sono finalmente veraci, dirette, traboccanti di sincera passione. Perché schierarsi, lo ribadiamo, non solo fa bene all’arte, infiamma il cuore, pulsa nuovo sangue nelle vene ma, soprattutto, possiede il potere di stimolare le coscienze, aprire gli occhi di chi non vuole vedere e le orecchie di chi non vuole ascoltare, strattonare il dormiente, convincere lo stolto.
Come Springsteen, gli U2 hanno il merito di coagulare intorno alla loro musica una nuova resistenza che, se troverà sempre nuove voci disposte a una lotta di pace e d’intelletto, forse, dico forse, avrà finalmente la forza di cambiare il mondo.

