
Due cose, tra le tante, ci ha insegnato Melville grazie a Moby Dick. Che alla natura non le devi rompere i maroni e che, nella nostra, di natura, c’è anche l’innato anelito a farlo. E se la natura (quell’altra) poi si prende qualcosa in cambio, se non la nostra vita stessa, c’è poco da lamentarsi. La natura con la enne maiuscola è neutra e si comporta come tale. Siamo noi, piuttosto, a essere ossessivi. Un atteggiamento che, se vogliamo darci delle arie, possiamo chiamare hybris.
Quanto è meglio piuttosto starsene a riva a contemplare la tempesta, a lasciarci condizionare l’umore dai cavalloni e a far corrispondere il ritmo dei pensieri a quello delle onde e, quando sappiamo mettere in fila quattro accordi su una chitarra, approfittarne per comporre delle canzoni tristissime a corredo di tutto ciò. E se il mare che abbiamo davanti (e dentro, ça va sans dire) è l’Oceano Pacifico, il piano di ispirazione diventa infinito e certe domande (già in partenza prive di risposta, ma tant’è) una volta lasciate fluttuare come lanterne volanti verso il limite imposto dalla curvatura terrestre, è facile che si inabissino sublimando in succulente prede per i capodogli albini, proprio come quello di Melville.
Alec Duckart da Portland, Oregon, il mare ce l’ha persino nel nome d’arte, Searows. Dal ponte di un immaginario Pequod (che fino al suo album di debutto stava tutto compresso in un metaforico rimessaggio ubicato dentro la sua cameretta) ha la visuale sufficientemente libera per confermare che sì, la faccenda della balena ha a che fare con la morte, quindi per forza di cose con la vita, e che questo, tutto sommato, è una fortuna perché ci permette di venire qui a raccontarlo.
Death in the Business of Whaling arriva a quattro anni di distanza da Guard Dog. Un’opera forte della produzione di Trevor Spencer, regista già presente tra i credits di lavori di un talento come Father John Misty, e dell'endorsement di mentori della caratura e dell’hype di Ethel Cain e Gracie Abrams, artisti con cui Searows ha condiviso il palcoscenico. Ma la potenza intima della tracklist di questo disco la percepiremmo lo stesso anche se l’evoluzione stilistica non ne ampliasse così smodatamente (ma considerata l’indole dell’autore, involontariamente) le ambizioni.
Le canzoni prive di sollievo di Searows, nel nuovo lavoro, si dissipano come ombre proiettate sullo spazio che ci separa da lui. Involucri riempiti della sua stessa sostanza in una dimensione in cui il tempo dei brani si dilata così tanto da doverlo trascinare, scandito dal ritmo sommesso delle onde e dagli strumenti acustici ed elettrici che si alternano ovattati dalla nebbia. Proprio come le correnti del Pacifico, in uno stato d’animo di sconforto epico e drammatico.
La caccia a tutte le metafore del cetaceo più resiliente della storia della letteratura universale ci aspetta già nella prima traccia, "Belly of the Whale", grazie a un importante banjo che, complice il bordone di violoncello che con suoni distesi fa il verso alle sirene delle imbarcazioni in balia della risacca, trasmette la vastità degli spazi che l’hanno ispirata, collocando il brano nell’empireo dei grandi del folk, genere che Searows dimostra di saper maneggiare con disinvoltura anche in certi passaggi di “Photograph Of A Cyclone” e “In Violet”.
Ci sono anche momenti più familiari per chi pratica il suo approccio artistico permeato da una malinconia senza ritorno dipinta con chitarra, voce e poco più, come "Kill What You Eat”, “Dirt” e la conclusiva “Geese”, e una manciata di restanti canzoni (in tutto sono solo nove) in cui emerge un sorprendente temperamento grunge intelligentemente controllato e light, una piacevole novità che aggiunge valore al disco. È il caso di “Hunter”, “Dearly Missed” e “Junie”, gli episodi più avvincenti dell’album.
Death in the Business of Whaling è un disco che non ha alcuna velleità di fare sconti al messaggio di disperazione che si promette di accompagnare fuori dalle rotte sicure. E mi auguro che nessuno rivendichi qualche pretesa diversa. È il mare stesso (la morte sua, potremmo scrivere, se non sembrasse una freddura di dubbio gusto) e Searows continua a starci dentro, in piedi, a scrutare nell’occhio del ciclone senza mai promettere di trovare uno scopo. E ci sembra di sentire - dalla voce fluida di questo Ishmael della generazione zeta che, dall’isolamento di una stanzetta di Portland, è salpato per attraversare distanze colossali - lo stesso rinnovato ammonimento che da secoli, dal libro di Melville risalendo a ritroso la letteratura, fino almeno a Ulisse e oltre, si reitera e preoccupa gli esseri umani. “Chi lo vuole se lo prenda, il mio corpo”, ci sembra di sentirlo cantare. “Prendetevelo pure, vi dico, tanto mica sono io, quello”.

