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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
12/10/2026
Steve Cropper
Dedicated – A Salute to the 5 Royales
La recente scomparsa dello storico chitarrista degli MG's ha lasciato un vuoto incolmabile. Grazie a Re-Loudd andiamo a rivivere uno dei suoi album più intensi, Dedicated.

«I riff di chitarra erano perfetti, e i brani da lui composti sono tra i migliori del repertorio musicale americano. Nelle interviste, Steve minimizzava sempre la sua abilità, tuttavia ciò che ha offerto al mondo della musica va ben oltre l’abilità tecnica e supera di gran lunga il contributo di innumerevoli chitarristi da lui stesso definiti più bravi di lui»

(Warren Haynes)

 

La sua sei corde ha scandito dal 1961 a oggi il soul, il funk, il blues e il rock con la stessa facilità e perizia. Indubbiamente Steve Cropper è tra i migliori chitarristi che la scena musicale della seconda metà del Novecento abbia prodotto.

Conosciuto soprattutto per la militanza negli MG's di Booker T. Jones e nei Blues Brothers, “The Colonel” è uno degli artisti che ha maggiormente contribuito allo sviluppo del sound di Memphis. Ricercato session man, ha lasciato il segno in centinaia di hit, accompagnando in tour la crema degli interpreti soul, fra i quali una vera colonna del genere, Solomon Burke.

 

Abituati a vederlo brillare come virtuoso, interprete e compositore al servizio del frontman di turno, fa piacere commemorarlo analizzando un suo bellissimo lavoro del 2011. Dedicated per una volta capovolge i ruoli e vede Cropper con la sua chitarra introdurre in ciascuno dei pezzi un ospite, o meglio un cantante, perché lui la voce nella sua carriera non ha mai praticamente voluta metterla in vetrina, a parte cimentarsi nei cori, come avvenuto anche per questo progetto.

In realtà Dedicated è una sorta di tributo ai 5 Royales, gruppo doo wop degli anni Cinquanta, a cui si era appassionato in gioventù, che con quel misto di r&b e rock 'n' roll faceva da cornice a voci melodiche che si lanciavano spesso in testi strappalacrime. Il doo wop prende il nome da quelle espressioni nonsense, spesso onomatopeiche, introdotte nelle canzoni di quegli anni, cose come “ding dong”, “dum bop-dum bop”, che in qualche modo richiamavano con fare più scherzoso lo scat jazzistico.

Allestita una band ad hoc, con i due Steve, Jordan e Ferrone, alla batteria, Spooner Oldham all’organo e al piano, David Hood al basso, Steve si diverte con i caratteristici riff mentre si alternano le voci delle star invitate.

 

Si comincia con “Thirty Second Lover”, in cui interviene uno dei re della musica psichedelica, Steve Winwood, segue “Don’t Be Ashamed”, con la splendida interpretazione di Bettye LaVette (più avanti formidabile nella brillante “Say It”), in duetto con Willie Jones, per poi lasciare il posto a gente del calibro di B.B. King con la sua Gibson “Lucille” in coppia con Shemekia Copeland (“Baby Don’t Do It”), Sharon Jones (“Come On & Save Me”, insieme a Dylan Leblanc, e “Messin’ Up”), Delbert McClinton (“Right Around the Corner”) e Brian May (“I Do”), anch’egli con la sua inseparabile sei corde, la “Red Special”.

Risulta subito evidente, ed è la peculiarità di tale opera, che ogni special guest viri il brano alla sua maniera, regalando spesso chicche notevolissime: è il caso di “Dedicated to the One I Love”, e “When I Get Like This”, ove Lucinda Williams prima in coppia con Den Penn (quest’ultimo spettacolare pure in “Someone Made You for Me”), e poi in solo dà veramente il meglio di sé.

L’unico vezzo del padrone di casa sono un paio di riuscitissimi strumentali nei quali ha voluto cimentarsi da solo: “Help Me Somebody” e “Think”, due ciliegine su una torta già molto gustosa.

 

Rimangono da ricordare la dolce e speziata “My Sugar Sugar”, con uno spiritato John Popper all’armonica, e “The Slummer the Slum”, regno di Buddy Miller con la felice intrusione di Keb’ Mo’, spesso ai cori (ma senza chitarra, ahimè!) anche in altre canzoni.

Un tripudio di chitarre, una festa tra vocalizzi e grandi interpretazioni per un album che merita un posto importante nella discografia di un grande artista, la cui dipartita, sul finire del 2025, lascia un vuoto incolmabile.