Dieci brani per poco più di quaranta minuti. Dementia procede per scarti, accelerazioni, improvvise cadute nel vuoto. L’ascolto dell’ottavo disco dei Sick Tamburo restituisce l’impressione di una mente che perde orientamento, un pensiero che vacilla e fatica a restare compatto. Il titolo del disco indica subito il campo in cui si muove: quello della demenza.
Nella cultura latina dementia indicava lo smarrimento della ragione, una mente che perde misura. Seneca usa il termine per descrivere una follia collettiva: gli uomini inseguono potere, denaro, fama e si allontanano dall’equilibrio interiore. Un’altra lettura emerge nel De rerum natura di Lucrezio: la mente è parte materiale del corpo, soggetta a processi fisici che producono delirio, perdita di coscienza, confusione. Nella peste di Atene questa fragilità diventa collettiva: la malattia colpisce i corpi e destabilizza le menti. Dentro Dementia dei Sick Tamburo queste due dimensioni si incontrano: la mente che perde orientamento e il corpo è attraversato da scosse improvvise. L'album si muove esattamete all'interno di questo spazio instabile.
Pubblicato per La Tempesta Dischi, il disco della band guidata da Gian Maria Accusani procede come un flusso emotivo teso e compatto. I brani aprono crepe nella percezione, piccoli cortocircuiti che spezzano la linearità dell’ascolto. Al centro resta la scrittura di Accusani, uno dei nuclei più riconoscibili del progetto Sick Tamburo: frasi dirette, immagini secche e immediate, parole che arrivano dritte e restano addosso.
Dentro Dementia compaiono figure sospese, personaggi che attraversano le canzoni come apparizioni rapide. Entrano nella scena, lasciano affiorare un frammento di vita e poi spariscono. Quello che resta è una scia emotiva, una tensione che continua a vibrare dentro il suono del disco.
Apre il disco “Mi gira sempre la testa”. Fin dalle prime battute il brano introduce una vertigine che nasce dal corpo e risale al pensiero. Il ritornello insiste su quella sensazione di instabilità: qualcosa non gira, qualcosa sembra mancare. Resta sospesa la domanda che attraversa il brano e che apre simbolicamente tutto il disco: perché ci siamo persi?
“Silvia corre sola” prosegue il movimento del disco concentrandosi su una figura in fuga. Silvia corre senza meta, con i suoi occhi tristi, spinta da una mancanza che il brano non prova mai a colmare. Il brano procede per immagini rapide: il paese, i cani che la accompagnano, gli sguardi che si incrociano. Poi il cimitero, le parole rivolte a chi non c’è più, un silenzio che trattiene ogni lacrima. Il ritornello insiste su questo movimento continuo. Dentro Dementia la corsa di Silvia diventa una forma di inquietudine che non trova tregua. Corre ancora. E non si fermerà.
Il centro emotivo del disco si condensa in “Ho perso i sogni”. Il brano si apre su ricordi intimi: notti insonni a parlare d’amore, mani che si stringono, un passato che sembra ancora vicino. Poi il racconto si allarga e cambia prospettiva. Le immagini diventano più dure: macerie, guerra, paura. La voce arriva fino allo sguardo di un ragazzo di tredici anni che prova a orientarsi mentre tutto intorno sembra cedere. Il ritornello insiste sulla frase del titolo e la trasforma in un refrain che ritorna con ostinazione. Dentro Dementia quella perdita diventa una ferita che continua a riaprirsi lungo il disco.
“Non c’è pace” raccoglie e concentra la disperazione che attraversa il disco. Il brano avanza con passo lento, quasi esausto, mentre la voce racconta un corpo che si spegne poco alla volta. Le mani non rispondono più, gli occhi si svuotano, ogni gesto sembra consumato dalla stanchezza. Il ritornello torna a incidere sempre la stessa frase: "non c’è pace qui per me". Ripetuta più volte, quella linea diventa il punto di massima esposizione emotiva del brano. Dentro Dementia suona come un momento di resa, quando la tensione accumulata lungo il disco trova finalmente una voce diretta.
Quando la memoria vacilla anche le cose più semplici diventano irriconoscibili. Volti, nomi dei figli, oggetti quotidiani perdono contorni. In “Immagina se” questa paura prende forma e diventa una domanda che attraversa tutto il brano: immaginare il giorno in cui non si riconoscerà più il mondo intorno. La perdita della memoria si trasforma così in una frattura che coinvolge identità e affetti, ciò che tiene insieme una vita. Dentro questa fragilità resta però un filo sottile: il desiderio di continuare a raccontarsi, di restare presenti finché la memoria regge. In Dementia il brano porta il tema del disco su un terreno intimo e quotidiano.
Sul piano sonoro il disco resta dentro l’universo dei Sick Tamburo. Chitarre compatte, ritmiche tese, una linea melodica che continua a emergere anche nei passaggi più ruvidi. L’alternative della band si muove tra impulso punk e atmosfere indie rock, con accenti post-punk che danno ai brani un’andatura nervosa e circolare. Le strutture restano essenziali: riff immediati, ritornelli che si fissano rapidamente nella memoria, arrangiamenti asciutti. Dentro questa tensione prende forma uno dei tratti più riconoscibili del gruppo, l’incontro tra melodia pop e nervo punk. La voce di Gian Maria Accusani attraversa il disco con un tono diretto e confessionale. Attorno resta un suono compatto, fisico, che tiene insieme energia elettrica e aperture melodiche senza perdere intensità.
La chiusura arriva con “Dementia”. La title track è un brano strumentale che, nei suoi sei minuti e mezzo, raccoglie e riorganizza le tensioni accumulate lungo il disco. Dopo la pressione emotiva delle tracce precedenti, il suono si distende lentamente, come se l’ascolto trovasse finalmente uno spazio più ampio per respirare. Le linee sonore si allargano e restano sospese, senza cercare una vera risoluzione.Il finale assume così un carattere meditativo. Un’energia più quieta prende il posto della tensione iniziale e continua a vibrare anche dopo l’ultimo accordo, lasciando il disco in una sospensione aperta.
La copertina disegnata da Davide Toffolo amplifica l’atmosfera del disco. Il tratto è netto e inquieto, incorniciato dalla grafica di Paolo Proserpio. L’immagine è costruita per frammenti: linee che tagliano la figura, piani geometrici sovrapposti, colori accesi che spezzano lo spazio. Al centro un corpo attraversato da diagonali che ne fratturano la forma. Il volto, coperto dal passamontagna legato all’immaginario dei Sick Tamburo, si moltiplica tra diversi piani dell’immagine. Attorno emergono dettagli isolati: un occhio, una mano, segni che disturbano l’equilibrio visivo. Ne nasce una percezione instabile, come se l’immagine fosse filtrata da una mente che fatica a ricomporre ciò che vede. Anche visivamente la copertina traduce il nucleo di Dementia: identità spezzate, realtà incrinata, frammenti che cercano di restare insieme mentre tutto tende a disperdersi.
Con Dementia i Sick Tamburo trasformano fragilità e smarrimento in materia sonora. Le crepe della mente diventano canzoni. Scosse, pause e lampi di lucidità tengono insieme un lavoro che continua a risuonare anche dopo l’ultimo ascolto. Nel fondo resta una consapevolezza più cupa: la frattura non si ricompone del tutto. Il pensiero si incrina, la memoria vacilla, l’equilibrio resta sempre sul punto di cedere. Dementia abita questa soglia fragile, dove la mente perde direzione e il silenzio prova a farsi largo. Eppure, dentro questa oscurità, resta acceso qualcosa. Un bagliore minimo, ostinato. Poco, ma sufficiente per continuare a orientarsi anche nel buio.
