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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
28/10/2026
Live Report
Dirty Three, 27/10/2026, Teatro Comunale, Vicenza
Quello di Vicenza è il primo concerto del tour europeo dei Dirty Three, che in Italia mancavano da dodici anni, e per vederli valeva la pena di mettersi in viaggio. A voi il racconto della serata psichedelica in compagnia del violino di Warren Ellis, della chitarra di Mick Turner e dalla batteria di Jim White.

Prima serata della prima edizione di AMP (Altri Mondi Possibili), a Vicenza, tra musica, incontri, dibattiti e installazioni, con la psichedelia come tema portante di quest'anno. Il festival, come ci è stato detto nell'introduzione, vuole essere anche un altro modo possibile di raccontare la città, attraverso un'altra prospettiva, ed è proprio questo il senso del video di Marco Dal Maso che viene presentato all'inizio della serata, una serie di dinamiche istantanee di Vicenza e della ricchezza multiforme dei suoi abitanti.

Il Teatro Comunale, che non avevo mai visto, è una sala nuova e piuttosto capiente, davvero molto bella, e seppur non si sia registrato il tutto esaurito il pubblico è comunque abbastanza numeroso e, dato fisiologico, arriva da ogni parte d'Italia (e non solo) e i vicentini sono pochissimi: lo ha verificato proprio chi ha presentato la rassegna, chiedendo di alzare la mano a chi abitasse in città. 

Non stupisce, perché quello di Vicenza è il primo concerto del tour europeo dei Dirty Three, che in Italia mancavano da dodici anni, e per vederli vale la pena mettersi in viaggio.

 

Sul palco sale dunque la band di Melbourne, trio nato nel 1992 attorno al violino di Warren Ellis, affiancato dalla chitarra di Mick Turner e dalla batteria di Jim White. Niente voce, anche se ad una musica prettamente strumentale viene saltuariamente affiancato, nei dischi, qualche brano cantato da ospiti invitati per l'occasione. Di solito però la melodia portante è affidata al violino di Ellis, che negli anni è diventato anche una presenza fissa accanto a Nick Cave, nei Bad Seeds di cui ultimamente è ormai di fatto il braccio destro e il direttore musicale dei concerti. 

Fin dalle prime note colpisce la resa sonora, ottima, con suoni molto distinti e un'acustica davvero notevole che valorizza ogni aspetto strumentale del gruppo, a volumi sufficientemente alti da farsi sentire senza mai diventare un problema. 

Ed è subito evidente che la forza dei Dirty Three sta nell'insieme, più che nelle pur eccellenti capacità dei singoli, tre strumentisti preparati e padroni del proprio strumento che suonano insieme da trentacinque anni, come ha ricordato lo stesso Ellis dal palco: un'intesa che si sente effettivamente in ogni passaggio. 

 

Il feeling è decisamente psichedelico e a tratti sa di improvvisazione, anche se in realtà si tratta di una performance molto studiata. Suonano le canzoni del loro vasto repertorio, trattandole però in modo da allungarle e dilatarle, con parti più libere in mezzo che non perdono mai di vista la trama del brano in scaletta. 

Ne è un esempio la scelta di cominciare con le prime tre sezioni della suite che di fatto occupa per intero l'ultimo Love Changes Everything, uscito nel 2024. 

Quello che più impressiona è l'energia, a tratti quasi un muro di suono che non sembra possibile da parte di soli tre musicisti, ma ancora di più la gradualità con cui riescono a passare dai momenti elettrici, rumorosi e aggressivi a quelli più raccolti. 

Jim White è veramente un batterista incredibile e pesta parecchio, con ritmi indiavolati ma anche con pattern irregolari che sembrano andare per conto loro, tanto che a volte pare davvero staccarsi dagli altri, per poi scoprirsi perfettamente in sintonia con loro (il tutto appare ancora più incredibile quando si vede il suo drumkit minimale, limitato giusto ai pezzi più importanti, ma che riesce ogni volta a far suonare in maniera diversa). 

Nei passaggi più energici la chitarra di Mick Turner graffia di più e il violino vortica come impazzito, badando più al volume e alla potenza del suono che alla melodia. In altri momenti invece Warren Ellis si siede al piano e detta lo schema melodico agli altri due, che lo seguono: accade soprattutto durante l'esecuzione dell'ultimo disco, che è nel complesso più riflessivo e meno movimentato rispetto alle ultime cose, e sono le fasi in cui i Dirty Three lambiscono il jazz, si fanno più atmosferici e senza dubbio più suggestivi. 

 

Il risultato è un lungo flusso che si snoda attraverso un numero ridotto di brani, tutti di durata considerevole, e quando si abbandonano al potere della musica che creano, il concerto tocca vette altissime di bellezza e di intensità. 

Il problema è che in altri momenti tutto diventa molto più sfilacciato, ed è quando al musicista Warren Ellis subentra il personaggio: vedendoli per la prima volta dal vivo non so se sia sempre stato così o se sia un ruolo assunto negli ultimi anni con Nick Cave, quando è diventato molto conosciuto e amato dal pubblico, ma l'impressione è che oltre a essere il leader dei Dirty Three avesse una gran voglia di fare l'istrione, a metà tra lo sciamano e il maestro di cerimonie.

Lo si vede anche nei movimenti, con quella gamba che porta avanti e indietro e che fa quasi pensare a Ian Anderson dei Jethro Tull, mentre Turner e White restano decisamente più compassati e concentrati sul suonare. Passa dal pianoforte al violino, suonato sia con l'archetto sia al pizzicato, e tra una canzone e l'altra racconta aneddoti che, per carità, sono divertenti e interessanti, sugli inizi della band e sul rapporto con Steve Albini, con cui registrarono Ocean Songs. 

 

Il pretesto è l'esecuzione di “Sea Above, Sky Below”, dedicata proprio al produttore da poco scomparso. Albini, che li aveva scoperti e aveva accettato di produrli, a un certo punto fece loro notare che stavano suonando meno bene e in modo meno interessante di quanto si aspettasse, e disse di ricordarsi sempre cosa fossero lì a fare.

Ellis ha raccontato di essersi portato dentro quella frase fino a oggi, come una guida, e l'ha offerta come consiglio a chiunque, tra i giovani in sala, volesse mettere su una band, ironizzando sul fatto che di persone così, tra il pubblico, non ce n'era nemmeno una (abbastanza normale, a considerare la proposta del gruppo). 

Il guaio è che questa parte si è presa decisamente troppo spazio. Gli intermezzi parlati e le chiacchiere tra un brano e l'altro sono stati tanti, e il concerto, annunciato come due ore di musica senza pause, si è purtroppo sviluppato su un tempo effettivo decisamente inferiore.

Il violinista ha anche più volte guidato il pubblico, nel bel mezzo dei brani, in una sorta di mantra vocale, dal feeling tribale e liberatorio; una parentesi divertente, se considerata nell'economia gioiosa di un concerto, ma forse poco adatta ad un gruppo del genere, più focalizzato sul fascino stesso dell'esecuzione. 

Ha anche invitato tutto il pubblico a sedersi davanti, nello spazio tra la prima fila e il palco, in un clima libero e gioviale, fatto anche di continue interlocuzioni e botta e risposta coi presenti (divertente quando ha raccolto la richiesta di un fan, che chiedeva “Sue’s Last Ride”, siparietto che è continuato anche dopo aver suonato il brano in questione): sono tutti elementi che hanno influito sull'economia di un concerto che avrebbe davvero potuto essere memorabile, ma che ci ha invece lasciato con un po' di amaro in bocca ed un leggero senso di incompiutezza. 

Sarebbe stato bello se i Dirty Three avessero suonato davvero le due ore promesse, senza pause, lasciando che a parlare fosse solo la musica. Detto questo, il concerto è stato comunque bellissimo, portato avanti dal gruppo con passione e intensità, e basta vedere la forza esplosiva che sprigionano insieme per capire che, nonostante Ellis sia sembrato a tratti uscire dal ruolo di membro del gruppo per abbracciare una dimensione più libera, i Dirty Three sono un gruppo straordinario, per certi versi unico al mondo, almeno nel panorama della musica sperimentale e d'avanguardia. 

 

Un plauso doveroso, infine, va a tutto lo staff e all'entourage del Teatro Comunale di Vicenza: come hanno spiegato in un comunicato letto all'inizio del concerto, per oggi era previsto uno sciopero nazionale dei lavoratori dei teatri per protestare contro stipendi bassi e scarsi fondi destinati al settore, ma visto che il gruppo era in tour e la data era fissata da tempo, per rispetto del pubblico hanno voluto esserci perché il concerto non saltasse, restando però solidali con le ragioni dello sciopero e con i colleghi che hanno scelto di incrociare le braccia. 

Pur nella giustezza della causa di questi lavoratori, credo sia giusto ringraziarli per averci permesso di godere di una serata bellissima, che nonostante tutto, difetti compresi, ha confermato quello che sono i Dirty Three. 

E adesso speriamo solo che non passino altri dodici anni prima di vederli di nuovo. 

Per quanto riguarda AMP, l'appuntamento è senza dubbio all'anno prossimo, ma per chi fosse interessato, il programma continuerà nei prossimi giorni coi concerti di Tortoise, C’mon Tigre e Robin Hitchcock.