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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
11/04/2026
Live Report
Ditz, 09/04/2026, Monk, Roma
Sono scesi da Brighton ma hanno origini nell'Inghilterra occidentale, dirimpettai di Joe Talbot dal Galles, e per la prima data del loro nuovo tour hanno scelto la Caput Mundi, perchè lì si era fermato l'ultimo lungo giro di giostra nell'anno senza dio del 2025. I Ditz rimangono bestie da palco, fatte per sbranarlo in maniera del tutto singolare. In coda le fotografie di @forafewshotsmore

Mattinata Bukowskiana per scrivere. Il corpo cinquantenne non contiene tutti i vizi del venerdì notte, vorrei essere chiuso in un armadio e lasciato in pace, fare colazione con un sigaro Toscano di quelli più forti. E invece devo guidare fino all'aeroporto, per fortuna non sono io a volare o l'esplosione della mia testa causerebbe una strage. Quei due Negroni erano spettacolari... erano, oggi il ricordo mi crea una leggera ma sentita nausea. Poi in quella notte c'è stato canto liberatorio, amicizie sincere, corpi avvolti, forse un hamburger loffio e parole senza senso dette in un dormiveglia opaco. E nel sole del ritorno verso casa mi accorgo di stare da schifo, ma di amare la vita. E allora sornione sorrido con l'angolo della bocca. Tutto questo ha un qualcosa di lascivo e sdrucito ma maledettamente elegante ed affascinante.

E questo è esattamente ciò che si prova a seguire i Ditz. Sistemano i loro giocattoli sonori e posano le birre a terra, senza le pretese di chi deve fare entrate trionfali, ma già si vede chi comanda in sala. Appena si sistemano, l'aria si intasa dei decibel di "V70", marcia oscura e viscerale, un battito cardiaco. Cal Francis, voce e magnete del gruppo, decide che serve carburare, elargendo sorsate di vodka alle prime file. E qui si vede subito un dettaglio fondamentale, cioè che ciò che succede sul palco è posseduto da Mister and Miss Francis (in una unica "body structure") ma condiviso generosamente con il pubblico, stasera decisamente tendente al maturo e molto ben direzionato. Cal, con un gesto altezzoso del microfono, scaccia me e altri fotografi dal predellino sulla barriera e si butta tra la folla affinchè lo spirito scenda per altre gole. La comunione alla russa è servita.

Panoramica sul gruppo. Non potrebbe essere visivamente più eterogeneo di così e non potrebbe essere musicalmente più compatto di così. Caleb Remnant al basso, socio fondatore, è un misto tra un thrasher e uno skater e, seppur di parecchie lunghezze dietro, è il più dinamico dopo Cal, seguito da Jack Looker, quasi invisibile dietro la coltre di nebbia della Manica che circonda la batteria. Anton Mocock (comincio a pensare che questi nomi siano di ironica fantasia...) e Samuel Evans sono ai lati dell'azione con le loro chitarre, come colonne d'Ercole di ogni scena post-punk. Il primo sembra un ingegnere informatico che vive ancora a casa con mamma, il secondo impeccabile in abito e taglio dandy New Wave. Di Cal invece, in minigonna jeans e camicetta spagnoleggiante, non si può non notare il carisma. Ha mosse sicure ma sornione, principesche ma non arroganti, la grazia di una modella ma la voce di Nick Cave, l'anima di Kurt Cobain e il cuore di Tom Waits che passeggiano nel parco di notte barcollando. E' tutto nella sua arte, il prima e il dopo, il dubbio e la certezza. Poi accenna pose rozze giusto per ricordare che nel punk il brutto è rinascita e l'etichetta "post" non ha cancellato questo paradigma. Fatico a trovare quale pronomi scelga. Lui, lei, loro, altro... Non importa, l'insieme nella sua completezza è qui davanti e ci stà regalando ottima musica e poesie.

Con il successone "Taxi Man" esplodono la folla e la convinzione che il suono è serratissimo, perfino più "'ruoss" (direbbero in Campania e non trovo termine più utile) che in qualsiasi registrazione. Questo pezzo è bellissimissimo: è un quadro di Hopper dopo un fungo lisergico, sulle cose che succedono e non succedono nelle notti di città, ma solo nella mente di chi ci vaga. Ecco, come ieri sera. Segue "Four", tagliente critica di quando il queer era ancora (in era pre-MAGA!) di moda e veniva scambiato con moneta. Grandissime le corde metalliche che elasticamente ci scuotono.

"God on a Speed Dial" è ironica e tagliente e rivela quello che molti presenti hanno apprezzato, cioè che la batteria è semplice nei suoi tratti, quasi da principiante, ma la combinazione delle composizioni, dei cambi di ritmo, degli attacchi/rilasci ci tiene sempre e solo felicemente in attesa della prossima sorpresa. L'energia non è nel virtuosismo ma nel flusso avvolgen-travolgente. Si mettono qui in pausa le creazioni dall'ultimo album, Never Exhale, in realtà il cuore già dell'ultimo tour. Si entrà così in un periodo di Great Regression, sicuramente più sporco e viscerale degli ultimi lavori, ma a tratti ballerino (vedi e senti "Ded Würst"). Se ne accorge la sala che comincia ad entrare in orgasmo e a muoversi freneticamente, presto benedetta con una surfata liberatoria di Cal.

L'atto intermedio si chiude con una "Clocks", criptica, schizofrenica e ostile fino al finale così fortemente attuale ("until a descision had been made, from the fucking and the fighting"). E poi "Señor Siniestro" ci riporta ai lavori più recenti con un lamento nichilista, collegato nel titolo, e chissà perchè, ad un improbabile cattivo dei cartoni animati. Con "I am Kate Moss" si entra nel punto più drammaticamente intenso, almeno per come lo percepisco. E' finita l'ironia e i fumi tossici dello show-biz inquinano i pensieri e le note del gruppo. La "striking figure" da modella evocata da Cal diventa un cerino lanciato che arde nelle luci violente, spinto da basso e batteria roventi. Il respiro concesso da "Instinct" è breve, mentre con perizia e calma Cal riesce ad appendere il filo del microfono ad un tubo sul soffitto, aiutandosi con l'asta del microfono. Ora canta come se fosse l'annunciatore di un incontro di boxe che, puntuale e amichevole ma non meno violento, avviene nel ring del pogo.

Finalmente parte "The Body is a Structure". Adoro questo pezzo per la sua introspezione tra l'erotico e l'autopsia, pronto farci pensare al nostro contenitore imperfetto e a come riempirlo. E poi quei suoni perfetti, tra un basso "tangk" (C) IDLES (e certo, hanno fatto tappe insieme), i piatti pizzicati, le chitarre sdrumate e quelle in punta di plettro. Si finisce con l'anarcheggiante "No thanks, I'm Full", e si chiude così, senza saluti, senza bis, quello che tanto mi suona ancora nella testa, dolorante e felice, ancora per un bel pò.

Ci sono un paio di altri aspetti importanti e persone da ringraziare per una esperienza musicale di valore. Intanto, il suono era strabiliante (nonostante non apprezzi troppo ciò che si avvicina ai 100 dB!) e l'atmosfera del Monk sempre rilassata ed intensa. E poi i Jennifer in Paradise hanno aperto con molta più sicurezza di chi ha formato la band da nemmeno due anni. Ci hanno regalato un alt-rock figlio delle migliori band italiane anni '90 (Afterhours, o Verdena) con forti contaminazioni West Coast Punk, Nu-Metal e un pizzico di hardcore. Il loro creato è cerebrale e muscolare allo stesso tempo, bello da vedere e da sentire, forse non originalissimo nelle dinamiche, ma sicuramente mi ha fatto tornare indietro per scoprirlo meglio. Peccato per il suono che stavolta ha penalizzato i versi dell'intenso Lorenzo Marvica (ma io ero di lato, forse "è colpa mia", direbbe Capovilla), e nota di demerito per il pubblico che ha ridato solo una frazione dell'energia ricevuta. Ma devo sempre finire con una nota positiva... Forse sapevano già che la dovevano risparmiare per reggere alla botta di Ditz!

 

Le fotografie della serata di @forafewshotsmore

Ditz

 

Jennifer in Paradise

Galleria fotografica completa: https://flic.kr/s/aHBqjCQAwk