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MAKING MOVIESAL CINEMA
20/11/2019
Matteo Garrone
Dogman
Riflessione sull'uomo e sui territori, sulla mancanza di cultura e bellezza che dall'esterno riversa all'interno delle anime, squallori destinati a diventare metastasi pronte ad esplodere.

Nel passaggio dalla fiaba de Il racconto dei racconti a questo successivo Dogman, Matteo Garrone dimostra di saper maneggiare con grande maestria più di un registro e soprattutto di saper fotografare in maniera eccezionale sia il fantastico che il brutalmente reale, portandoci da luoghi fatati (non privi di violenza) all'inconcepibile realtà delle nostre periferie più abbruttite e abbandonate, e qui ci si potrebbe collegare al lavoro da lui stesso già fatto con Gomorra e dalla squadra di Stefano Sollima in un secondo momento con la serie tv omonima. Se l'affresco dipinto in Gomorra era ed è più corale, in Dogman ci si concentra sull'uomo, uno in particolare, Marcello, personaggio che ricalca i passi della vera storia di Pietro De Negri, er canaro della Magliana; siamo a Roma sul finire degli anni 80 e l'uomo si macchia di un atroce delitto. Garrone in parte mistifica, questo è anche il ruolo del Cinema, mettendo sotto i riflettori gli elementi che a lui più interessano in questo caso, probabilmente incoraggiato dalla fortuna di aver trovato in Marcello Fonte un grandissimo interprete, sposta la narrazione in epoca contemporanea su un non preciso litorale laziale, una zona devastata, fotografata in maniera superba dai toni plumbei adottati da Nicolaj Bruel. Mistifica perché ci presenta un protagonista che appare agli occhi dello spettatore probabilmente meglio di quello che è stato nella realtà, aiutato dall'interpretazione di Fonte che sembra spargere con gli occhi e con gli sguardi amore e smarrimento, quasi mai cattiveria e crudeltà, una vittima forse predestinata dall'ambiente (questo il concetto più interessante del film) a divenire carnefice.

Marcello (Marcello Fonte) gestisce un negozio di toelettatura per cani, poco più di un garage allestito alla bell'e meglio in una zona depressa e deprimente del litorale laziale, quartiere popolare nel quale Marcello è conosciuto e ben voluto. Nei pressi ci sono il compro oro di Franco (Adamo Dionisi), la sala giochi di Francesco (Francesco Acquaroli) e qualche altra attività, tutti i titolari sono amici di Marcello, insieme in pausa pranzo a mangiare, le partite di calcetto la sera, la compagnia tiene un po' più alto il morale di un quartiere che offre solo miseria e bruttezza. Ma lì ci vive anche Simone (Edoardo Pesce), una testa calda difficile da controllare, un violento che all'apparenza vede in Marcello ciò che di più simile a un amico la sua testa limitata e imbottita di cocaina (che lo stesso Marcello gli procura) possa concepire. Simone infastidisce tutti, costringe Marcello anche a qualche lavoretto poco pulito e un giorno la corda si spezza, Marcello paga per tutti nel peggiore dei modi, l'uomo mite diventa per forza di cose qualcos'altro.

Garrone, alla luce del sole e per sua stessa ammissione, cambia i fatti e si concentra su un protagonista che già un fisico emaciato e minuto mette fuori posto in un contesto dove vige la legge della giungla, l'interpretazione di Fonte (magnifica) non può non creare una sorta di empatia genuina per un personaggio semplice che sì, si aiuta con espedienti per tirare avanti, ma che è principalmente una creatura d'amore, per la figlia Alida (Alida Baldari Calabria), per i cani, il suo e quelli di tutti gli altri, anche quelli all'apparenza più feroci. La conversione violenta è narrata in chiave quasi obbligata, con un finale straziante che dimostra come al brutto non si possa mai veramente porre fine. Emerge anche un lavoro prezioso sui luoghi che qualche critico definì all'uscita del film giustamente post-apocalittici, luoghi dell'abbandono talmente devastati da produrre inquadrature bellissime, un ossimoro che la macchina da presa di Garrone riesce a gestire con lucidità impagabile.


TAGS: cinema | DarioLopez | Dogman | loudd | matteogarrone | recensione