La scomposizione delle composizioni, in musica, è arte allo stato puro. In generi come il jazz, basati cioè sull’improvvisazione, il gioco consiste proprio nello scardinare le strutture dei brani, rivoltarle come un calzino, privarle di tutto e ridurre ai minimi termini i riferimenti. Mantenere a malapena l’involucro e i muri portanti per arredare gli spazi interni con il proprio estro, il gusto, la tecnica, la visione del brano e restituire una nuova versione di cui l'impatto live e la relativa percezione in tempo reale del pubblico costituiscono, ogni volta, una unicità irripetibile.
La sensazione che trasmette l’ascolto di Domestic Bliss, ultima fatica del trio londinese Voka Gentle, restituisce in parte tutto questo, con la differenza che alla base c’è ben altro che degli standard da Real Book (siamo nei dintorni di un art-indie rock difficilmente descrivibile a parole) e che l’eterogenea moltitudine di arrangiamenti è pensata per una cristallizzazione su disco di avanguardie sonore apparentemente così volatili che solo un minuzioso lavoro di studio è in grado di rendere tangibile.
Tutto il processo per cui l’esecuzione si materializza a commento della sensibilità collettiva nell’espressione dell’istante artistico, qui viene straordinariamente catalizzato in forme musicali che, ascoltate a fatto compiuto, impongono una restituzione inversa rispetto alla fruizione abituale. Identificare il nucleo intorno al quale si espande ciascuna traccia dell’album risulta un’operazione squisitamente faticosa (una prova di forza ai limiti della speculazione) ma in grado di ristabilire una piacevolezza totalizzante.
Voka Gentle è un trio di pezzi da novanta in cui tutti fanno un po’ di tutto. Ellie Mason è ingegnere del suono alla Mute Records, mansione grazie alla quale ha carta bianca circa l’uso della strumentazione vintage dei Kraftwerk e ambiente in cui si è fatta valere come turnista per Paolo Nutini e Badly Drawn Boy. La gemella Imogen ha invece già all’attivo un album con il nome d’arte sm^sher e, non paga di tutto ciò, frequenta un master in Sound Art per distinguersi ancora più per eleganza. William J. Stokes, terzo ma solo per necessità di elencazione, non è da meno, con il suo dottorato di ricerca in ambito musicale e la sua attività di produttore.
Ma sarebbe riduttivo ricondurre unicamente a titoli accademici, mestiere e manierismo a tavolino la bellezza di cui un disco come Domestic Bliss è permeato. Non a caso i Voka Gentle di sé dicono di non essere tanto un gruppo quanto un organismo, un sistema intelligente che agisce nella completa interoperabilità delle parti, con un principio creativo completamente condiviso e articolato lungo itinerari guidati dall’ossessione per l’esplorazione anche degli scenari creativi più remoti e alieni.
La gestazione dell’album stesso riflette lo spirito di dedizione assoluta alla sperimentazione che vive nel DNA dei tre artisti. Il disco è infatti il risultato di un’esperienza senza precedenti, un vero e proprio do ut des tra sessioni negli studi della London City University ripagati con workshop di tecniche di registrazione sperimentali durante i quali la band ha dato in pasto alcune composizioni agli studenti che hanno partecipato agli incontri. Riportati dietro al mixer, gli spunti nati dalle sessioni collettive sono stati destrutturati e riassemblati per dare forma alle trame del nuovo concept. In questa fase, il trio ha dato sfogo alla propria attitudine artistica con tecniche tutt’altro che ordinarie e strumentazione poco ortodossa.
Ne è derivato un tripudio di arrangiamenti a rinforzo di una produzione o, meglio, di un’autoproduzione superlativa. Difficile stabilire il primato tra la spigolosa “Cheddar Man” e “Battle Sequence (I’m Atomic)”, sua accomodante nemesi, tra il techno blues di “Creon I” e lo splendido crescendo centrale della cyber-bluriana “Kinema”, tra l’evocativo neo-prog di “The Creature” e i Talking Heads aumentati di “Torpedo Mike”, tra i timbri da Mezzanine portati all’estremo di “K Sees The Deal Go Down” e certi futurismi alla Kid-A di “Jude Law For Vogue (1995)” (che già basterebbe solo il titolo), tra la delicatezza d’altri tempi di “You Deserve It!” e l’art-pop di ultimissima generazione della conclusiva “Ultra Aura Glow”.
Una babele di meraviglie grazie alle quali Domestic Bliss risulta un disco epocale. D’altronde, con un artwork di copertina così, non avrebbe potuto essere altrimenti.
