Uscito il 30 maggio 2005, in un periodo in cui molti critici davano gli Oasis per spacciati dopo gli altalenanti Standing on the Shoulder of Giants e Heathen Chemistry, Don't Believe The Truth è stato il fragoroso colpo di coda di una band che ha improvvisamente ritrovato la propria bussola. Non è solo un album di rinascita musicale, ma un vero e proprio manifesto di sopravvivenza in un'epoca di radicali cambiamenti culturali.
Per comprendere a fondo il peso specifico di questo sesto capitolo in studio, è necessario inquadrare il paesaggio musicale britannico di metà anni Duemila. Il Britpop era ormai un lontano e sbiadito ricordo degli anni '90. Nel 2005, l'industria discografica era dominata dalla febbre del post-punk revival: band come The Strokes, The Libertines, Franz Ferdinand e i giovanissimi Arctic Monkeys stavano ridefinendo l'estetica del rock, puntando su suoni spigolosi, ritmi nevrotici e un'attitudine frenetica. In questo scenario, gli Oasis rischiavano di apparire come giganteschi e goffi dinosauri impantanati nelle proprie manie di grandezza. Don't Believe The Truth è la risposta sociologica a questa crisi d'identità: invece di rincorrere le mode giovanili, i fratelli Gallagher hanno abbracciato la loro natura di "elder statesmen" (i veterani) del rock inglese. Abbandonano l'arroganza bulimica di fine anni '90 per sposare un'estetica cruda, radicata nella "working class" ma matura, dimostrando che l'autenticità classica poteva ancora competere con l'hype del momento.
La realizzazione dell'album è stata tutto tranne che lineare, segnando uno dei periodi di gestazione più complessi della loro carriera. Inizialmente, nel gennaio 2004, la band si affidò al duo elettronico Death in Vegas (Richard Fearless e Tim Holmes) per la produzione, rintanandosi nei Sawmills Studios in Cornovaglia – lo stesso luogo magico dove avevano partorito Definitely Maybe un decennio prima. L'obiettivo di Fearless era quello di portare gli Oasis verso territori più psichedelici e sperimentali. Tuttavia, dopo quasi un mese di registrazioni, le sessioni vennero clamorosamente cestinate. L'aneddoto più celebre risale a Noel Gallagher, che con la sua proverbiale assenza di filtri descrisse il materiale registrato in quella fase dicendo: "Non c'era nessun problema con il lavoro fatto dai Death In Vegas, ma stavamo letteralmente cercando di lucidare uno stronzo ('trying to polish a turd')". Le canzoni, semplicemente, non erano all'altezza.
Fu l'intervento del produttore americano Dave Sardy a salvare il progetto. Sardy, sentendo delle difficoltà della band, si fece avanti per mixare alcuni nastri. Il risultato piacque così tanto che Noel gli affidò le chiavi dell'album, ma a una condizione posta da Sardy: uscire dalla comfort zone londinese. La band fu spedita a Los Angeles (al Capitol e al The Village), lontana dalle distrazioni britanniche, per ri-registrare gran parte del disco.
La vera forza di Don't Believe The Truth risiede in un inedito e insperato cambio di paradigma interno. Per la prima volta dal 1994, Noel Gallagher cede il controllo totale dell'egemonia creativa. È la definitiva democratizzazione degli Oasis: Andy Bell (basso) firma l'apertura esplosiva con “Turn Up the Sun” e “Keep the Dream Alive”; Gem Archer (chitarra) porta il ritmo ipnotico di “A Bell Will Ring”; Liam Gallagher si consacra definitivamente come autore, scrivendo ben tre brani, tra cui la toccante e riflessiva “Guess God Thinks I'm Abel”. Questo approccio a più mani avrebbe potuto generare una compilation frammentata; invece, sotto la guida chirurgica di Sardy, ha creato l'album più coeso della band dai tempi di Morning Glory.
Dal punto di vista tecnico e ritmico, l'uscita del batterista storico Alan White nel 2004 fu una benedizione travestita. Al suo posto subentrò Zak Starkey, figlio del leggendario Ringo Starr di beatlesiana memoria, e figlioccio spirituale di Keith Moon degli Who. Starkey ha innescato un terremoto nella sezione ritmica degli Oasis. Rispetto al drumming pulito degli ultimi anni di White (costretto a lasciare la band per una violenta e antica tendinite), Starkey ha riportato lo "swing", l'uso massiccio dei piatti e un groove cavernoso e scalciante che sembrava perduto per sempre.
Dal punto di vista della produzione tecnica, Sardy impone un missaggio rivoluzionario per gli standard della band. Via i muri di chitarre sovraincise (il celebre "wall of sound" di Be Here Now), via i riverberi eccessivi: il suono di Don't Believe The Truth è incredibilmente asciutto, compresso, quasi caldo. Le chitarre acustiche dominano l'equalizzazione, supportando pattern ritmici scarni ma letali. Le influenze si spostano dai Beatles/T.Rex a Kinks, The La's, Velvet Underground e i primi Rolling Stones.
Ecco i passaggi chiave che definiscono la struttura dell'album: “Turn Up the Sun”, scritta da Andy Bell, si apre con un arpeggio quasi psichedelico per poi esplodere nel drumming muscolare di Starkey. È una dichiarazione d'intenti sonora: la band è viva e suona come se fosse nello stesso studio a sudare. “Mucky Fingers” è il brano più apertamente influenzato dai Velvet Underground (ritmo in stile "I'm Waiting for the Man") e dal Bob Dylan elettrico. Noel sputa sentenze contro la cultura dei tabloid e il declino dell'intelletto metropolitano: "You get your history from the Union Jack".
“Lyla”, scritta da Noel un anno prima, fu ripescata all'ultimo minuto sotto pressione dell'etichetta discografica che cercava un singolo apripista forte. Sardy prese il demo originale di Noel, fece reincidere la voce a Liam e la batteria a Zak. Il risultato è un inno da stadio che funge da perfetto ponte tra i vecchi Oasis e i nuovi. “The Importance of Being Idle” è il capolavoro tecnico di Noel. Con echi fortissimi dei Kinks (in particolare “Dead End Street”), il brano utilizza progressioni d'accordi e falsetti vintage che mettono in risalto la maturazione chitarristica del maggiore dei Gallagher. Infine “Let There Be Love”, l'epilogo monumentale, una ballata lennoniana sorretta dal pianoforte che vede, per la prima volta dai tempi di “Acquiesce”, le voci di Liam e Noel scambiarsi i ruoli all'interno della stessa canzone. È la catarsi finale, un abbraccio simbolico tra due fratelli eternamente in guerra.
Don't Believe The Truth è l'antitesi della grandeur plastificata. Sotto le mani sapienti di Dave Sardy e spinti dall'energia vitale di Starkey, gli Oasis hanno realizzato un disco maturo, organico e spogliato di ogni orpello inutile. Un album che non ha cercato di reinventare la ruota nel 2005, ma che ha ricordato a tutti, critici e nuove band indie inclusi, come quella ruota dovesse girare.
Il documentario Oasis - Il Processo di Registrazione e le Sfide del 2005 offre un'analisi visiva e dettagliata degli ostacoli, dai cambi di produttore alle sessioni cancellate, che la band ha dovuto superare per arrivare alla pubblicazione di questo album rinascimentale.
I Brani imprescindibili:
“The Importance of Being Idle”, un capolavoro assoluto quasi nonsense firmato da Noel. Musicalmente ispirata ai Kinks e liricamente un inno alla gloriosa arte dell'ozio e della disillusione proletaria. È un valzer cinico e teatrale.
"I sold my soul for the second time / 'Cos the man don't pay me / I begged my landlord for some more time / He said 'Son, the bills are waiting'"
"Ho venduto la mia anima per la seconda volta / Perché il capo non mi paga / Ho implorato il mio padrone di casa di darmi un po' più di tempo / Mi ha risposto 'Figliolo, le bollette aspettano'"
“Lyla”, il singolo di lancio è un classico inno da stadio degli Oasis, ma con una propulsione ritmica diversa, quasi di purissimo indie-rock. È energia pura, guidata dalla voce graffiante e arrogante di Liam.
"Catch the silver sunlight in your hands / Come for me and set my spirit free / Let me feel the heavy ocean breathe"
"Cattura la luce argentea del sole tra le tue mani / Vieni a prendermi e libera il mio spirito / Lasciami sentire il respiro pesante dell'oceano"
“Let There Be Love”, la chiusura perfetta dell'album è una ballata sognante in stile Lennon. La magia del pezzo risiede nel fatto che, dopo anni di tensioni, Liam e Noel si dividono la voce solista, creando un raro momento di perfetta armonia fraterna.
"Who kicked a hole in the sky so the heavens would cry over me? / Who stole the soul from the sun in a world come undone at the seams?"
"Chi ha calciato un buco nel cielo cosicché il paradiso piangesse su di me? / Chi ha rubato l'anima al sole in un mondo che si sta scucendo agli orli?"
