
È sempre successo, da un certo punto di vista, ma probabilmente negli ultimi tempi comincia a divenire più evidente: la scena italiana, oltre che di trend specifici, vive anche (e forse soprattutto) di artisti per così dire “non allineati”, che portano avanti un percorso di ricerca senza provare a tutti i costi di rientrare all'interno di etichette o cordate definite.
Marta Del Grandi ha vissuto per tanto tempo in Belgio, è stata in giro per il mondo a suonare, ha frequentato parecchio la comunità Jazz, incide per Fire Records, che è un'etichetta di Londra, ma è a tutti gli effetti un'artista italiana. Un'artista che, come i Mäneskin fecero su scala più ampia, porta avanti la sua musica su scala universale, con un'identità ben definita che, proprio per questo (e non solo perché canta in inglese) ha tutte le carte in regola per essere apprezzata all'estero, come di fatto sta accadendo.
Se Until We Fossilize aveva provocato la sorpresa per un talento così limpido, e Selva era stato il disco della consacrazione, questo Dream Life, a prescindere al luogo comune sul terzo album come quello più difficile, è il lavoro con cui la musicista di Abbiategrasso (so che ci tiene che venga specificato) ha l'onere di confermarsi, e proprio per questo non si tratta di una prova facile.
Ad ascoltarlo, tuttavia, non sembrerebbe: Dream Life trasuda passione e disinvoltura, riuscendo non solo ad eguagliare il livello del predecessore, ma in certi punti addirittura a superarlo (e non era impresa semplice, per chi ha in mente di che razza di gioiello si tratti).
Registrate al Robot Studio di Gent, Belgio, e prodotto assieme a Bert Vliegen, suo collaboratore di vecchia data, queste dieci canzoni (nove, se contiamo che “Gold Mine” è poco più di un intermezzo strumentale) si muovono tra intensità e leggerezza, riprendendo a grandi linee la formula di Selva, ma arricchendola di nuovi dettagli e accorgimenti stilistici, sempre e comunque attraverso una commistione per nulla artificiosa tra Art Pop, Jazz e Folk alternativo, dove il passaggio tra i generi è fluido e naturale, avendo come unico collante quello di una scrittura costantemente ispirata e priva di punti deboli.
Con lei c'è un nutrito gruppo di musicisti (Kobe Boon al basso, Simon Raman alla batteria, Artan Buleshkaj alla chitarra, Benjamin Hermans al sax, Frederik Heirman a trombone e tuba) che speriamo possano trovare spazio nei prossimi live, dato il colore e le dinamiche che hanno saputo infondere in ogni pezzo.
La partenza con “You Could Perhaps” è delle migliori, voce su un semplice giro di Synth per un brano in punta di piedi, raffinatissimo e delicato, che sembra fungere da ponte col disco precedente. Gli arrangiamenti scarni (giusto qualche orchestrazione ma nulla di più), le ritmiche ridotte all'osso ed un certo barocchismo nei cori, sono esempi di un lavorare per sottrazione (succede spesso, forse più che in Selva) che mira a porre al centro la melodia e la forma canzone. Perché è certamente vero che questi sono pezzi ricercati, a tratti anche sofisticati, ma non bisogna mai perdere di vista il fatto che ci siano soprattutto grandi melodie, quasi sempre accessibili, ed interpretate con classe notevole (si dice sempre che sia una brava musicista, ma andrebbe ribadito che è anche un'ottima cantante).
La title track è un ottimo esempio di ballata acustica, in chiave Alt Folk, limpida e solare (almeno in apparenza, a leggere il testo un po' meno) dove il ritornello apre squarci notevoli di bellezza, complice una sezione ritmica in grande spolvero, che contribuisce a vivacizzare il tutto.
La successiva “Antarctica” si muove sulla falsariga di episodi passati tipo “Snapdragon”, ritmiche spezzate ed incastri Jazz delle chitarre, con un ottimo lavoro di fiati. Anche qui si respira una certa leggerezza, è un episodio molto colorato, con tante variazioni, ed è interessante perché il testo ha a che fare col cambiamento climatico e una realtà che a breve potrebbe non essere più tanto piacevole.
In “20 Days of Summer” inizia a cantare accompagnata unicamente dal basso, in un brano melanconico che si appoggia molto sui Synth, mentre in “Alpha Centauri” tornano le sonorità barocche, sorta di via di mezzo tra Julia Holter e Laurie Anderson, con un lavoro di fiati davvero magnifico ed una seconda parte che accelera e si riempie molto.
Ricercata è anche “Neon Lights”, che però è più incentrata sulle chitarre distorte rispetto agli episodi precedenti.
C'è poi una certa dose di cantautorato, in minore e senza troppi orpelli, come “Shoe Shaped Cloud”, tenuta su da una delicata chitarra acustica e da orchestrazioni in punta di piedi; poi “Some Days”, forse il brano più triste e intimista, col contributo straordinario di Fenne Kuppens dei Whispering Sons (anche lei belga, una connessione che deve avere aiutato) qui alle prese con una vocalità diversissima rispetto alla sua band madre. In chiusura, “Oh My Father” è forse l'episodio più telefonato, indicatissimo per accompagnare i titoli di coda, cantata e suonata in solitaria, con ottime armonie vocali. Lineare, per certi versi scontata, è semplicemente il brano dove dimostra a tutti che cosa voglia dire scrivere canzoni.
Non è più una scommessa, non è più una scoperta: Dream Life proietta Marta Del Grandi tra i nomi più importanti della nuova scena indipendente.

