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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
25/01/2026
Live Report
Dream Syndicate, 24/01/2026, Circolo Magnolia, Milano
Concerto ancora una volta strepitoso quello dei Dream Syndicate al Magnolia, da parte di una band che sta ampiamente mostrando come ci si possa riunire anche per produrre nuova musica che sappia dire qualcosa di interessante in questi nostri tempi difficili. A voi il racconto di questa celebrazione, anche se ora aspettiamo il nuovo disco.

La celebrazione retrospettiva è senza dubbio merce abusata in questa nostra contemporaneità confusa, ma nonostante tutto non ci sentiamo di condannare in toto il tour intrapreso dai Dream Syndicate per festeggiare i quarant'anni di Medicine Show (in realtà sarebbe stato da fare nel 2024 ma tant'è, ormai l'importante è festeggiare, a prescindere da qualunque precisione di calendario).

Il disco che ha dato alla band californiana un timido accesso alla dimensione mainstream, con un suono più robusto e meno improntato alla psichedelia di marca Paisley del primo lavoro, da diverso tempo non era più disponibile, né in formato fisico (a parte le solite copie sui mercati secondari) né soprattutto, sulle piattaforme streaming, luogo privilegiato, al giorno d'oggi, per la sopravvivenza di qualunque act nella memoria storica (ne sanno qualcosa Beatles e Lucio Battisti, assenti fino a qualche anno fa, con tutte le discussioni e i dibattiti del caso).

Ben venga dunque la ristampa, in un lussuoso (e costoso) cofanetto Deluxe come va di moda adesso, zeppo di tracce live prese da quel periodo, abbastanza ripetitivo nel contenuto, ma comunque interessante, visto che stiamo parlando di un gruppo che dal vivo ha davvero pochi rivali.

E poi bisogna considerare che da quando Steve Wynn ha deciso di riformare la band, nel 2015, sono arrivati quattro dischi davvero credibili, che hanno saputo riprendere con solidità e coerenza un percorso interrotto tre decenni prima, senza passatismi e con più di un aggancio con la contemporaneità.

Ecco perché, nell'attesa di un nuovo lavoro in studio, può essere bello andarsi a vedere un tour del genere, dove i Dream Syndicate rifanno, nota per nota, tutto il loro disco più famoso.

 

In Italia le date sono quattro, e tre di queste sono andate sold out, a testimonianza della fedeltà di un pubblico che qui li ha sempre accolti a braccia aperte (lo stesso Wynn, da solista, ci passa regolarmente e con grande frequenza). A Milano è ancora una volta il Magnolia la sede prescelta, così come accaduto, se non vado errato, in tutti i loro concerti post reunion tenuti in zona.

Il pubblico è quello delle grandi occasioni (in proporzione alle dimensioni del locale, ovviamente) ma a colpire è soprattutto l'età media particolarmente avanzata dei presenti, tenuta giù solo dai figli che qualche genitore ha deciso di portarsi dietro. Nell'attesa che si verifichi qualche misterioso fenomeno algoritmico, tocca constatare come un certo rock “tradizionale”, non importa quanto contaminato, non sia proprio soggetto ad alcun ricambio generazionale.

Non c'è gruppo di supporto e si parte alle 21 spaccate, come da programma.

 

Steve Wynn ha addosso la stessa giacchetta rossonera appariscente che utilizzava durante il tour originale di Medicine Show, mentre la formazione del suo gruppo ha subito qualche variazione ma è di fatto la stessa da quando si sono riformati: Dennis Duck alla batteria, Mark Walton al basso (la sezione ritmica è l'unica superstite della line up originale), Jason Victor alla chitarra e, come special guest illustre, Chris Cacavas alle tastiere, fondamentale nel donare strati di profondità al suono dei nostri.

Sullo sfondo, uno schermo proietta una vivace animazione della copertina di These Times, il disco del 2019, a segnalare che la prima parte del concerto sarà dedicata alle cose più recenti: si parte infatti con “Where I'll Stand”, che sarà anche l'unico estratto dall'ultimo Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions e si prosegue con “Filter Me Through You”. Esecuzioni un po' scolastiche, pulite ma prive di tiro, si comincia a fare davvero sul serio con la successiva “Out of my Head”, che alza il ritmo ed inietta robuste dosi di distorsione, e durante la quale si vede anche il primo timido scambio di soli tra Wynn e Victor, che è poi una delle componenti più affascinanti di questa band.

L'ipnotica “Black Light”, con le tastiere in evidenza ed il suo andamento ondeggiante, segna il momento in cui lo show decolla davvero: a seguire le esecuzioni superbe della romantica “Like Mary” e di “80 West”, una botta di energia in cui Duck e Walton hanno modo di mettersi in evidenza.

Apice del primo set è ovviamente “How Did I Find Myself Here”, con i suoi intrecci di chitarre e le lunghe improvvisazioni, già all'epoca segno evidente della serietà del loro come back, e questa sera occasione per i cinque di ritrovare al meglio la loro intesa e connettersi alla grande con il pubblico, che non a caso saluta questa esecuzione con ovazioni e applausi che si protraggono a lungo.

A chiudere è “Glide”, psichedelia appena accennata e ritornello coinvolgente, dopodiché Wynn annuncia una pausa di quindici minuti prima del piatto forte della serata.

 

Lo schermo proietta questa volta la cover di Medicine Show in versione animata, e l'attacco vibrante di “Still Holding on to You” scuote gli animi e incendia l'atmosfera. Steve spiega che il disco sarà riproposto per intero ma che non seguiranno l'ordine della tracklist perché, parole sue, non vuole dare l'idea di un pezzo da museo, ma rievocare l'atmosfera che si respirava durante quel tour.

C'è poco da dire di quello che segue: una band che gira a mille e canzoni monumentali, che per un mistero indecifrabile non figurano tra le più grandi di tutti i tempi, accanto a quelle dei vari Stones, Led Zeppelin, Neil Young, Grateful Dead e compagnia: Medicine Show questa sera riceve un trattamento privilegiato e torna a brillare come non mai.

Le bordate di “Bullet With my Name on It” e “Armed With an Empty Gun”, il blues scanzonato ma non troppo di “Daddy's Girl”, l'anthemica “Burn”, col refrain salutato da centinaia di braccia al cielo, la title track durante la quale sia Victor  sia Cacavas si ricavano il loro spazio, per un'esecuzione che mette in mostra l'intesa raggiunta dai cinque in sede di improvvisazione. E poi ovviamente “Merrittville”, con le sue splendide melodie vocali, a metà tra poesia e ricordo dolceamaro della giovinezza, prima che il diluvio torrenziale di “John Coltrane Stereo Blues” arrivi a travolgere tutto e tutti: un brano costruito su un solo accordo, come fa notare Wynn prima di eseguirla, che nel tempo è divenuto il simbolo della resa live dei Dream Syndicate, del modo in cui fondono il rock tradizionale con le incursioni psichedeliche dei Dead, regalando attimi di dissonante ed onirica poesia.

È uno dei momenti più attesi del concerto e non delude, col gruppo che si lascia andare finalmente a briglia sciolta, senza confini definiti, in una Jam che avrebbe potuto tranquillamente andare avanti per ore, senza annoiare.

Finisce invece troppo presto, e tra saluti e ringraziamenti siamo già al momento dei bis.

 

Per forza di cose, i doveri della celebrazione e la scelta (sensata, a mio avviso) di valorizzare la produzione più recente, hanno fatto sì che i classici degli anni Ottanta venissero sacrificati (“Boston”, da questo punto di vista, è stata la grande assente, evocata inutilmente dal pubblico) ma a questo giro va più che bene così.

C'è ancora spazio per una corposa porzione di bis: obbligatorie “When You Smile” e “Tell Me When It's Over”, quest'ultima, nelle parole dello stesso Wynn, più che mai attuale dopo i recenti fatti di Minneapolis ed una situazione internazionale sempre più turbolenta; “The Side I'll Never Show” sorprende perché non viene mai suonata troppo spesso, ed è un'esecuzione davvero intensa e convincente; per finire, la celebre rilettura della “Let it Rain” di Eric Clapton, registrata a suo tempo per Out of the Grey.

Concerto ancora una volta strepitoso, da parte di una band che sta ampiamente mostrando come ci si possa riunire anche per produrre nuova musica che sappia dire qualcosa di interessante in questi nostri tempi difficili.

Ben venga dunque questa celebrazione ma adesso aspettiamo il nuovo disco.