In Italia le proposte alternative non mancano, basta saperle andare a cercare. I Dimensione Brama, peraltro, erano pure passati da X Factor (che, con tutti i limiti di format e sostanza, negli ultimi anni ha senza dubbio pescato parecchio dai bacini dell’underground), nel corso dell'edizione del 2024, eliminati abbastanza presto, forse per una proposta eccessivamente radicale sul piano della forma e del linguaggio.
Claudio Molinari e Nicola Pecora, da Roma, sono le menti dietro a questo collettivo, che si presenta attraverso l'eloquente assunto: “In un mondo in cui ogni forma di politica diventa spettacolo, ogni forma di spettacolo può diventare politica”.
Definitosi “collettivo performativo”, per cui l'aspetto visivo si prende una parte importante esattamente quanto quella prettamente musicale, la band ha una lunga carrellata di live alle spalle, tra cui un sold out all' Auditorium Parco della Musica nel 2023, e arriva oggi al traguardo del primo disco in studio.
Teatral Politik, titolo che è tutto un programma, è un concept album divertente ma non privo di amarezza, che attraverso le voci intrecciate di due personaggi distinti, offre un quadro lucido e disincantato sulla moderna società post liberale, tra nuove guerre, paranoie crescenti, nonché disparità economico-sociali sempre più profonde.
Un disco perfettamente a fuoco, fatto di canzoni che oscillano tra Punk Rock e Glam, con una fortissima componente teatrale e melodie efficaci e dritte al punto. Un disco diverso da tutto quello che si sente in questo periodo in Italia, e proprio per questo indispensabile.
Abbiamo raggiunto Claudio e Nicola per una esaustiva chiacchierata, nella quale ci hanno condotto ancora più in profondità di questo progetto.
Partiamo dall'inizio: come nasce l'idea di dare vita ad un progetto così particolare? E che significato ha il nome del gruppo?
CLAUDIO: Il nome del gruppo è probabilmente la domanda che ci è stata fatta più spesso nella nostra storia, ma onestamente non abbiamo mai risposto, e ormai è diventata tra noi una specie di meme. In realtà, però, non abbiamo voluto svelarlo perché c’è un mistero, una magia, quasi una sacralità che non vogliamo disperdere. La band è nata da un lutto, un lutto molto grave, e ci basta dire questo. Per quanto riguarda il progetto così sperimentale, non è stato una scelta consapevole, è stato proprio un dato di fatto. Siamo fatti così: io e Nicola ci siamo conosciuti a sedici anni, avevamo un gruppo teatrale, non musicale, e abbiamo sempre sperimentato insieme. È proprio questo il nostro percorso.
NICOLA: Non puoi sapere in anticipo i gusti di Pinocchio. Brama è un gigantesco burattino - balena di cui noi abitiamo il ventre. Brama è l’urlo, è la voglia di scrollarsi il passato di dosso, ma la nostalgia nel farlo. È un urlo di liberazione che anticipa il lutto distaccato del cinico. È sia Aiace che Ulisse, sia Nicola che Claudio.
Come descrivereste un vostro live a chi non vi ha mai visto? In che cosa differisce da un semplice concerto?
CLAUDIO: Metto le mani avanti, nel senso che neanche noi sappiamo davvero cosa stiamo per proporre quando ci esibiamo dal vivo. Ci prepariamo, ci prepariamo per settimane, per mesi, ma poi, quando saliamo sul palco, improvvisiamo completamente. Ci nutriamo di tantissime idee, soprattutto di tante chiacchiere.
NICOLA: Il concerto è una gara, una competizione tra noi e il pubblico. È una sfida. Il pubblico non è tuo amico. Viene lì per giudicare. Il pubblico, come lo stato, come il mondo, come dio, è un pezzo di merda. Ogni nostro concerto è un tentativo di fare a pugni con dio, di trovare finalmente il prossimo in un abbraccio.
Per una band dalla componente visiva così preponderante, cosa significa registrare e pubblicare dischi in studio? Cosa ricava, l'ascoltatore, dalle vostre canzoni e che cosa invece inevitabilmente perde, senza la dimensione del palco?
CLAUDIO: Questa è una domanda bellissima. In realtà, noi non abbiamo una risposta oggettiva, perché siamo troppo immersi nel processo. Però possiamo dirti che questo è un tema centrale nella nostra piccola carriera, perché è tutto partito e si è sviluppato attorno allo spettacolo dal vivo. Una persona a noi molto cara, Ernesto Assante, ci parlava spesso di questo. Lui, che è stato un grande appassionato fin dagli esordi, è stato un’amicizia profonda, che ha davvero influenzato la nostra storia. Lui diceva che la grande sfida per noi era riuscire a portare in studio le stesse emozioni che riusciamo a trasmettere dal vivo. Abbiamo fatto tantissimi tentativi: registrazioni in presa diretta, improvvisazioni, persino la decostruzione dei pezzi. Abbiamo provato a tenere gli arrangiamenti come erano, ma abbiamo capito che la musica in studio è un linguaggio diverso. Con questo disco pensiamo di essere riusciti a dare qualcosa di davvero autonomo. È possibile che chi ci ha visto dal vivo pensi: “Bello, ma preferisco sentirli live”. Però crediamo che questo disco stimoli la curiosità di chi non ci conosce, offrendo belle canzoni, una storia, un percorso. E, sinceramente, siamo molto soddisfatti del risultato e non vediamo l’ora di continuare con questa sperimentazione.
NICOLA: Probabilmente non più di quanto ne ricavi averci visto in televisione. Forse anche meno. La verità è che un disco bello è una cosa davvero difficile e rara. Condensare, sintetizzare, sono procedure molto complesse e questo è un disco rubato alle ore di lavoro salariato, un disco provvista da portare con sé nel rifugio antiaereo. Probabilmente ci è riuscito solo in minima parte a restituire quel brivido di autenticità, di pericolo, di precarietà, fragilità e umanità che dal vivo siamo certi di veicolare con molta più forza.
Parliamo di Teatral Politik: il titolo mi pare abbastanza dissacrante. Me lo spiegate meglio?
Sì, hai ragione, è interessante che tu lo veda come dissacrante. Però, per noi, non è tanto una volontà di dissacrare, quanto piuttosto un senso di assenza del sacro, più che un sacro da rovesciare. Per noi, il titolo ha un doppio, anzi un triplice significato. Primo, è il nostro genere musicale: dopo l’origine del nome, infatti, la domanda più frequente è proprio: “Qual è il vostro genere?”. E allora, abbiamo pensato: forse si chiama così perché queste sono le nostre due caratteristiche principali: teatrale e politiche, con dentro anche un po’ di punk.
Leggendo i testi, si avverte un'analisi ironica ma anche spietata sulla società odierna. Mi pare che una delle componenti che mettete più in evidenza sia la paranoia e un certo senso di incertezza: che ne dite?
Sì, hai centrato in pieno. Ci sono tante altre sfumature, ma come si fa a negare che, da questo osservatorio privilegiato che è l’Occidente, i sentimenti più forti sono proprio quelli di incertezza, paranoia, paura e soprattutto confusione. Però credo che sia anche fondamentale lasciarsi attraversare da quello che il mondo esprime, dalla società, per creare bellezza, qualcosa di interessante. Non crediamo, io almeno non credo, che l’arte debba cambiare il mondo. Forse potremmo dire che siamo un po’ disillusi, ma per noi l’arte è qualcosa di stoico, nel senso che dà un senso alla vita
In che misura le due voci narranti presenti sul disco interagiscono tra loro?
CLAUDIO: Questa è una domanda fondamentale, soprattutto per questo disco e per questa fase del progetto, in cui abbiamo fatto dialogare due voci così peculiari e con tanta personalità. Ne abbiamo parlato molto e ci siamo ispirati, per esempio, al disco Double Fantasy di John Lennon e Yoko Ono, che è nato proprio come un dialogo tra una coppia. In parte, è stato un riferimento per noi, quando abbiamo capito questa dualità così forte. Analizzando lo stile, l’energia, la personalità di queste due voci, vediamo davvero due personaggi. Claudio, cioè io, interpreta un ruolo da cantautore, un poeta razionale, marxista, un cittadino ideale che incarna valori comuni. Nicola, invece, è più un artista maledetto: la sua scrittura è misteriosa, esoterica, rappresenta il sovraumano, che però, come spesso accade, sfocia anche nel sub-umano. Ecco, su questo abbiamo riflettuto molto: il disco, in fondo, è un dialogo tra un umano e un sovra-sub-umano, quasi un alieno
Ho letto che le canzoni qui contenute sono in giro da parecchio tempo. Che cosa significa, per voi, averle finalmente raccolte e registrate? Hanno assunto un nuovo significato oppure è ancora tutto come prima?
Guarda, su questo faccio una precisazione: non è proprio così. Sono tanti anni che scriviamo canzoni originali, che cambiano di concerto in concerto, testi che ritornano, ma tutto questo si mescola a un continuo entrare di nuovi testi, nuove melodie, nuove musiche. È come un lievito madre che si reincarna, viene impastato di volta in volta. Il nucleo è sempre lo stesso, e forse in questo disco ci sono parole o frasi che risalgono a anni fa, ma in linea di massima sono tutte canzoni nuove. È come se, tra qualche mese, facessimo un altro disco partendo dalla stessa pasta, dalla stessa amalgama, per creare sempre qualcosa di nuovo. Quindi, in fondo, non è del tutto vero che sono pezzi vecchi: le radici affondano fino al 2020
Come funziona il lavoro di scrittura tra voi due? Come vi dividete i compiti? E per quanto riguarda le musiche? Leggo che i credits sono attribuiti a tutti i componenti del gruppo.
CLAUDIO: Sì, anche qui è un percorso vivo e fluido. Abbiamo scritto e composto in tante formule, forse le abbiamo provate davvero tutte. Per questo disco ci sono alcune canzoni che ho scritto da solo con Nicola, alla chitarra acustica o al pianoforte, come si fa tradizionalmente. Mentre altre sono nate in studio, da improvvisazioni, oppure grazie a collaboratori esterni che sono venuti a trovarci. La scrittura tra me e Nicola è sempre un dialogo: ci confrontiamo sempre su tutto. La nostra è un’amicizia che si basa sul lavoro. Infatti, a volte scherziamo, ma neanche troppo, nel dire che siamo colleghi da sempre, forse non siamo mai stati davvero amici, ma solo colleghi fin da quando eravamo bambini
Il vostro genere è senza dubbio diretto, direi tra Glam e Punk Rock, per generalizzare, però qua e là affiora un certo mood che mi ha ricordato Frank Zappa: può essere così? Che rapporto avete, in generale, con le influenze dirette? Quanto è importante per voi fare musica che sia "originale"?
Che bella domanda, e grazie per la sensibilità. Sì, senza dubbio ci sono tante influenze della musica rock e prog rock degli anni ’70, così come hai detto anche tu, il punk rock. Ma la cosa più interessante è il nostro rapporto con le influenze dirette, ed è un punto davvero cruciale per noi. Quello che cerchiamo di fare è non seguire sentieri già tracciati, non avere modelli. Questo ci viene molto naturale. Invece, mi sembra di vedere oggi nella musica un’esasperazione dei modelli, dei generi. Per ottenere una certa legittimazione, sembra che una band debba fare revival, un genere molto preciso, riconoscibile, che porti alla nostalgia. A noi non interessa affatto. Crediamo che l’arte sia sempre viva, sempre attuale, e basta farlo per davvero per ottenere un risultato originale. Quindi, sì, per noi è molto importante essere originali.
Vi siete fatti produrre da Daniele Razzicchia, che ha lavorato con artisti come Ariete e Psicologi, decisamente diversi dal vostro background. E il disco, in generale, suona molto grezzo e per nulla patinato. Che tipo di ragionamento avete fatto con lui?
Ci siamo affidati a lui con amore, come se fosse il nostro Babbo Natale, Daniele Razzicchia, che ha amato questo progetto fin dal primo momento in cui ci ha sentiti live, nel 2022. Poi però ci siamo persi di vista, non abbiamo mai approfondito questa conoscenza. E nel settembre del 2024 mentre eravamo nelle fauci degli studi della Warner di Milano, messi lì a produrre nel giro di poche ore il singolo che avremmo dovuto presentare nella serata degli inediti di X-Factor (sorte che è toccata a tutti gli altri partecipanti). Ebbene, in quella occasione, chi troviamo nello studio ad aspettarci? Proprio lui! Una sorpresa più unica che rara, un’oasi nel deserto. Quella mattina abbiamo scritto composto e arrangiato insieme a lui la prima canzone di questo disco: “Goodbye cuore da killer”. Da allora, le nostre strade non si sono più divise.
"Non si scherza con Amleto" è un brano molto interessante per come gioca con il personaggio shakespeariano. Oltretutto, per come la vedo io, si tratta di un'opera tantissimo citata ma molto poco capita. Chi è esattamente il vostro Amleto?
CLAUDIO: Qui, in realtà, è impossibile rispondere in modo esaustivo, perché, secondo me, la risposta sta spesso nel mistero, nel non detto. Il personaggio di Amleto lo abbiamo affrontato da diversi punti di vista, sia io che Nicola, e lo abbiamo anche messo in scena una volta, con la compagnia Teatro Mobile di Roma, insieme a Gaia Rinaldi, che canta anche nel brano e a cui non smetterò mai di essere grato. Lo spettacolo si chiamava Amleto e il tempo impossibile scritto da Pina Catanzariti. Questa canzone è nata proprio sul palco, durante le prove di quella versione di Amleto, al pianoforte. Quindi, è proprio Amleto che canta, che parla di sé in terza persona, e dice: “Non si scherza con Amleto”. È un personaggio forse adolescenziale, che per la prima volta si trova a riflettere sulle conseguenze delle azioni, e allo stesso tempo sull’impossibilità di trovare soddisfazione ed è anche questa la riflessione sull’essere e non essere: compiere un gesto che non ci farà mai tornare indietro, che ci porterà alla tomba.
La componente testuale del disco influenza decisamente la scrittura dei brani, che non sono quasi mai di facile presa. Ciononostante, mi pare non rinunciate mai ad un approccio diretto e melodico. Un pezzo come "Goodbye cuore da killer", già menzionato prima, ad esempio, mi pare davvero una potenziale hit…
Hai pienamente ragione. Sarebbe fantastico vedere o sentire “Goodbye cuore da killer” nei supermercati, o come jingle di una pubblicità, di una compagnia aerea, o di uno shampoo per capelli, o "Goodbye cellulite", qualunque cosa. Sì, è perfetta, è davvero una canzone incredibile. Tra l’altro, abbiamo anche questa anima hyper-pop che abbiamo scoperto proprio a Milano, negli studi di X-Factor. Infatti, come ti dicevamo prima, “Goodbye cuore da killer” è l’unica canzone del disco che è nata in una stanza degli studi Warner, durante i bootcamp di X-Factor, dove, tra l’altro, collaborammo per la prima volta con Daniele Razzicchia.
Visto che vi fate riferimento più o meno esplicito: che cosa ne pensate della situazione del teatro in Italia? La proposta, per quanto vedo, mi sembra molto ricca ma, dal punto di vista anagrafico, mi pare un ambiente un po' difficile da svecchiare...
CLAUDIO: Sì, infatti, su questo siamo d’accordo. Forse è anche in virtù di questo sentimento che abbiamo provato delle vie trasversali, cioè, per esempio, provare a fare teatro su un palco musicale, su un palco da concerti, che è più libero, con meno impostazioni, meno pregiudizi, meno regole, meno formalità, meno procedure, convenzioni, per esempio nel rapporto tra il pubblico e il palco. Spesso ho pensato che la procedura, l’etichetta, i posti a sedere, il buio in sala, il silenzio, gli applausi, e chiaramente tutta la burocrazia annessa, spesso uccida il teatro. Anche se, è importante dirlo, ci sono tante eccezioni, e io vado spesso a teatro, essendo fidanzato con un’attrice teatrale, e credo che ci siano tante cose belle che, purtroppo, non hanno modo di uscire dalla bolla, dalle poche repliche che vengono concesse. Come si fa a svecchiare il teatro e a portarlo nella cultura di massa? È una domanda, una questione davvero difficile, a cui io non saprei proprio rispondere…
A che tipologia di pubblico vi rivolgete, normalmente? Ve lo chiedo perché, seppure il vostro sound sia piuttosto fresco, i testi non sono esattamente immediati e semplici da comprendere…
CLAUDIO: Che ti devo dire, non lo so. Non possiamo pensare a tutto. Brama non è un’azienda, Brama è piuttosto una città, un villaggio, che cerca di essere sostenibile e autarchico. Chi vuole unirsi, si unisca. Per fortuna non abbiamo fatto ragionamenti sul nostro target di pubblico e speriamo di non doverli fare mai!
Per finire: porterete in giro questo lavoro? O state già lavorando al successivo? Ci sarà la possibilità di vedervi in zona Milano?
Assolutamente sì. Adesso passeremo tutta l’estate a portare in giro questo lavoro, a farlo finalmente vivere, ad esporlo alla folla, come fece Michael Jackson con suo figlio dalla finestra dell’albergo. È importantissimo, e se il Signore lo vorrà, dopo l’estate ci dedicheremo al prossimo lavoro. Ora vogliamo solo portare in giro quello che abbiamo fatto, condividerlo, sentire la risposta delle persone, andare in strada, in piazze, nei locali. A Milano saremo live all’Apollo Club il 28 maggio, e sarà, tra l’altro, la nostra prima trasferta ufficiale del tour. Beh, speriamo di vederti lì, di conoscerti di persona. Porta amici, parenti, famiglia, sarà bellissimo.
