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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
24/07/2026
Le interviste di Loudd
Due chiacchiere con... Federico Dragogna
Rischiava di diventare un'intervista mai sbobinata, e invece per fortuna non è stato così. Il nostro Giuseppe ha fatto colazione con Federico Dragogna, grande penna, cantautore e chitarrista dei Ministri, in occasione della trasferta sicula della band, e l'esito della chiacchierata civica, letteraria e psicostorica qui raccolta merita di essere degustato e assaporato con calma, godendosene ogni parola.

Questa intervista stava per diventare un'“intervista fantasma” sepolta fra gli hard disk del mio PC: ogni volta che, negli ultimi mesi, ho provato a metterci mano, è sempre subentrato un qualche impegno che me ne ha allontanato per qualche motivo.

Però adesso è qui e, come sempre, se c'è lei, scompaio io, ché già ci sono stato troppo.

Come al solito, buona lettura, se vi andrà, e un colossale grazie a Federico, per la lucidità e la “schiena dritta” di ogni singola risposta.

 

 

Ho una domanda con cui comincio sempre le interviste: che rapporto c'è tra la canzone d'autore e la letteratura? Se sono due cose che si incontrano, se una è un sottogenere dell'altra o se proprio sono due cose separate..

Bella domanda. Allora no, credo che si incontrino banalmente perché usano parole, proprio i significanti in sè, che funzionano in una maniera tutta loro. Diciamo che nella canzone c'è una distillatura tale per cui il peso di ogni singola parola è maggiore, più grosso. Però guarda, venendo qua, in nave, stavo stavo leggendo Le Correzioni di Franzen, bellissimo, ovviamente, e in ogni pagina c'è una costruzione tale per cui potresti, in qualche modo, distillarne due canzoni a pagina se vogliamo. Poi, ovviamente, ci sono anche altri fini che si pone la letteratura.

Una cosa che però credo molto diversa è il fatto che anche un ottimo testo, un'incredibile testo, dice davvero poco se la musica non riesce a fare la sua magia di fianco: cioè, se fossimo qua a fare semplicemente dei temi in classe sarebbe un'altra cosa. La musica ha questa componente proprio quasi da pifferaio magico, tale per cui riusciamo, con una melodia bellissima, a cantare delle cagate incredibili senza accorgercene. E viceversa, a volte un testo buono nasconde il fatto che manchi una melodia bellissima. Però secondo me c'è sempre un primato della melodia nella musica, tale per cui comunque, alla fine, è un'arma che può fare piazza pulita. Credo che su questo ci sia proprio un binario molto diverso tra le due cose.

Rimango sempre sull'onda della funzione che hanno le canzoni: possono avere una “funzione storica”, passami il termine, cioè la funzione di riuscire a raccontare il loro presente molto più di quello che possono fare magari anche dei saggi? Per esempio, se io voglio rendermi conto di che cosa sono stati gli anni '70 in Italia, gli Anni di Piombo, ascolto "Piazza Bella Piazza" di Claudio Lolli ed è già una fotografia nitida di tutta quella situazione lì.

 

Quindi secondo te le canzoni possono avere questa funzione storica in qualche modo?

Sì, ma secondo me quello che dici si lega al fatto che, ovviamente non in tutte, ma in tante canzoni, proprio nella scrittura di canzoni seria, c'è un elemento di inconscio (potremmo fare una lettura banalmente psicanalitica) che fa in modo che vengono dette cose che ancora non si sanno, sia che l'autore ancora non sa, sia che la società stessa ancora non sa. E quindi queste canzoni diventano retroattive sul passato, cioè vengono a significare nuove cose, e a far significare gli eventi in una maniera diversa.

Zizek, filosofo sloveno a cui sono molto legato, fa questo esempio tipicamente con l'innamoramento, cioè dice: tu a un certo punto ti accorgi di essere innamorato “all'indietro”, non so come dire: il momento in cui te ne accorgi agisce sul passato e su come stavi prima e su come stavi vedendo la realtà prima. Quindi, se immaginiamo quel prima, anche come il prima in cui possiamo scrivere delle canzoni o cercare di descrivere la realtà, finisce davvero per essere qualcosa che, quando andiamo a rileggerlo, ci dice di più. Mentre un saggio ha la pretesa di essere su quel qui ed ora, di sapere già, e di aver già acquisito un sapere su cui infatti ti sto scrivendo un saggio. Non è che il saggio (qualcuno volendo sì) può partire dall'essere dubbioso e presentare le sue tesi come misteriose. Mentre la canzone sì, letteralmente si costruisce su questo. Quindi secondo me assolutamente, quello che dici è una funzione, diciamo, psicostorica della canzone, se vogliamo.

 

Che trovo una definizione stupenda, tra l'altro. Adesso allora comincio a chiederti a proposito di una certa disillusione (manco tanto di fondo) che c'è in Aurora Popolare: mi chiedevo se vi servisse da propulsore per poter scrivere, come una specie di orizzonte da raggiungere sempre, oppure se non fosse proprio per non (scusa il gioco di parole) disilludersi completamente, per non perdere la speranza, ammesso che crediate nella speranza e non siate monicelliani.

Ma, allora, mi viene da dirti prima di tutto che, sicuramente, il riaffacciarsi discograficamente e, diciamo, autorialmente, nel mio caso di scrittore di canzoni, è profondamente legato all'aver qualcosa da dire rispetto a un dato momento: non esiste nella prospettiva Ministri, e non esiste in generale nella mia prospettiva il fatto di “OK adesso, boh, devo fare uscire delle nuove canzoni, andiamo ad aggiungerle sul mucchio”. C'era, non mi ricordo quale artista del '900 che diceva “Il mondo è già pieno di cose, non aggiungiamone altre”; in questo momento, con 40.000 pezzi che escono letteralmente a settimana, mi sembra che sia un ottimo principio.

Mettiamola così, ci vorrebbe un po' di “ecologia della produzione”, cioè fare tutti meno è un po' meglio. Non so se il meglio è andato bene, però almeno il meno sì, nel senso che è un album che si propone proprio di fotografare un po' all'interno del quadro anche che davi tu, sinottico, in qualche modo. Io ti direi che, personalmente, sono un idealista cinico, nel senso che sono profondamente idealista come modo di comportarmi: tra i miei soprannomi c'è “Educazione Siberiana", per dire, e una serie d'altri sulla stessa scia di integralismo e quant'altro. Però, per mettere alla prova, e anche per far sì che si fortifichi, questo idealismo, ho bisogno di essere super cinico dall'altra parte, perché sennò siamo invece semplicemente al capellone anni '60, per cui dopo tutto andrà bene. Più riesco a mettere il cinismo da una parte, più questo idealismo diventa sensato per me, cioè che ha un rapporto con la realtà.

Quindi ti direi questo: credo che il grande gesto di speranza che c'è in questo album sono, semplicemente, le canzoni stesse. Cioè il gesto di fare le canzoni, di chiuderle, di portarle, di lavorarle. Insomma, che cosa c'è di più (anche idiota se vogliamo) oltre che speranzoso, di scrivere una cosa, poi trovarsi con delle persone a provarla, a capire come cantarla, poi andare in uno studio a registrarla con mega attenzione, con 1000 strumenti, tutto questo per una cosa che hai scritto con una melodia: è tutto folle lo scrivere canzoni. E dopo fai tutta questa cosa per portarla in giro e trovarti altre persone che cantano davanti a quella canzone. In questo senso l'uomo è speranza di partenza, siamo un animale che canta le cose, non s'è mai visto, non so come dire. Quindi, ecco, secondo me in tutto questo processo la speranza è insita in noi. Nelle parole, nel testo reale, no. Però vedi, si gira sempre: nel momento in cui tu stai cantando, che ne so, Aurora Popolare, con Divi che sventola la bandiera, 110 decibel, e stai saltando e stai pogando, anche se quello che stai dicendo è il contrario, cioè “stavi lì ad aspettare un'aurora popolare”, come dire “aspetta e spera, caro mio”, in quel momento, anche se stai cantando quelle cose, il tuo corpo e la tua testa pensano il contrario. Che, se ci pensi, era un po' come Tempi Bui, anche lui era costruito così, cioè canti di quanto sono bui i tempi, ma ne canti urlando e saltando.

 

C'è un'intervista che avete fatto ai colleghi di Kalporz in cui, a proposito di “Poveri noi”, dicevate che è il nostro presente - nostro inteso quantomeno di persone, passami il termine, "fortunate" che stanno nella parte del mondo fortunata...

Che stanno in questo caffè.

 

Esatto, che non è una tragedia, quanto, piuttosto, un ridimensionamento. E mi faceva pensare a un saggio di Alessandro Alfieri, Musica dei tempi bui, in cui vi cita, e dice una cosa molto interessante: voi cantate la “catastrofe di una non catastrofe”, che adesso mi sembra sia diventata un ridimensionamento generale…

Sì, rispetto, a una buona parte del mondo in cui siamo calati, non tutto, ma una buona parte, anche parte della gente che ci segue, quindi diciamo, chiamiamola (concedimi il termine nel senso più ampio) una classe media, diciamo una classe media con tutti dei riferimenti culturali di un certo tipo, ma non necessariamente, perché poi noi abbiamo anche un sacco di pubblico “vaschiano”, per così dire, cioè un pubblico che non sa neanche chi sono i Sonic Youth, e ascolta magari i Ministri e poi Ligabue, Vasco e altra musica italiana, e va benissimo così, è molto bello, anzi. Però non si può dire che la nostra, nel senso più ampio, sia in questo momento una tragedia.
Siamo in una situazione di grande ridimensionamento, di perdita dei privilegi, di perdita delle tutele, di tutta una serie di cose che puoi chiamare tragedia, ovviamente con un relativo molto ampio.

Però, ecco, mi vengono in mente dei saggi di un pensatore contemporaneo italiano che seguo molto, Raffaele Umberto Ventura, che ha scritto ormai tanti anni fa un libro che parlava già di tutto questo con un po' di anticipo: Teoria della classe disagiata, che è letteralmente questo, la nostra grande classe media. Curiosamente, a un certo punto abbiamo tutti voluto fare comunicazione, abbiamo tutti voluto fare lavori nella cultura, tutti con le lettere e così via, ovviamente creando un'offerta molto più grande della domanda; ora che sta arrivando l'AI non ne parliamo neanche, quindi tutto questo lavoro di terziario, stupendoci poi del fatto che a un certo punto la realtà non rotolava come prima. Dove il “prima” era però fatto di famiglie di operai, di gente che lavorava 8 ore al giorno e faceva due settimane di ferie all'anno. Diciamo che abbiamo sempre avuto delle prospettive molto, molto falsate di questa cosa, spesso abbiamo avuto una prospettiva, che so, io sono dell'82, e vedendo l'Italia negli anni '90, quindi esattamente quel culmine di ricchezza e di rapporti socio-economici per il quale il mondo funziona, è caduto il muro evviva il capitalismo, papà ha comprato la macchina nuova, abbiamo tutti i soldi nel mondo, avremo tutti la pensione, e dopo tutti quanti a iscriverci al Dams, cazzi e mazzi e così via, e adesso siamo lì che diciamo “Ma non mi pagano più per la mia recensione musicale, non riesco a mangiare”. Insomma, parliamone.

Ecco, “Poveri noi” parla anche di questo, e poi di tante altre cose, però appunto è profondamente ironico, quel “poveri noi”, sostanzialmente. Non lo chiamerei neanche ironico, però ci siamo capiti…insomma, “poveri noi” per così dire.

 

Però dall'altro lato non pensi che sia in qualche modo una specie di (passami sempre il termine, che è la cosa che sto ripetendo più in questa intervista) "giochino del potere": iil fatto che tutti noi, a un certo punto abbiamo pensato, come hai detto giustamente tu, di poter lavorare in certi ambiti, è un po' quando cantate “Volete essere speciali, ma lo sono tutti”. C'è un po' questo “culto della specialità” ultimamente.

Allora, a parte il fatto che, letteralmente, credo che anche gran parte di questo lavoro, di questo “sogno”, di gente che sogna di fare l'ufficio stampa, che sogna di scrivere - lasciamo stare che anche io facevo anche il tuo lavoro una volta, ma anche, banalmente, il fare musica stesso, come dire, se vai a guardare, ti viene da chiederti “che cosa sta facendo?”. Cioè, perché c'è tutta questa macchinona e tutta questa gente in giro? Secondo me, principalmente, per vendere questi (indica il cellulare, ndr) e per vendere i computer e per avere uno spazio attivo, che sono i nostri social, che noi popoliamo di contenuti che regaliamo fuori, in modo che poi la gente si ritrova in quella piazza lì e qualcun altro venda degli spazi pubblicitari, molto semplicemente. Quindi, come dire, anche a guardare un po' dietro, ma senza complottismi, che cosa stiamo facendo?

 

Stiamo tenendo viva questa cosa.

Sì, assolutamente, stiamo alimentando il baraccone in qualche modo…

 

Esatto, e, come dire, va bene così, l'importante forse è saperlo.

Stiamo arrivando a un punto dove questa riflessione, in un senso più ampio, ci potrebbe far chiedere che cosa siamo pronti a dare prima di non sentirci più noi stessi? Quanto siamo pronti a dare. In L'inquilino del terzo piano c'è Polanski che a un certo punto dice: ok, ma se io mi taglio un braccio, sono io e il mio braccio, se io mi taglio il braccio e una gamba, sono io il mio braccio e la mia gamba. Ecco, qual è il punto in cui non sono più io, cioè più io fuori da me che dentro di me? Ecco, forse è questo a cui dovremmo pensare: a che punto siamo arrivati rispetto a questo? E quanto ci pieghiamo per fare contenuti culturali, tutto sommato.

 

Leggevo un'altra intervista in cui vi si chiedeva se Aurora Popolare fosse un disco di sentimenti o un disco di politica. Secondo me le due cose sono abbastanza collegate, in realtà: puoi scegliere come cantare i sentimenti, e già la scelta è un atto politico….

Ti dirò, tranne, forse, davvero, boh, tipo vent'anni fa, dove eravamo anche un po' più ingenui in certe cose, anche per i motivi che dicevamo prima, io non riesco a capire esattamente che cosa vorrebbe dire fare politica in musica. È una cosa che un po' mi sfugge, nel senso che se a un certo punto una canzone ha un fine, e questo fine è rispetto a far passare un certo messaggio, nella mia testa (e per come ho studiato sempre la cosa umana) stiamo parlando di propaganda, questo è. La propaganda è usare delle forme: il regime stalinista usava il cinema tanto quanto lo usava il nazismo. Usare delle forme artistiche, riempirle dei tuoi contenuti e poi sputarle fuori in modo che questi contenuti vadano verso quella tua tesi. Poi lo puoi fare in forma religiosa, e quindi stai facendo in qualche modo una specie di evangelizzazione: prendiamo Bob Marley, la totalità della dell'opera di Bob Marley è un'opera che tende a un'evangelizzazione, cioè è un'opera con un fine religioso molto chiaro e chiarito.

Le mie canzoni e le canzoni dei Ministri assolutamente no, sono delle riflessioni sui sentimenti e magari sui dubbi o sul portare a galla i cortocircuiti. Sono questi. Certo, poi, incidentalmente, io credo che vengano chiamate così (e idem quelle di altri artisti equipollenti), perché c'è questa abitudine che invece nelle canzoni si debba parlare di "mi sono innamorato l'altro ieri, mi sono innamorato oggi, mi sono innamorato domani", che se uno a un certo punto già sta soltanto parlando di come funziona la gente che vive nei palazzi là davanti, sembra che sei diventato Winston Churchill! A me fa più strana l'altra cosa, a me fa più strano che ci sia gente che si innamora una volta alla settimana e si disamora una volta alla settimana. Dico, ragazzi miei, che cazzo, cioè davvero avete un testosterone, mamma mia! Io no, quindi tanto è sguardo sul fuori. Poi è sicuramente uno sguardo rompipalle il mio, questo va benissimo, però, ecco, chiamarla “canzone politica”... ovviamente è un modo per capirsi, no? È come, per dire, in un supermercato, qua ci stanno i formaggi, qua ci stanno le altre robe lì.

Va bene, diciamo per capirsi, però in realtà sono canzoni molto di sentimento. Ecco, magari il sentimento non lo chiamerei politico, lo chiamerei civile: cioè il fatto di sentirsi individui, cittadini, parte di una comunità, parte di qualcosa. Quel tipo di sensazione lì è una sensazione che mi piace approfondire, cioè la sensazione di quando, ad un certo punto, che cazzo ne so, avevano chiuso il posto dovevi andavi sempre, e allora scendi con altra gente in piazza per protestare, quel pomeriggio ti senti forte insieme agli altri, urli qualcosa anche se non lo hai mai fatto in vita tua, ti sembra di combattere una lotta. Quel sentimento lì è un sentimento che non assomiglia ad altri sentimenti e per questo mi sembra che vada celebrato anche nelle canzoni.

 

L'ultima e abbiamo finito, che è una domanda un po' più ampia sulla “scena”, e sulle varie “posture letterarie” che molti di voi hanno. Perché, per esempio, riagganciandomi sempre al saggio che citavo prima, Alessandro Alfieri faceva notare come molti di voi, di fronte alla catastrofe, abbiano una determinata postura letteraria. Quindi magari penso a Vasco Brondi, che ai tempi di Tempi bui, era ancora Le Luci della Centrale Elettrica, che ha fondamentalmente questa prospettiva con la città in fiamme dietro, o magari penso gli Zen Circus che sono molto più cinici. E poi ci siete voi che fate quasi un passo indietro, è come se diventaste il nome che raccontate in qualche modo, che è una cosa che trovo molto interessante, cioè il fatto di riuscire a non tirarvi fuori, a non sentirvi assolti, parlando deandreianamente…

Certo, sì, questo assolutamente. Beh, è un po' quello che si diceva prima, no? Cioè, quando si parla di “Poveri noi” c'eravamo dentro anche noi in qualsiasi di queste critiche, ci siamo dentro anche noi, non ci leviamo da questa cosa. E credo che anzi, il dialogo stesso tra questa accusa in cui siamo dentro è proprio è proprio il dialogo che ho anche internamente, no? Cioè tra la mia parte “educazione siberiana” e la mia parte che a un certo punto, che cazzo ne so, guarda “tempo d'uso del cellulare della giornata”, vede quattro ore e dice “Minchia, no”. Quindi secondo me c'è qualcosa di assolutamente importante nel mettersi dentro questa cosa anche per un'altro semplice motivo, perché una cosa che davvero è il fil rouge di quasi tutto quello che oggi ci passa davanti su questi benedetti fiumi di social, è il cercare di sentirsi dalla parte buona, dalla parte dei giusti, che è una fatica, mamma mia. E son tutti che vogliono sembrare buoni, belli e così via.

 

Che è quello che cantate in “Cattivi i buoni”, praticamente…

Assolutamente, in parte c'è, c'è anche quello, sì sì. Trovo che, ad esempio mi citavi gli Zen, e Andrea in realtà ogni tanto ha un livello di cinismo e anche di accusa verso sé, che è più forte, più aspra di come di come sono io, perché secondo me su certe cose tende ad accusarsi in una maniera ancora più violenta di come mi accuso io che, proprio in quanto “educazione siberiana”, poi tento di migliorarmi tanto, cioè tento di essere più severo, più rigido in certi miei rapporti con la realtà e forse, mi viene da dire, sono stato addirittura più morbido di come avrei voluto.

Però ovviamente questa postura letteraria che dici tu è un'insieme anche estetico di tutte queste cose, no? È anche un insieme di scelte di determinate parole che risuonano. E quello che dicevi prima, cioè la questione storica della canzone, per me è anche riuscire a individuare dei singoli significanti che risuonano in una maniera diversa. Credo che il grosso di noi che facciamo canzoni in realtà è questo, cioè c'è una parte di parole che sono truppe che mandi al fronte insieme a delle unità scelte. Le unità scelte sono determinate parole, determinati versi che tu incontri, ti si accendono nella nella notte e dici: ecco, c'è qualcosa di questi tempi che sta passando da questa singola parola e devo capire che cos'è. E a volte, quindi, gli appunti più importanti per me che sto scrivendo canzoni sono una singola parola sulle note dell'iPhone; quando ho quella singola parola dico ok, ho il 60% del pezzo, adesso comincio a lavorarci. Insomma, alla fine in questo sta il punto del riuscire a captare la realtà, no? Starci sempre attento, in qualche modo. Per esempio, curiosamente, Aurora Popolare è il nome di una persona che a un certo punto ha sentito in un pronto soccorso…

 

Cioè nome e cognome?

Oh yes. Quindi ho sentito questo nome e cognome, ho detto “whaaaaat?”, e avevo già scritto tre quarti del disco! Torno a casa con questa roba che, proprio nel momento in cui ho sentito nome e cognome, mi si è srotolato il testo nella testa, più o meno, e ho detto ok, qua c'è qualcosa. E poi io non sono troppo tipo da coincidenze magiche, sono molto cinico su altre robe, però vedi, quando ti arriva, senti un nome e cognome del genere, dici: ok, la realtà mi sta dicendo qualcosa, e quindi l'ho seguita.