Presentato ieri presso la libreria Colacchi, in pieno centro storico di L’Aquila, il Festival Orbeat 2026, per la prima volta su due date e presso un luogo simbolo della città, l’ex fabbrica Italtel.
Il collettivo Orbeat, impegnato durante il corso dell’anno a rivitalizzare il territorio attraverso iniziative di inclusività e sostenibilità sociale, vive l’evento come una celebrazione a conclusione di un anno di lavoro a tutto tondo. Ha scelto prezzi popolari per offrire una line up ampia e diversificata, abbracciando idealmente più generazioni. Uno stimolo a conoscere realtà musicali meno note affianco ad artisti più maturi. Navette gratuite per raggiungere il festival da vari punti della città ed una scelta ampia di servizi e di intrattenimento dal primo pomeriggio fino a notte inoltrata.
Venerdì 10 luglio: Metonimia - Inépi - Giovanni Ti Amo - Irossa - The Tangram - Management del Dolore Post-Operatorio - Paul Lution
Sabato 11 luglio: Enrichetto - Muffa - Hate Moss - Core Mato - Altea - C’Mon Tigre - Dame Area - Passarani
Loudd ha intervistato a margine della conferenza stampa del festival Filippo Grimaldi, segretario dell'associazione culturale Orbeat, curatrice dell’omonimo festival.
Filippo, la prima cosa che mi ha colpito del festival di quest’anno è stato un grande poster 6x3 mt che ho visto affisso a L’Aquila circa un mese fa. Un bel campanello di attenzione, abituato come sono a piccoli formati pubblicitari per iniziative territoriali. Mi sono detto: "Wow, stavolta mi sa che c'è qualcosa di grande". Sono andato a vedere il programma e ho subito capito che c'è stata un'importante evoluzione. Il salto che avete fatto quest'anno è collegato anche al discorso di L'Aquila Capitale della Cultura 2026? È completamente slegato? È un'occasione per?
Filippo Grimaldi: Eh, io forse la definirei “un'occasione per”, perché nel momento in cui L'Aquila è diventata capitale della cultura noi c'eravamo lasciati con l'idea che, se fosse andata bene la seconda edizione del festival l'anno scorso, volevamo fare qualcosa di un po' più grande e più duraturo, perché altrimenti erano sempre eventi di qualche ora, dove si appariva e si scompariva dagli “spot” della città. Ovviamente abbiamo sicuramente approfittato poi dell'opportunità che si è creata con la Capitale della cultura 2026 e abbiamo ricevuto anche un grosso supporto da parte del comune di L’Aquila. Su questo devo essere sincero, facciamo parte del calendario della Capitale della cultura, però proprio in vista di questa occasione l'idea è stata quella di continuare a portare comunque quella missione alternativa un po' underground che è stata al centro dei primi due festival.
Possiamo dire che sicuramente il salto c'è stato, perché abbiamo delle realtà da molto tempo affermate nel campo musicale, pensiamo ai Dame Area, C’Mon Tigre e i Management del dolore postoperatorio, realtà vive, famose ormai da anni, ma di un ambiente di nicchia o comunque non riferibile a una scena musicale mainstream. Abbiamo però provato a coniugare ciò con i progetti emergenti che stanno andando per la maggiore in questo periodo, come Altea, Giovanni Ti Amo, ma anche progetti molto interessanti come Hate Moss e Core Mato. Ovviamente poi la lineup si va a concludere con artisti aquilani e locali, tra cui Muffa, Metonemia e Inépi, che sono tutti artisti “emergentissimi”, se vogliamo così definirli, ma che portano qualcosa: chi con il DJing, chi con le live band o un progetto di musica elettronica, un'offerta davvero molto valida.
Quindi, mettendo insieme quelli che erano stati i primi due festival, molto ridotti e molto dedicati all'emergenza, questo del 2026 è qualcosa di un po' più consolidato, che ci permette anche di sfruttare l'occasione di L’Aquila Capitale della Cultura. Siamo arrivati a questa edizione di due giorni e adesso speriamo che ci sia la risposta che c'è stata negli anni precedenti.
Il vostro pubblico è prettamente proveniente da L’Aquila o da un raggio un po' più ampio?
Filippo Grimaldi: Quest'anno sicuramente ci aspettiamo un raggio un po' più ampio, quantomeno dall'Abruzzo, perché comunque raccogliendo feedback vari, andando in giro, relazionandoci con altre realtà che sono attive in Abruzzo, a livello di pubblico abbiamo notato che c'è stato un forte interesse nei nomi che proponiamo quest'anno. Finora è sempre stato un po' a seconda della tipologia di evento che proponevamo, quindi ad esempio quello in collaborazione con Transumare Fest di febbraio ha attirato sicuramente un pubblico locale (Roseto degli Abruzzi, sulla costa adriatica), ma c'è stata anche un'ottima risposta del pubblico aquilano, il che non era scontato. Noi abbiamo fatto un quasi un salto nel vuoto, ma alla fine abbiamo riempito l'intero locale che ci hanno messo a disposizione e quindi è stata una serata molto soddisfacente per entrambi.
Quest'anno sicuramente puntiamo ad avere un po' più di risposta dall'esterno, però confidiamo molto anche sul pubblico locale, soprattutto grazie agli eventi che hanno fatto parte del progetto Periferie Creative, che sono anche un po' di accompagnamento al festival. Il pubblico è molto eterogeneo e vediamo anche fasce d'età over 40: hanno partecipato i bambini e le famiglie alle attività proposte durante il pomeriggio, quindi chissà che passi l'idea che anche il festival è uno spazio aperto a un pubblico davvero eterogeneo, come dice Federico (Vittorini, direttore artistico, ndr), ci saranno i talk, ci sarà lo spazio per il pilates, ci sarà il market, quindi il pubblico è diversificato, sicuramente più locale che esterno, però l'idea è piano piano intercettare non solo l’Abruzzo, ma anche l’Italia centrale, crediamo.
Ho visto anche la presenza di Amnesty International al Festival, è una novità oppure è una presenza consolidata?
Filippo Grimaldi: È una novità e anche in questo caso la grande soddisfazione per noi è stata che siamo stati contattati da Amnesty International, che ha visto quello che stavamo facendo e che stiamo portando avanti, non solo con il festival, e ci hanno chiesto se fossimo interessati ad offrire loro uno spazio all'interno. Ovviamente, considerando che un'associazione culturale deve avere anche una funzione sociale, soprattutto in tempi come quelli che stiamo vivendo, concedere uno spazio che ovviamente in questo caso offriamo a titolo gratuito, permette di sensibilizzare anche su tematiche che tristemente non possiamo ignorare, anche solo per due giorni di festival.
Quindi il festival finirà e si tornerà nel mondo un po' cruento che stiamo vivendo in questi anni, però trascinare un po' di quella sensibilità e un po' di quella consapevolezza durante il momento più di festa e di divertimento per noi era molto importante. Non ci abbiamo pensato due volte nel momento in cui c'è stata fatta questa proposta, abbiamo subito concluso l'accordo e loro avranno quindi uno spazio dedicato esclusivamente alle attività, alle attuali raccolte firme che stanno portando avanti e quindi sì, è stata una collaborazione nata spontaneamente, fino a questo momento non c'era stata ma siamo felici che ora ci sia.
La scelta dello spazio ex fabbrica Italtel mi è sembrata piuttosto evocativa e azzeccata per una crescita del festival, dato che si tratta di un ex polo industriale e che forse ha anche a che fare un po' coi suoni che sentiremo durante la manifestazione.
Filippo Grimaldi: Sì, questa idea di legare un'offerta musicale "underground" (un termine che io attualmente uso molto a fatica perché ormai è stato assorbito dal mainstream) o comunque alternativa, con questi spazi fantasmatici, che quasi non esistono, sicuramente c'è. Se penso a tutti gli artisti che abbiamo in line up, i Dame Area soprattutto hanno questo elemento ruvido ed elettronico forte, quindi mi fa piacere l'idea che si sia colta questa connessione.
Ovviamente la scelta dello spazio per noi era molto importante, proprio per dar seguito al dare un valore a degli spazi di periferia che esistono e che vengono anche utilizzati (perché con l'ex Italtel lo spazio è ben utilizzato per le giostre) però poi vengono dimenticati, e farlo per un intrattenimento di questo tipo. L'idea è di andare a mostrare che quello spazio può avere una nuova funzione, anche per chi potrebbe essere interessato in futuro ad utilizzarlo; valorizzare un legame tra l'idea artistica e culturale con l'idea di città. Un po' stiamo provando a immaginare come proporre tutto questo anche alle realtà del territorio.
Leggevo infatti nella vostra piccola brochure il concetto di "rigenerazione sociale", che sembra essere un po' una colonna portante del vostro progetto. Rigenerazione sociale anche di spazi in disuso, oltre che ricostruzione e rivitalizzazione di un tessuto che si era disgregato post sisma.
Filippo Grimaldi: Assolutamente. Oltre al post sisma, un'altra cosa di cui ci siamo accorti andando a lavorare su questi spazi è il vedere cos'è stato il post-post-sisma, un gioco di parole, perché poi in realtà molti spazi in cui siamo intervenuti, ad esempio con il progetto Periferie Creative, il parco Baden Powell di Pettino, ma anche il parco UNICEF di via Strinella, sono spazi che sono stati già rifunzionalizzati a livello di servizi, sono stati rimessi i giochini per bambini, sono state rimesse le panchine, c'è un campo di basket nel caso del parco di via Strinella. Quello che manca, però, è una sensibilità ad abitarli, questi spazi, oppure a sfruttarli per delle iniziative che possono farli rivivere, perché uno spazio si tende molto a percepirlo solo come fisico, solo con il suo abbellimento o con quello che ha, ma se poi quello spazio è deserto, è inutile o comunque privo di una funzione.
Quindi aiutare a gestire questi luoghi per noi è servito principalmente a dire "Ok, il sisma c'è stato”, c'è stata anche la ricostruzione (ovviamente da ultimare) con tutte le criticità che ancora sono presenti. Però questi spazi iniziano a resistere e, come il centro storico, che sta tornando molto a vivere in questi ultimi anni, la voglia è di riniziare a riabitare anche questi spazi un po' più periferia, creando un senso di comunità.
L'esperienza Periferie Creative è stata molto gratificante, soprattutto per la risposta di quartiere, dove abbiamo proposto un questionario a chi abitava nel quartiere su come vive quel tessuto sociale. Siamo stati accolti a braccia aperte da negozianti, anziani, tutti quanti ci hanno detto che era ora che qualcuno andasse a riportare l'attenzione in questi spazi, quindi sì, assolutamente. Speriamo di poter continuare su questa linea perché sicuramente lo “spot centro” (anche questo caso “mainstream”) ti dà una garanzia in più di riuscita o di visibilità, però la sfida sta anche nell'allargarsi e nel portare fuori da determinati spazi questo tipo di offerta.

