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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
07/07/2026
Le interviste di Loudd
Due chiacchiere con... La Gente
La Gente, progetto di Elia Guglielmi, fonde cantautorato e suono pieno ed esordisce con l'album Distante, realizzato nello studio che Elia stesso ha aperto, Il Baito, nella pace dell'altopiano di Asiago. Parliamo di questo e non solo in una bella chiacchierata.

Sono tempi molto interessanti per la scena indipendente italiana, alle prese con quello che potremmo in qualche modo definire un momento di transizione, tra l’Hip Hop che continua a a tenere banco e quello che per anni abbiamo chiamato It Pop che, al di là dei soliti esponenti di successo, mostra ormai chiari segni di flessione. 

A cercare nell’underground più profondo, tuttavia, cose interessanti ne saltano sempre fuori. Elia Guglielmi suona con Bias e Lamante (quest'ultima, sempre per rimanere in tema, ha tirato fuori uno dei dischi più interessanti dell'anno) e nella pace dell'altopiano di Asiago, dove risiede, ha aperto uno studio, il Baito, importante punto di riferimento in una zona che non certo la prima che viene in mente quando si pensa a luoghi significativi della scena. 

Distante, esordio discografico de La Gente, fonde cantautorato e suono pieno, da band, e pur non esprimendo niente di così innovativo, ha comunque il grado di ispirazione necessario per poter svolgere un ruolo significativo negli anni a venire. 

Abbiamo raggiunto Elia e abbiamo parlato di questo e altro, all'interno di una chiacchierata che si è rivelata senza dubbio interessante. 



Il nome del vostro progetto è molto particolare, nella sua semplicità: da dove viene e perché l'avete scelto? 

Deriva in primis dal primo nome che avevamo (Folks, stay home) quando ancora cantavamo in inglese. Ci piaceva l’idea di mantenere quel lato “popolare” che si ritrova poi anche nei brani e che abbiamo ritrovato nel pubblico, che si ritrova nelle storie e nei temi delle nostre canzoni. 

 

Mi raccontate un po' il percorso che ha portato al nuovo disco? 

Partendo dal disco precedente, la cosa che ha dato il via all’evoluzione per Distante è sicuramente la nostra crescita come persone. Siamo diventate persone adulte, con un lavoro e una casa e quindi persone in contesti diversi rispetto a prima. Già questo crea le fondamenta per qualcosa di diverso rispetto al disco precedente. Poi la voglia di fare qualcosa che suonasse un po più intimo, cercando di aver momenti anche con dinamiche più basse e suoni particolari derivati da specifici strumenti meno comuni, come mandolini, organi vari e strane vecchie chitarre. 

 

I brani sono molto cantautorali come approccio ma sono anche molto "pieni" a livello sonoro, tra code strumentali ed esplosioni elettriche. Da questo punto di vista avete un approccio più da band. Come avete impostato il lavoro di scrittura e arrangiamenti? Vi siete prefissi qualche obiettivo a tavolino o è scaturito tutto naturalmente?

La maggior parte delle basi dei brani nascono da me, che porto il testo (a volte nemmeno tutto) e la base armonica, il resto accade insieme. Alcuni brani sono stati registrati in presa diretta in cinque, con l’aiuto di Ettore Pernigotti e Federico Pilichi rispettivamente alle chitarre e tastiere, alcuni solamente da noi tre. Quindi l’approccio è stato di ricerca e arrangiamento nel primo momento per poi registrare la gran parte dei brani in presa diretta. La ricerca artistica poi ha fatto il suo: nuove idee di arrangiamento, più chitarre, meno schemi su come registrare e produrre. Abbiamo cercato di non metterci limiti ma sopratutto non seguire degli schemi a cui eravamo abituati. 

 

Quali sono le vostre influenze principali? 

Sono molte, dalla musica italiana degli anni 70 al folk americano. C’è chi ascolta molta musica acustica, chi ascolta quella d’avanguardia. Lo spettro è gigante.

 

"Aria" è forse il mio brano preferito di questo lavoro. Me ne parlate un po'? 

È un brano sulla distanza tra due persone. Parla della difficoltà di vivere lontani da una persona che comunque si conosce e quindi si sente vicina nella sfera emotiva e sentimentale, ma è un brano anche di speranza, contro le difficoltà di questo tipo.

 

I testi parlano di vari personaggi ma la domanda nasce ugualmente, come sempre in ogni opera narrativa: quanto c'è di autobiografico, nelle vicende che raccontate? 

In realtà è abbastanza facile: i testi in prima persona sono storie o pensieri di miei, le altre storie (come “Giorgio”, per esempio) sono raccontate in terza persona, sempre dal mio punto di vista. È tutto elaborato e adattato ovviamente si, ma oserei dire che non c’è nessuna bugia.

 

Anche la copertina è molto bella: che idea c'è dietro? Chi l'ha realizzata? 

La copertina è di Giovanni Zonta, grande amico e incredibile fotografo e videomaker. È stata sua l’idea di fare lo shooting con Gisa, una paziente e dolce cavalla, appartenente a sua cugina.

Abbiamo fatto vari set quel giorno, in varie location ma quella foto ha visto su tutte. È tutto reale, per quanto possa sembrare talmente assurda, da pensare che sia AI.

 

"Non voglio più suonare" è probabilmente solo una canzone d'amore ma in un certo senso può essere letta come una metafora di questi nostri tempi, in cui si cerca una dimensione più intima e raccolta, lontana dallo stress della competizione sociale... Che ne pensate? 

Sì, sicuramente quel brano parla d’amore ma è uno sfogo contro il ritmo ossessivo e la pressione nel performare che ogni giorno abbiamo di questi tempi. Nella canzone si parla del suonare, ma ovviamente è un ragionamento universale.

 

Tu suoni con Lamante: personalmente ho amato molto il suo disco. Come ti sei trovato coinvolto nel progetto? Che differenza di approccio c'è rispetto a suonare le tue cose? 

Con Giorgia sono da quando è nata la band del progetto, quindi circa 2020. Con lei le dinamiche sono differenti, ovviamente. Cerco di fare un lavoro da chitarrista in cui sia al servizio del brano, ma Giorgia è stata molto intelligente nello scegliere musicisti che avessero un linguaggio a lei simile e siamo sempre stati molto liberi nelle scelte delle parti che suoniamo. È un progetto in continua crescita in cui anche noi musicisti impariamo continuamente qualcosa, anche sul come fare i musicisti professionalmente. La Gente invece è l'ambito in cui mi esprimo totalmente e scrivo i miei brani. 

 

Vivete in provincia e questo apre il solito grande tema del nostro paese. Come vi ci trovate? Che rapporto avete con la città? Personalmente credo che vivere in una zona periferica cambi molto a seconda se si abbia o meno vicino una grande città: io ad esempio sono cresciuto in un paesino da meno di mille abitanti ma avevo Varese e Milano costantemente a portata di mano e anche adesso è così: non vivo a Milano ma ci vado quando voglio... 

Vivere in provincia ovviamente ha i suoi pro e contro. La cosa bella secondo noi è che essendo in un ambiente limitato, anche come numero di persone, si crea in maniera più facile una rete di amici e collaboratori e la vita è più tranquilla. Le grandi città aprono tantissime possibilità, però forse ci piace la nostra provincia perché è essenziale e ti sprona a dover fare le cose dal basso, dandoti la possibilità di crescere su tanti punti di vista. 

 

Mi racconti un po' del tuo studio, Il Baito? Come questa attività ha influenzato e influenza il vostro percorso musicale? 

Il Baito è il luogo in cui vivo, oltre che quello in cui lavoro. È stato negli ultimi anni un gran progetto e un’esperienza enorme, sia musicale che personale. Mi ha affiancato nella mia crescita personale, sia nel gestire un’attività del genere ma ovviamente anche nel produrre dischi e lavorare con progetti che stimo. Per La Gente ovviamente è un posto bellissimo, in cui siamo totalmente liberi di scrivere, suonare, sperimentare e cercare il modo più giusto di tradurre le idee che abbiamo. 

 

Lo scorso anno avete suonato a La Prima Estate, che sta diventando un appuntamento importante nella programmazione live della nostra penisola. Come vi siete trovati? Avete ricordi particolari di quella giornata? 

È stata una bellissima esperienza e un enorme traguardo. Suonare in palchi così è sempre una grande soddisfazione e una palestra. Far funzionare un live in quei contesti è chiaramente diverso che in un piccolo club. Ne siamo usciti migliori e più consapevoli di cosa possiamo fare e di come farlo.

 

Cosa dobbiamo aspettarci adesso? Tour? Nuovo disco?

Ora sicuramente si cercherà di suonare il più possibile, cercando di incastrare gli impegni di tutti. Vorremmo portare in giro per l’Italia questo disco e il nostro live, che vuole essere emotivo ma anche liberatorio e sudato. Sicuramente c’è la voglia di trovarsi al Baito a suonare per vedere cosa ci gira nella testa ora e cosa può uscirne. Siamo fiduciosi e felici di iniziare a buttar giù nuove idee.