Come sempre per le interviste scompaio molto presto, anche perché vi accorgerete che le parole non mancano affatto. Per fortuna, sono in larga parte quelle di Massimo, che ha questa meravigliosa capacità di farti vivere l’incantamento delle sue canzoni già quando ne parla.
È una di quelle interviste fiume che spesso finiscono per scantonare dalla domanda: roba terribilmente demodè, visti i tempi, ma a noi va benissimo così. Quei pochi volenterosi che vorranno arrivare fino alla fine leggeranno di questa colossale chiacchierata su, in fin dei conti, morte, vita e sacro. Perché, fondamentalmente, quello è Surtùm, l’ultimo disco di Massimo Silverio: è un disco di mondo, nonostante sia terribilmente zuppo della sua Carnia, ed è un disco di benedizioni e invocazioni, una summa di preghiere laiche sul bilico di un crollo costante, di quelle che diventano grammatica collettiva, necessarie in un mondo che ha perso il suo sacro.
E insomma, come sempre, buona lettura, se vi andrà.
Domanda con cui comincio sempre tutte le interviste (e questa più delle altre, data la tua corregionalità con Pasolini, ma anche con Pierluigi Cappello, per dirne due): qual è, se c'è ovviamente, secondo te il rapporto tra la forma canzone e la letteratura, cioè sono due cose simili, sono figlie della stessa madre oppure completamente distinte?
Diciamo che la matrice è quella. Almeno, per me è fondamentale, e più che con la letteratura, con la poesia di per sé. È ciò a cui mi piace provare, a tendere, ecco, perché comunque è sempre una prova, non siamo alla certezza di riuscirci. È un po' quello che inseguo anche, quantomeno nel contenuto più profondo (inteso come interno), di quelle che sono le mie canzoni. Vorrei riuscire ad avere lo stesso grado di simbologia e verità che c'è, che è contenuta di per sé nella poesia. Hai citato appunto Pasolini e Cappello (tra l'altro è bellissimo sapere che Pierluigi Cappello è il tuo poeta preferito) perché è incredibile, poi letto in fiulano, insomma, è ancora più incredibile.
Io quando scrivo un testo ho bisogno del grado di libertà e mistero che è contenuto nella poesia. Però, allo stesso tempo, qualcosa che noto, che, ad esempio, serve anche a me quando scrivo qualcosa, che diventa quasi un'indagine su me stesso, sui miei comportamenti, sulla mia vita di per sé, anche su quella che è la mia anima. Adesso questa magari è una risposta un po' vaga, ma sono convinto che sia importante dare molto peso a ciò che una persona che ha il “potere” di utilizzare la parola, che canta per comunicare, vuole effettivamente comunicare. E anche quando si scrive un libro, quando si tratta di letteratura o poesia, io credo che ci sia una cura specifica per la parola, e deve esserci per forza quando canti secondo me.
Assolutamente d'accordo. Sei al secondo disco e quindi la domanda che ti faccio è, senti che in qualche modo è cambiato il tuo rapporto col Carnico, scrivendoci?
Sì, sì. E anzi, grazie di questa domanda. Perché effettivamente la prima canzone che ho scritto in carnico è “Jevâ”, del primo disco (Hrudja, ndr) che è, tra l'altro, una delle più ascoltate, mi ricordo che all'epoca mi ero spostato a Udine già da un anno circa, ed ero un po' lontano dalla Carnia, avevo scritto questo primo esperimento di una canzone in Carnico. Perché prima stavo provando con l'italiano, un po’ figlio di cantautori enormi come De Andrè, che ho tanto ascoltato, però, appunto, quella volta c'è stato un gesto spontaneo, anche se credevo che, siccome già era difficile uscire dal Friuli, pensare di cantare in carnico sarebbe stato veramente darsi la zappa sui piedi. Però è venuto fuori come un gesto spontaneo, e poi ho capito che in realtà in quel modo di espressione trovavo tutta la facilità di esprimere, scusa il gioco di parole, quello che mi portavo dentro.
Col tempo poi ho iniziato sempre di più ad affinare questo mio rapporto con il Carnico: se prima la vedevo come una lingua “limitata”, soprattutto dal punto di vista della terminologia più legata al metafisico, quindi con tutto ciò che ha a che fare con l'anima e il sentimento, in realtà poi ho capito, anche semplicemente concentrandomi su qualcosa che magari non viene utilizzato più di tanto, che quando parli in Carnico con qualcuno (io lo parlo giornalmente da che sono nato) che, nel suo essere più una lingua pratica, la sua profondità viene trovata in tutta una terminologia legata ad attrezzi, utensili da lavoro, cose legate di più alla natura, nomi di piante, nomi di animali, e quindi è un po' carente di questa terminologia più “astratta”, come dicevo prima. Però col tempo ho notato che capendo a fondo determinate parole, in realtà tutta quella componente metafisica era già lì, era già presente.
Io volevo parlare dei miei sentimenti, del mio sentire, della mia anima, e ho capito che quel significato che andavo cercando, magari andando a ricercare parole che potessero tradurre quel mio sentire, era già presente in tutta una serie di parole che utilizzavo quotidianamente. E quindi diciamo che, in un qualche modo, scriverci e iniziare ad essere così profondamente legato alla scrittura in questa lingua, me l'ha svelata. Me l'ha svelata per il suo contenuto profondo, per cose che davo per scontato prima, che adesso non do più. Quindi sì, è stato veramente un bel viaggio ed è ancora una scoperta per me, ogni volta che mi approccio alla scrittura di qualcosa di nuovo.
Mi colpisce molto, in realtà, il fatto che tu l'hai definita una lingua molto materiale, perché io da perfetto esterno ne ho sempre apprezzato, sia leggendo Pasolini che Cappello, ma anche ascoltando, ad esempio, Loris Vescovo, ci ho sempre intravisto, al contrario, una specie di “incantamento”, una roba molto ariosa anche nel suo essere di terra, che mi rimanda a questa specie di sottofondo in realtà, quasi per contrasto, molto immaginifico se ti posso dire…
Io sono d'accordo. Per dirti, la mia prima esperienza di ascolto musicale e di percezione un po' di questa ariosità che tu dici, nella nostra lingua, l'ho avuta quando, tanti anni, fa ho conosciuto la musica di Loris. Però, poi, sempre a rapportarti con il parlato di tutti i giorni, alla fine è veramente difficile riuscire a fare musica in Friuli e soprattutto in Carnia, anche per la ricezione che c'è da parte delle persone che sono rimaste qua, che non hanno contribuito allo spopolamento. Le persone che sono rimaste qua sono persone molto concrete e molto “dure”; diciamo che, generalmente, la lingua che viene parlata nel quotidiano qua è una lingua che è legata veramente all’aspetto materiale e alle cose più dirette. Quindi quando inizi ad approcciarti e a guardare dentro te stesso, interrogandoti in quella lingua, poi inizi a capire che in realtà c'è tutto uno spazio, un altro piano, che si apre, che contiene appunto tutta questa ariosità, questa componente aerea che hai citato anche tu, e sono completamente d'accordo con te, perché come diceva Pasolini, è una lingua che è perfetta per la poesia, ed è vero.
Come e quanto soprattutto i tuoi luoghi hanno influenzato il tessuto sonoro del disco? C'è quasi una specie di, chiamiamola psicogeografia musicale…
Anni fa avevo letto un bellissimo articolo: parlava del canto degli uccelli che si sviluppa in base al paesaggio dove si trovano, al circostante che li circonda. E io sono convinto, sempre per un discorso legato alla lingua, almeno a livello timbrico e sonoro delle parole, che già le parole di per sé, ad esempio, trasportano con loro tutto quello che è il paesaggio che ho vissuto, che in qualche modo mi hanno attraversato, che magari ancora abitano in me. Ed è un discorso che viene esteso anche alla componente musicale, perché quando scrivo non ho un'idea ben precisa, so che sento qualcosa dentro che voglio lasciare uscire e effettuo un po' quella che è una ricerca su quello che sento, magari suonando melodie varie, ciò che si adagia perfettamente su questa sensazione che è dentro di me.
E quando poi accade credo che sia come una colonna sonora che vado a “cercare”, come il suono di un determinato paesaggio interiore che mi porto dentro. E nel momento in cui lo suono, sento che è quello giusto, sento che è la melodia che potrebbe descrivere al meglio quelle immagini. Tutto in maniera molto inconscia, perché effettivamente poi mi rendo conto che quando riascolto le canzoni, soprattutto magari in fase di mixaggio, quando è in fase ancora di preparazione e lavorazione, perché ho fatto determinate scelte, sia a livello poetico, ma anche a livello musicale, melodico e di scelte di suoni; semplicemente perché tutto quello che si sente a livello sonoro è in armonia con quella che era l'immagine che mi porto dentro fin dall’inizio della scrittura, che tra l'altro è sicuramente qualcosa che è evocato da tutto ciò che sono i paesaggi, i boschi, le montagne, i fiumi di questi luoghi.
Hai parlato di questo rapporto tra la musica e l'immagine e mi viene da chiederti un'altra delle cose che Surtùm mi ha rilasciato: è questo immaginario molto cinematico, come se potesse essere quasi veramente la colonna sonora di un documentario. E mi colpiva molto il racconto di questa specie di “crollo costante”, che parte dal dato più esteriore, e che però immagino tocchi anche nervi interiori…
Sì sicuramente. Anche semplicemente localizzando e parlando di questi luoghi a modo mio, e di come questi luoghi mi hanno attraversato, mi rendo conto che tante volte alcune immagini che mi porto dentro, e che cerco di portare in musica, sono immagini di luoghi che sono morfologicamente ormai completamente diversi nel giro di qualche decennio, rispetto a quando io ero bambino, luoghi che magari non esistono più, vuoi per disastri ambientali o per disastri provocati dall'uomo.
Ad esempio, infatti, il mio lavoro prettamente più visivo, video e quant'altro, l'ho sempre curato assieme a Giulio Squarci, che è un regista, un documentarista carnico anche lui, un mio caro amico. Anche perché ci siamo sempre trovati, da che ci siamo conosciuti, con una con una modalità di linguaggio che stiamo utilizzando nel nostro lavoro. E mi piace l'immagine del crollo che hai sentito sia nelle immagini che nelle parole, anche in quello che descrivo nelle mie canzoni. Anche perché, insomma, è un po' quello: mi piace molto come immagine proprio perché, ogni volta che c'è una convinzione, o anche semplicemente arrivi a un punto in cui una melodia e un testo ti paiono completi, sembra di aver raggiunto comunque qualcosa nella tua vita, anche solo un piccolo traguardo come quello di essere riuscito a chiudere, a mettere un punto a qualcosa che avevi dentro, che volevi lasciare uscire; dopo un po' questa sensazione crolla, come tutti i paesaggi, tutto quello che mi circonda o ci circonda, o che appunto nasce, si erge dentro di noi, e che crolla per poi ricostruire qualcosa di nuovo da quelle macerie.
E quindi sì, è una costante ricerca di questo, di queste piccole verità che si pensa di riuscire, in qualche modo, a toccare, a sfiorare, per poi capire che in realtà tutta la costruzione che si era fatta per arrivare a quel punto, può crollare da un momento all'altro e bisogna poi ripartire da zero. E questo sì, è un aspetto normale della vita e anche nel mio approccio alla ricerca è sempre presente. Ed è presente anche da un altro punto di vista, che è magari più legato a una volontà di provare sempre, come ho detto anche prima, a tendere verso qualcosa che è più legato alla verità, quindi a una genuinità, che è quella che in genere si cerca di figurare all'interno del linguaggio del documentario. Se ne avessi le competenze mi piacerebbe moltissimo provare a sperimentare nel mondo del documentario, perché è qualcosa che mi interessava moltissimo.
Arrivo alle domande più strettamente relative al disco. Allora, in “Sorgjal” mi è piaciuto tanto l'alternarsi fra “preghiera marcia” e “parola marcia”, con il sottotesto di questa ricerca del “sacro nonostante tutto” questa ostinazione a cercare questo elemento sacro, in un mondo che in realtà lo sta perdendo sempre di più. E con “sacro” non intendo “religioso”, intendo proprio “sacro”, che, per quanto mi riguarda, è una cosa ancora più alta della religione. È stata una specie di forma di resistenza, in qualche modo?
L'hai descritto benissimo in poche parole. È quel sacro altissimo, ma proprio alto, che diventa un po' una forma di resistenza. Tra l’altro, apro una piccola parentesi giusto per il fatto che tante volte sono grato di interviste come questa perché, ad esempio, si entra più nello specifico di quello che è il contenuto dei testi, che anche semplicemente qua in Friuli, o comunque in Carnia, dove dovrebbero, in teoria, comprendermi di più, è un aspetto che viene completamente ignorato. E quindi tante volte, anche mentre scrivo queste canzoni, oppure quando vengono presentate, sapere che magari tante persone pensano che io stia cantando in una lingua inventata, è una cosa che mi fa sentire molto solo.
Ma perché veramente c'è un grosso impegno, un grosso bisogno di scrivere questi testi in questo modo, ma perché io non riesco a cantare qualcosa finché non sento che ho scritto qualcosa che voglio cantare, che sento il bisogno di dover cantare. E quindi sì, in questo in questo caso, questa è una specie preghiera a questo qualcosa di così alto e sacro, che comunque in un certo modo sta “marcendo” dentro di me, io provo a farlo uscire. Però allo stesso tempo sento che arriva in maniera relativa, ecco. E comunque, anche guardando un po' a quello che è adesso il mondo, a quella che è la comunicazione adesso, o anche a ciò che nella musica attualmente è visto come “poesia in musica” da parte di nuove leve cantautoriali in Italia, ecco, è un qualcosa che mi fa molto male…
Ovviamente in “Sorgjal” non c’è solamente questo sentirmi solo, e il mio provare a scrivere in questo modo è più un discorso globale sui tempi odierni, però allo stesso tempo è anche un canto che si chiude in sè stesso, nel suo sentirsi solo e nel suo marcire in sè stesso, che un po' si trasla, e diventa assolutamente un discorso che si può mettere in parallelo a quello che è il mio modo di scrivere, e come mi sento a riguardo. E quindi sì, anche se ci sono delle immagini che sono più crude rispetto a quello che mediamente qualcuno che opera in musica adesso inserirebbe in un testo, c’è semplicemente l’idea e la volontà che le cose vanno dette, e vanno dette con tutta la schiettezza che serve, senza bisogno di impostarsi dei filtri o cose così.
Quindi diciamo di sì, è una forma di resistenza, tant’è che musicalmente è nata il giorno dopo che con gli altri amici che lavorano con me, Manuel Volpe e Nicholas Remondino, abbiamo parlato tanto anche di quella che è adesso la musica più mainstream, ma anche per quanto riguarda filoni più alternativi, se vogliamo. E quindi era un po’ anche un discorso di disillusione rispetto a tante cose, anche nel trovare sempre e solo difficoltà ad andare avanti a continuare a fare quello che si sta facendo, o come sia difficile al giorno d'oggi vivere o anche solo cercare di tendere verso messaggi di pace. Sono tempi difficili, soprattutto tempi veramente ignoranti, in cui basta anche solo volersi staccare da uno schermo per diventare ignoranti su quello che accade nel mondo, se si pensa che tra un po’, probabilmente, non esisteranno più neanche i quotidiani cartacei, verrà tutto definitivamente relegato a una dimensione più virtuale. E quindi sì, ecco, quella canzone così lunga, così diretta nel messaggio, che pensa anche un po’ a quello che potremmo lasciare a quelli che verranno dopo di noi se continuiamo in questo modo.
Ho trovato Surtùm un disco di vita che torna, ma anche di morte che arriva, e ho trovato molto interessante il fatto che questa morte arrivi quasi come una grossa presa di coscienza, con una certa serenità, come quando, in “Vàre”, canti “Lasciando ogni cosa che la carne è solo carne”: c’è una serenità che, passami il termine, “cozza” con la distruzione che ci sta attorno…
Ecco, ad esempio, “Vàre” (e gia il titolo e il contenuto, insomma, parlano da sé) è una canzone che è arrivata subito dopo un'esperienza vicina avuta con la morte. È successo tutto in un periodo di grosso, enorme cambiamento a livello personale, nella mia vita, e sono quei momenti dove credo che comunque, per forza di cose, per quanto siano difficili, per quanto siano impegnativi e dolorosi, sono i periodi più lucidi e più obiettivamente profondi da un punto di vista emotivo. Tutto il sentire e tutti i sentimenti che ci percorrono, in qualche modo vengono percepiti a fondo, vengono scandagliati, trovano risonanza all'interno di noi, si amplificano, vengono compresi, anche in maniera tacita. Magari sempre in maniera simbolica, se vogliamo, e forse, più che simbolica, vengono compresi con una certa intuizione, che magari è qualcosa che, in noi, è solo un retaggio di istinti che avevamo e che abbiamo da sempre “inscritti” dentro di noi.
E quindi sì, è proprio avere di fronte la morte, vederla, soprattutto in periodi dove l'attenzione è focalizzata su ciò che sta accadendo, su ciò che ti abita, ti fa vedere le cose per quello che sono effettivamente; c'è l'accettazione, parla anche di quello la canzone, di accettare la morte per quello che è, del lasciare andare ciò che, semplicemente, per ognuno di noi è un mezzo per vivere nella materialità di questo mondo. C'è chi lo fa prima e chi lo fa dopo, però la carne è solo quello e tornerà a essere quello, ci fonderà di nuovo a tutta la materia di questo mondo, è qualcosa che va accettato.
Quella canzone l'ho cantata e suonata così: la stavo abbozzando, e poi la bozza è rimasta la canzone definitiva, perché era proprio il momento esatto per fare uscire quella cosa, anche perchè non sarebbe potuta essere replicata in quel modo, con quella intensità sincera, perché in quel momento stavo sentendo tutte quelle parole che stavo cantando e non le ho neanche scritte, le ho improvvisate. È stato un momento in cui si era creato questo ponte tra il “di là” e il “di qua”, e ho potuto prendere qualcosa da quel “al di là” e portarlo in maniera più sentita possibile, perché le stavo vivendo in maniera diretta.
È stato una specie di esorcismo, soprattutto in un mondo che sta tornando a far diventare la morte tabù, che è una cosa che sinceramente non riesco a spiegarmi…
Ma infatti è un po' anche una corsa, e tante volte anch'io mi chiedo perché sto facendo musica, anche l'altro giorno me lo stavo domandando. Perché provo questa grande felicità quando, dopo un concerto, sono a vendere i vinili di Surtùm o di Hrudja e vedo che ci sono delle persone che vogliono comprare e portare un pezzo di quella musica a casa loro con sé, è una cosa molto bella. E però, da questo, mi chiedo perché lo sto facendo? Voglio cercare di rimandare un po' di più l'oblio di me stesso e di quello che è stata o sarà stata la mia vita, quando anche per me arriverà il momento di non esserci più? E vedo che la tendenza, attualmente, nella popolazione di questa terra, è quella di cercare, in qualche modo, di vincere il più possibile l'oblio del proprio nome, del proprio essere, cercando tutti di tendere verso le grandi gesta, o semplicemente un'eminenza che abbia una grossa risonanza anche in futuro. Che non è, appunto, una vita semplice, è una vita che non ha senso, non è qualcosa verso cui qualcuno vorrebbe tendere. Invece secondo me è importantissimo, dopo una breve parentesi a Udine ho deciso di tornare a vivere in Carnia: ho semplicemente cambiato vallata rispetto al mio paese natale, però nel nulla, o nel poco, sto veramente benissimo e sono veramente felice di aver fatto questa scelta. Va beh, sto divagando (ride, nda).
Guarda, le interviste in cui si divaga sono le interviste che mi piacciono di più! Allora, sempre per rimanere in tema, leggendo il testo di “Avenâl”, non so per quale motivo, anche considerando che come significato non c'entra assolutamente nulla, mi si è formata in testa l'immagine di questo “surtùm” come se fosse una specie di altare che benedice la vita che si trasforma e che, allo stesso tempo, accoglie quella che muore. C'entra qualcosa?
Sì, sicuramente sì. Guarda, ti dico anche che era un periodo in cui mi piaceva davvero tanto andare a inerpicarmi, a spericolarmi, per quelle che noi chiamiamo “lis ruvîns”, che sono praticamente quei canali dove c'è tutta una parte di montagna franata, magari dove ci sono torrenti che scavano, che però sono torrenti piccoli, che tante volte serpeggiano un po' dentro la montagna, ogni tanto escono, ogni tanto no. Quindi mi piaceva arrampicarmi in questi posti e andare a cercare anche le sorgenti, senza magari prendermi informazioni su dove trovarle, proprio così, all'avventura. Ecco, quando effettivamente arrivi di fronte alla sorgente sembra davvero un altare, qualcosa che ha una potenza che ti riempie.
“Avenâl” di per sé è una canzone che parla di attese, cicli, di un amore, che però ha come altri protagonisti, oltre, ovviamente, alla sorgente, gli alberi, il tronco, il corpo dell'albero, tutti elementi, anche loro, che per me sono sempre stati come degli altari, delle figure, dei monumenti, di qualcosa che sento e percepisco come veramente sacro, come abbiamo già detto prima. L'immagine dell'altare si sposa benissimo con l'immagine del sacro, qualcosa su cui potersi fermare e, in qualche modo, pregare.
Quando mi trovavo a fare queste avventure davanti a queste sorgenti, stavo anche ore davanti a quest'acqua che sgorga dalla montagna, quasi in un religioso silenzio a pregare. Mi dava come la sensazione di una lunga attesa, questo sedersi in silenzio. E non un'attesa come “aspetto qualcosa, un avvenimento, qualcosa che accada”, ma semplicemente un “sono testimone di qualcosa di meraviglioso”. È un po' qualcosa che ho provato anche nel personale, nell'intimo, con l'argomento fondante di questa canzone, che tante volte ha il profondo e sincero amare anche guardare qualcosa, osservare qualcosa (non facendo lo stalker, ovviamente) ma semplicemente assistere, essere testimoni di qualcosa della vita o dell'esistenza di qualcun altro che hai profondamente a cuore, è già qualcosa di meraviglioso.
Rimango sempre sulle parole, e su una in particolare: voi avete una parola per descrivere la lucidità prima della morte, sto parlando di “salustri” in “Zoja”. Noi, per esempio, in siciliano non abbiamo niente che descriva con una singola parola quel momento lì, e racchiuderlo in una parola sola l'ho trovata una cosa di una potenza enorme, che ha dentro questa sensazione della morte che arriva, riuscendo, però, a mantenersi comunque come un elemento di estrema vitalità. È una roba che ha la stessa potenza della zoè, della forza (anche selvaggia) della vita per i greci…
Sono d'accordo, ed è veramente il discorso che ti dicevo anche prima: quando ho iniziato a concentrarmi a fondo su quello che è il vero significato di queste parole, ti rendi conto della profondità anche metafisica di questa lingua. Magari non c'è un modo per dire a qualcuno ti amo, però, in qualche modo, c'è una profonda consapevolezza di questi aspetti, contenuta nelle parole e anche nelle persone, c'è ancora una traccia, un sano rapporto con quello che alla fine è solo un momento di passaggio. E quella parola lo incarna perfettamente.
Ho inserito quella parola, ma ogni volta che mi trovo a cantarla di nuovo, a ripeterla su un palco, a cercare di rientrare sul perché ho deciso di utilizzare quella parola in quel determinato modo, in quel determinato momento, in quel testo, mi ritrovo sempre a riabitarla, a rivivere quel significato, e ogni volta continuo a ricavarne qualcosa, a imparare cose da questo rientrare all'interno di parole del genere.
È meraviglioso, come dici tu, è qualcosa di veramente profondo, anche perché poi, ad esempio, un'altra traduzione di “salustri” è il bagliore, il lampo del cielo, quando c'è uno squarcio nel cielo, magari provocato da un tuono, o lo squarcio di luce che entra quando è tutto coperto, è tutto nuvoloso, e c'è un raggio di sole che arriva, anche quello potrebbe essere un “salustri”; come immaginare uscire dal nuvoloso, dal brutto tempo, volendo traslare un po’, anche dalla vecchiaia, per arrivare in un posto di luce, è molto interessante, molto intensa e anche molto spirituale come immagine.
Assolutamente sì, ma infatti, come avrai capito, tutta l'intervista si sta muovendo su questi territori in bilico fra vita, morte e sacro. Anche perché era da un po’ che aspettavo di trovare tutta questa sacralità in un disco, era da un po' che cercavo una roba del genere, proprio in questa necessità di riconoscere l'elemento del sacro come necessario per la vita di questi giorni. E questo aspetto l'ho trovato, fra le altre cose, anche in questo rincorrersi che c'è tra vita e morte. Per esempio, mi sono piaciuto un sacco “Grim” e “Prin” per questo racconto in cui vita e morte si rincorrono quasi come l'acqua e la terra…
Guarda, intanto sono molto contento di sentire ciò che sei riuscito a percepire nel mio lavoro, che è qualcosa che, come ti dicevo prima, tante volte mi fa sentire solo, perché, appunto, cerco di parlare di queste cose, e poi ho grossomodo la certezza di venire molto poco compreso. E sì, effettivamente quando ho scritto Surtùm è stato veramente in un periodo molto breve, poi è stato un po' più lungo registrarlo, ma sempre per la difficoltà di riuscire a portare avanti una scelta di vita come questa, in tempi come questi, dove è sempre più difficile riuscire a mantenere questa cosa, è stato un po' più difficile riuscire a registrare tutto in una finestra di tempo abbastanza utile, quindi è stato tutto un po' più spalmato da quel punto di vista. Però per la scrittura di per sé sono stati decisivi pochissimi giorni, ma perché, come ti avevo già accennato, era un momento di profondo cambiamento dentro di me: il primo disco era andato benissimo rispetto alle mie aspettative, non mi sarei mai aspettato tutta quella accoglienza e quindi ero molto felice di questa cosa, ero anche molto felice di girare, muovermi per il mondo, conoscere persone, suonare sui palchi, è stato veramente molto bello e molto importante. Però, allo stesso tempo, quando ero lontano da casa mi sentivo lontano da qualcosa di importante, e quando tornavo qua in Friuli spendevo veramente le mie giornate a perdermi nei luoghi, talvolta anche senza uno scopo preciso, stavo cercando qualcosa.
Surtùm di per sé, l'idea, il concetto di questa palude, è come se stessi cercando un altro piano sulle cose, è come se lo stessi percependo, è come se tutti questi paesaggi, tutti questi boschi in cui ho camminato e camminato, ho vissuto e vissuto, ho visto cambiare, ho visto scomparire, sono luoghi sui quali riesco a percepire tutta una serie di vite che si sono spente, che hanno terminato di esistere, hanno contribuito a costruire questo piano che ormai veste tutte le cose, è come se si riuscisse a percepirlo in luoghi come questo, magari perché essendo che per me la Carnia è casa, riesco a leggerla nella sua lingua, e tutte queste volte questa percezione è stata fortissima, andavo nei luoghi e mi commuovevo nel profondo del mio cuore, della mia anima e mi sentivo profondamente legato a un discorso di fede portato veramente allo stremo, ero veramente gioioso, ma avrei pianto a dirotto per giorni e giorni, ero molto fragile, ma molto forte e fermo e saldo allo stesso tempo.
Non avevo pensieri particolari, non avevo idee particolari e alla fine semplicemente poi tutte quelle canzoni sono uscite fuori. Alcune, tra cui proprio “Prim” e “Grim”, erano canzoni più vecchie rispetto a quel momento lì, però hanno trovato il loro perché e il loro motivo di essere in quel momento specifico nella mia vita, dove mi sono sentito anche più in contatto con quello che dicevi tu, con questo rapporto tra vita e morte, che comunque viene sempre un po' inseguito in quasi tutte le mie canzoni: per quanto c'è qualcosa di bello, c'è sempre qualcosa che lo equivale in un'altra modalità, che non dico sia brutta, perché dovrebbe essere bello tutto, è quello che deve essere.
Poi, sai, per me, ad esempio, “Grim” è la canzone forse più solare, in un certo senso, è proprio l’immagine dell'alto pascolo di montagna, è lì che è ambientata questa canzone, mentre guardi i fiumi che si muovono, che scorrono, che ogni tanto scompaiono anche, perché non c'è abbastanza acqua, o, viceversa, ogni tanto sono in piena. E noi siamo figli di quell'acqua, ed è bello comunque vivere in un corpo così grande come quello della Carnia, che quando lo abiti e lo percorri ne vedi, ne senti la sua maestosità, ne senti la sua importanza, ne senti la sua presenza proprio da un punto di vista interiore, decisiva per la tua comprensione, per la tua educazione alla vita.
È sempre un po' in divenire tutto quanto, anche queste canzoni, magari, tra 5 o 6 anni, le comprenderò e le vedrò sotto un'altra luce. Però, per dire, per come ragiono io, un disco così non è fatto di tot canzoni scritte col proposito di fare un disco e poi, scremando, si è arrivati qua: non è stato buttato via nulla di quello che è scritto, semplicemente tutto doveva essere come era, e questo è stato l'approccio nella creazione di questo lavoro. Tutto è giusto, tutto doveva succedere, tutto va bene così, ecco.
Poco fa parlavi del “perché lo faccio?”, e secondo me “Ghirbe” si riallaccia a quel discorso lì: quando canti “Avvolgi ogni cosa nel fagotto. Appendila alle tue ossa: sarà la voce del tuono che muoverà le montagne” ha quella dimensione di “immortalità” di cui parlavamo prima, secondo me la potenza di una canzone del genere sta lì, soprattutto se arriva in maniera “inconscia”. Vuol dire quella visceralità lì ce l’ha proprio sottopelle...
Sì, assolutamente, era un po' il punto dal quale è partita “Ghirbe”. “Ghirbe”, di per sé, vorrebbe dire “pelle”, ma è inteso come “vita”. Ecco, il punto di partenza di questa canzone era un po' la domanda “ma qual è la voce delle montagne?”. Perché stanno lì, sono silenziose, eppure sempre presenti: in qualche modo, mi sentivo di voler cantare quella voce lì. E non che la mia voce diventa la voce della montagna o la voce del tuono che la muoverà, che le evocherà, che le farà rivivere in qualche modo, rianimare. Mettiamola così: ciò che volevo e sentivo era proprio il discorso di voler dare una potenza tale, di ciò che sono le parole all'interno della musica, che possano in qualche modo venire paragonate alla voce della montagna, perché ovviamente se la montagna si mettesse a cantare o a urlare, immagino una voce potente che possa scuotere le persone che vivono ai suoi piedi. Però, allo stesso tempo, mi interessava quanto possa arrivare in profondità un qualcosa di così intenso.
Era più un omaggio se vogliamo, quasi un incantesimo regalato all'intensità delle cose, che ci sia questa intensità delle cose, che deve esserci, perché non possiamo continuare a vivere in una versione semplificata, in una visione semplificata di tutto ciò che ci circonda. Il fatto di enumerare cose, di cantarla come una filastrocca, questa sorta di incantesimo, come se fosse una formula per arrivare a questo canto, che è un po' il prendere, far fagotto di tutte quelle che sono le esperienze della propria vita e cercare se si ha, ripeto, la fortuna, il privilegio, di avere uno spazio dove qualcuno poi ti potrà ascoltare. Non solo intrattenere le persone, col bel canto, la parola confortante, il discorso rassicurante contenuto all'interno dei testi, ma anche raccogliere tutto, che siano le “mele nere”, che sia qualunque cosa nera che sia successa nella tua vita, anche quelle spiacevoli, e avere la prontezza di lasciare uscire tutto quanto questo in maniera più spontanea possibile, per regalare non solo l'intrattenimento, la serata piacevole, ma anche l'interrogativo dentro chi ti può ascoltare, il dubbio, quello che ti aiuta a fare le domande giuste per continuare a crescere, e magari a uscire dai momenti duri della tua vita: io sono più di quella speranza, perchè non dico di riuscirci già.
Mi piacerebbe riuscire a fare questo con la mia musica: lasciare quel punto all'interno di chi vuole ascoltarla, che poi possa aiutarla in un secondo momento. Aiutare, o quantomeno collaborare a un possibile risveglio, se vogliamo, di chi vuole ascoltare. Ovviamente sperando che un giorno anche io mi risvegli, non dico di essere un “risvegliato che cerca di risvegliare altre persone”, però, sai, come a me aiuta fare questa musica in questo modo, spero che possa aiutare anche tante altre persone nel medesimo modo.

Photo courtesy: Riccardo Carpanese

