Luca Cima vive a Pennabilli, un paesino di poco più di duemila anime sulle colline della provincia di Rimini. Non esattamente il luogo migliore per ascoltare e fare musica, in un paese che, Milano e Bologna a parte (e anche qui ci sarebbe da discutere) ha sempre manifestato un provincialismo estremo, tra gusti ed educazione del pubblico.
Anche per questo, un progetto come quello di Narcadian è particolarmente importante: per quanto a radici e influenze guarda a un passato già divenuto storia (ma è assolutamente fisiologico, di questi tempi), il suono e l'atteggiamento generale sono sufficientemente “scomodi” per svecchiare una scena che negli ultimi anni, nonostante non siano mancate le proposte valide, sembra essersi sempre più avvitata su se stessa.
“Tutto è inutile”, uscito lo scorso novembre, e “Italia Sei”, fuori dal 30 gennaio, sono le prime due tappe di un percorso che sembra avere tutte le carte in regola per farsi notare.
Ne abbiamo parlato in videochiamata col diretto interessato.
Direi per prima cosa di raccontare un po' chi sei e come e quando hai iniziato a fare musica.
Ho iniziato alle medie. Anzi, mi pare che la prima volta che ho preso in mano una chitarra sia stato proprio per la scuola, perché il mio insegnante di musica era anche un chitarrista. Chiariamoci, però: non sono un ottimo musicista, non sono certo il miglior chitarrista della zona, neanche lontanamente! Quello che soprattutto mi appassiona è l'aspetto della produzione, della scrittura. Quella è una parte che mi ha sempre affascinato e in cui mi sono buttato presto, probabilmente è da quando avevo dodici anni che provo a scrivere canzoni; per me rappresenta un fattore esplicativo, nel senso che non riesco ad immaginarmi senza questa cosa della scrittura.
Il progetto che ho iniziato a pubblicare quest'anno è il primo in lingua italiana, per cui rappresenta una sfida, dal momento che sono sempre stato abituato ad concepire la musica come cantata in inglese.
Quindi questo non è il tuo primo progetto: avevi già pubblicato qualcosa prima?
Sì, ho un album in inglese ma vorrei tirarlo giù da Spotify perché suona molto adolescenziale, a risentirlo adesso, sono pezzi che ho scritto quando facevo le superiori. Anche quello sì chiamava Narkadian, però con la K, poi nel momento in cui ho deciso di cantare in italiano l'ho sostituita con la C perché mi sembrava più appropriato. È comunque un nome che non suona italiano per niente (ride NDA)!
A proposito, da dove l'hai preso?
Dal nome di due farmaci, messi insieme a formare un'unica parola, che è poi una sorta di ossimoro: il Narcan è utilizzato per contrastare gli effetti dell'overdose, mentre il Cadian è a base di oppio, per cui si crea un certo contrasto. Poi mi piace molto come suona, sembra il nome di un'azienda farmaceutica, crea un effetto piuttosto sinistro.
In effetti è molto suggestivo...
Ero indeciso tra questo e Vertebra, dal nome della band che avevo alle superiori. Sarebbe stato molto adatto anche quello, ma poi ho scoperto che c'erano almeno altri sei progetti che si chiamano così! E quindi mi sono detto che non importa quanto sia intricato, il nome Narcadian: in Italia ci sono decine di progetti con monicker intricati che però ce la fanno lo stesso, quindi perché non tentare (ride NDA)?
Al momento hai pubblicato due singoli, entrambi molto belli secondo me. In generale ci sento un'impronta piuttosto consistente degli anni '90, “Tutto è inutile” in particolare ha delle linee vocali che richiamano un po' gli Afterhours, però in generale sono due brani molto prodotti, dove la componente elettronica ha un certo peso, soprattutto in “Italia Sei”. Prima hai detto che ti interessa molto il mondo della produzione e mi pare che questi due pezzi lo dimostrino in pieno...
Negli anni '90 si sono usate tanto le chitarre, molto meno l'elettronica, almeno per quanto riguarda il mainstream. È vero che ci sono stati artisti come Bluvertigo o Subsonica che hanno mescolato il Pop e la New Wave con l'elettronica, però sono state eccezioni, da noi è sempre andato un certo tipo di rock infarcito di ballad. Il discorso delle chitarre quindi è una roba molto italiana, americana anche, però se vai a vedere quello che succedeva nello stesso periodo in Gran Bretagna, c'erano i Portishead, i Massive Attack, i Prodigy, i Chemical Brothers... tantissima elettronica, decisamente di più di quella che usavano i Subsonica! E quindi ecco, l'ispirazione principale del progetto è questa roba qui, il Trip Hop, l'Industrial, anche se forse quest'ultimo lo si è visto più negli Stati Uniti, penso soprattutto a quanto fatto dai Nine Inch Nails.
In “Italia Sei”, in effetti, le atmosfere sono molto scure e i Nine Inch Nails si sentono...
Sì, poi tieni conto che io ascolto anche tanta altra roba, ma ho pensato che sarebbe stato meno generalista e meno scontato andare verso arrangiamenti di questo tipo. Se avessi usato le chitarre avrei probabilmente rischiato che tutti mi paragonassero ai Verdena (ride NDA), anche se poi dal vivo le usiamo anche noi!
Capisco cosa intendi...
Che poi è una band che rispetto molto, ci mancherebbe, però un po' dà fastidio sentirsi sempre paragonati con precisione a qualcun altro. Io ho fatto le mie scelte, per esempio a livello di testi, quelli di Verdena sono molto evocativi ma lo stesso Alberto (Ferrari, cantante e chitarrista NDA) ha sempre detto che li scrive senza avere troppa idea di che cosa significhino; per me invece i testi sono fondamentali, e lo è altrettanto l'utilizzo dell'elettronica per riempire il suono, mentre i Verdena lo fanno esclusivamente con le chitarre, col basso... insomma, con strumenti a corda.
Un'altra ispirazione interessante è stata quella dei Tool, che piacciono molto sia a me sia al fonico, in particolare la cover di “Imagine” fatta dagli A Perfect Circle (l'altra band di James Maynard Keenan NDA) che è stata essenziale nel definire il sound che volevamo, in particolare il prossimo brano che faremo uscire.
Come hai lavorato a questi pezzi? In quanti siete stati a metterci mano?
Normalmente realizzo delle demo in digitale, usando Ableton, complete di tutti gli elementi; dopodiché mi affido ai fonici e ai produttori per tutto il resto. In questo caso ho lavorato con Emanuele Para, che ha uno studio a Cesena. Gli ho portato i pezzi che avevo scritto e lui ci si è appassionato molto, soprattutto ai due più lenti, che non sono ancora usciti. Soprattutto mi ha detto che non aveva mai visto nessuno, in Italia, portare l'Industrial a questi livelli, che ce l'avesse dentro al punto tale che andasse ad intaccare tutto il processo compositivo.
E quindi ci siamo messi ad arrangiarli, inizialmente inserendo tutta una serie di campionamenti. Poi abbiamo avuto la fortuna di avere Marco Frattini come batterista, che è veramente un mostro, e che ha fatto una session con noi in cui ha registrato tutte le sue parti. Da lì in poi abbiamo iniziato a ricostruire, a ripulire, abbiamo inserito il basso di Andrea Ruscelli, che è un amico di entrambi, mentre il mastering l'abbiamo fatto a Fano. Il grosso del progetto comunque è mio e di Emanuele.
I testi sono molto profondi, anche parecchio maturi, se consideriamo la tua giovane età. Mi pare ci sia anche una certa componente politica, oltre ad un certo pessimismo di fondo, per cui mi chiedevo se sia un caso che siano usciti per primi proprio questi due, oppure se anche il resto si muoverà su questa falsariga.
È probabilmente un caso che siano usciti prima questi, che hanno dentro un aspetto anche sociale, diciamo così. La dimensione politica è onnipresente nella vita di tutti, di conseguenza credo sia normale metterla dentro una canzone. Sarebbe stupido da parte mia pensare che il mondo, il sociale, non influenzi la vita della gente; penso dunque che sia assurdo non inserire questi temi nella musica che uno fa. Poi è chiaro, so benissimo che c'è gente a cui non interessa, però se l'avessi omesso, da parte mia sarebbe stata una grandissima ruffianeria, no? Di che cosa avrei parlato, altrimenti? Del niente, oppure avrei scritto diecimila canzoni d'amore, ma è un tema di cui abbiamo avuto abbastanza, credo. Ci sono talmente tante cose di cui parlare, e invece ci si riduce sempre ai soliti quattro temi, per cercare di essere più democristiani possibile. Poi di mio c'è che certe cose mi escono in maniera molto naturale, quindi va bene così.
Mi hai detto che prima scrivevi in inglese: è cambiato qualcosa, col passaggio all'italiano?
Non tanto, i messaggi alla fine sono quelli. L'unica cosa che è cambiata è che in italiano vengono fuori più spontaneamente, però l'italiano ha tutto un altro suono, ti obbliga ad un altro modo di cantare. Io parlo inglese molto bene però, per quanto lo possa conoscere a fondo, mi rendo conto che in italiano sono costretto a fare un intervento chirurgico su tutto ciò che scrivo, perché è la mia lingua, la uso tutti i giorni, ne conosco tutte le sfaccettature, e quindi un determinato messaggio lo posso veicolare molto meglio.
Più che altro, l'ostacolo più grande è che il genere che facciamo è nato nel mondo anglosassone, quindi con delle strutture e delle metriche che favoriscono un certo tipo di lingua. Gli inglesi possono dire certe cose in un verso, mentre magari a me serve tutta una canzone per esprimere un concetto, perché noi usiamo parole molto più lunghe, usiamo molte più articolazioni...
L'inglese è una lingua molto più sintetica, certo...
Però è anche vero che quando cantavo in inglese mi dava fastidio che la gente non cogliesse mai il messaggio. Suonavo dal vivo e mi trovavo di fronte delle mamme tutte felici che dicevano: “Guarda che bravo ragazzo, suona proprio bene la chitarra, guarda com'è rock!” (ride NDA) E io mi dicevo: “Ma se solo sapeste davvero che cosa sto cantando, la metà di voi andrebbe via subito!”. E quindi cantare in italiano è anche un modo di fare selezione; che può essere controproducente, per certi versi, però non si può suonare per tutti, chi suona per tutti di solito è un venduto.
Ecco, questo mi sembra un punto molto interessante. Anche rispetto a tutto un dibattito iniziato qualche anno fa, sul fatto che gli artisti italiani non avessero più il coraggio di prendere posizione su temi importanti, e si limitassero a cantare di frivolezze. Anche un genere come l'Hip Hop, che ha sempre avuto una coscienza forte, un messaggio ben connotato, nel momento in cui è diventato mainstream e ha preteso di dover piacere a tutti, è andato incontro ad una certa omologazione di contenuti, nella narrativa...
Nel momento in cui tu fai le tue cose tracci una linea e dici: “io faccio questa cosa qua”. E non è detto che sia per tutti, che debba piacere per forza. Oggi invece mi sembra che la tendenza sia quella di dare alla gente quello che la gente vuole sentire. Così va a morire l'inventiva, in favore di prodotti sicuri che si sa già che funzioneranno perché hanno già funzionato, così si atrofizza completamente un genere. Oggi prima di lanciare qualcosa si guardano le statistiche, i numeri: se piace ad un certo numero di persone, la si lancia, altrimenti inutile rischiare. Nessuno ha più voglia di rischiare perdite, nessuno ha più voglia di investire in niente. E così però formi una generazione diseducata, che non sa più che cosa vuol dire ascoltare musica. Mi diceva un mio amico, che fa l'insegnante, che ha fatto sentire in classe un pezzo di Bowie, non ricordo quale ma uno dei più famosi, e il commento generale è stato: “Ma perché questo qui è così stonato?” (ride NDA). Ecco, questo è il punto!
Sì certo, è la stessa dinamica per cui a Sanremo si giudica ancora un artista sulla base del “canta bene, ha una bella voce” e non sul fatto se il brano che porta in gara sia realmente un bel brano.
Oggi un sacco di artisti arrivano a Sanremo passando da Amici: mi è capitato di vedere qualche spezzone, è un sistema in cui i maestri tendono ad omologare totalmente i concorrenti, creano un esercito di gente col copione, che fa e dice quello che tu dici loro. È un sistema indecente, quello che si sta creando.
Un progetto come il tuo comunica certe cose, non può essere ascoltato in maniera passiva, e quindi senza dubbio è un'ottima presa di posizione, un ottimo antidoto a questa deriva, indipendentemente da quelle che sarà poi la risposta del pubblico. Quindi adesso che cosa succederà? Quali saranno le prossime mosse?
Pubblicheremo un altro singolo, poi un altro e un altro ancora, e poi uscirà un EP che si chiamerà Ognuno di voi è un mio nemico.
Bel titolo!
Sì, è lungo ma mi piaceva! Ah, e poi ovviamente mi piacerebbe suonare dal vivo...
Esatto, questa era l'altra cosa che ti avrei chiesto, se ci saranno concerti nell'immediato.
È un po' un'ecatombe, con la situazione attuale, però ci proviamo! Mandare delle proposte ai vari locali è sempre un casino, oltretutto ne sono rimasti pochi e al di fuori di Milano, dove ancora esiste una scena e c'è un certo movimento, la situazione non è incoraggiante. Recentemente ho partecipato al Rock Contest di Controradio, dove ho raggiunto le semifinali, e sono stato selezionato da Manuel Agnelli per il suo progetto Carne Fresca, per cui ho avuto modo di esibirmi a Germi. A partire da qui, stiamo lavorando per creare un contesto adeguato perché il nome giri, e stiamo verificando un paio di situazioni nel prossimo futuro...

