Enrico Cerrato, aka Petrolio, ha pubblicato il suo ultimo album, Club Atletico Voces Y Gritos, che vede la partecipazione di diversi artisti presenti sia a livello nazionale che internazionale nella cosiddetta grey area.
I cinque brani che compongono l’opera vedono, nell’ordine, la partecipazione di: Pallas Athene, progetto alt-pop etereo della musicista canadese Breanna Johnston; Alòs, pseudonimo della musicista e performer italiana Stefania Pedretti, co-fondatrice del duo noise OvO; Pierpaolo Capovilla, storico musicista, attivo prima con One Dimensional Man e poi con Il Teatro degli Orrori; Julinko, progetto dream doom/dark folk della musicista italiana Giulia Parin Zecchin e Bestial Mouths, progetto della musicista statunitense Lynette Cerezo.
L’album, concepito quasi come un concept, ripercorre una delle tante storie di sangue che hanno martoriato il continente sudamericano, nel caso di specie, l’Argentina dei desaparecidos.
La storia, purtroppo, a diverse latitudini, continenti e con pretesti diversi, si ripete anche oggi: l’uomo difatti sembra non imparare mai dal passato con i suoi moniti non oggetto di ascolto.
Ciao Enrico, felice di ospitarti su Loudd! La prima domanda è sempre introduttiva del progetto musicale, e nel tuo caso, avendo tu deciso di mostrarti al pubblico non con le tue generalità: per quale motivo hai scelto il moniker Petrolio?
Ciao Stefano e grazie a Loudd per l’opportunità di parlare del mio progetto Petrolio al vostro pubblico. Petrolio nasce come ambiente di sperimentazione personale nel 2015 dopo anni di interesse per il layering dei suoni, la densità e le saturazioni in musica. Di conseguenza cercavo un alias che identificasse questa tipologia di ricerca, un elemento che fosse denso, vischioso e soprattutto scuro, Petrolio ne è stato il risultato.
Direi di iniziare ad addentrarci nella scoperta del tuo ultimo lavoro e ritengo necessario innanzitutto partire dalla domanda cardine: per quale motivo hai scelto di parlare di una delle tragedie del secolo scorso, ovvero la storia dei cosiddetti desaparecidos argentini (peraltro la non sola vicenda occorsa nel continente sudamericano in quegli anni, per non parlare delle persecuzioni - politiche, sociali, religiose - ancora oggi presenti nel mondo)?
La scelta di parlare della dittatura argentina, o meglio, di un determinato periodo storico-geografico poco conosciuto a molte persone, è legato al fatto che è emblematico ed esemplifica in maniera concreta cos’è una dittatura militare e cosa significa l’utilizzo della paura come strumento di gestione del potere. Un tema attuale in un tempo in cui la “massa” sembra ritornare prepotentemente sulla scena politica, non come massa democratica ma più come massa passiva rispetto alle scelte del potere.
In quegli anni in Sud America i dissidenti sparivano dal giorno alla notte, con la complicità del potere, in quel caso militare; i loro figli venivano dati in adozione agli ufficiali e molti morirono nei voli della morte sul Rio de La Plata.
Chiaramente si tratta di un tema storico complesso che ho deciso di trattare da un punto di vista artistico, ispirandomi a uno dei registi più importanti che ha trattato questo argomento nei suoi film, Marco Bechis, e seguendo una lettura incentrata su una personale ambientazione sonora.
Club Atletico Voces y Gritos fa parte di un concept che si completerà con l’uscita di Estadio Nacional (scritto a quattro mani con Arbeit degli Einstürzende Neubauten), sulla dittatura cilena.
Club Atletico Voces Y Gritos non è la tua prima produzione, essendo tu presente sulla scena musicale da “abbastanza tempo”, in particolare mi viene in mente la collaborazione con un nome storico della seconda generazione della scena cosiddetta post-industriale, ovvero i Gronge, titolata Una guerra di soldatini. Utilizzando tale album come “gancio”, ti domando: come definiresti l’area musicale di elezione di Petrolio? In qualche modo ti senti legato a un percorso musicale specifico, oppure ritieni Petrolio un progetto musicale avente una dimensione “aperta”?
Petrolio è vivo dal 2015, nel suo percorso sonoro ha collaborato con molti artisti appartenenti all’area della sperimentazione. Marcho Gronge è una figura poliedrica, eclettica, una sorta di vulcano capace di trasformare persino un dialogo rubato con una registrazione in un brano musicale dai toni inediti. Collaborare con lui è stata un’esperienza atipica e innovativa, percorrendo strade realmente diverse dalla storia sonora di Petrolio.
Ritengo Petrolio un’esperienza assolutamente aperta, dinamica, tant’è che percorro con lo stesso moniker più strade, anche facendo interventi noise rumoristici con artisti rap o jazz; resto però fedele alla definizione che un carissimo amico, nonchè storico produttore di Petrolio con la sua Dio Drone, Naresh Ran, fornisce del mio progetto, ascrivendolo alla scena industrial.
In effetti è stata la strada primaria di Petrolio, suffragata dal mio amore per l’immaginario industriale e post industriale che amo trasportare anche in altre dimensioni artistiche attraverso intrecci e collaborazioni con altri artisti.
Venendo all’album, mi sembra che in questo ultimo lavoro vi sia una volontà di dare un maggiore peso alla “vocalità”, in particolare, come è nata l’idea di chiedere la partecipazione a diversi musicisti? Vi è una ragione particolare per la quale hai scelto queste particolari collaborazioni? Inoltre, avendo ottenuta la disponibilità, quale è stato il criterio di scelta del brano “assegnato” ad ogni guest musician?
Già nel 2017/18 avevo elaborato un incrocio di anime artistiche sul disco L+Esistenze collaborando con artisti che stimavo. L’idea era di ripetere una esperienza similare e mi piaceva dare una veste a Club Atletico, disco che era uscito in formato digitale e strumentale nel 2021 per la Depths Records, ma che ritenevo potesse ben adattarsi ad una versione rimasterizzata e adeguata alle voci di artisti che volessero intraprendere la sfida di costruire testi che riguardassero l’immagine di oscurità e sofferenza che avevo provato ripercorrendo documentari e film su questa vicenda storica.
Ho cercato di assegnare i brani sulla base delle caratteristiche di voce degli artisti disponibili a partecipare a questo lavoro, lavorando sui brani originali al fine di adeguarli ad alcune sfumature portate dalle voci e dai testi.
Parliamo di alcuni brani: partiamo innanzitutto da "Y nadie queria saber" il cui testo recitato è tratto da un testo di Silvia Levenson, un'artista argentina, fuggita appunto dal regime militare e rifugiatesi in Italia, più nota come artista che utilizza il vetro. Come hai “incrociato” tale figura? In fase di ideazione, realizzazione o, successivamente, all’idea del tuo ultimo lavoro?
In realtà il testo di "Y Nadie Queria Saber” è tutto merito di Stefania Alòs Pedretti; ci siamo sentiti telefonicamente e lei mi ha spiegato che aveva questo legame, tramite una sua stretta amicizia, con Silvia Levenson e conosceva alcuni scritti in cui parlava della sua esperienza diretta di vita durante la dittatura argentina. Storie di artisti, ma in primis persone, che per vivere la propria libertà sono stati costretti a trasferirsi altrove. Impossibile per me non pensare che un testo di questo tipo, abbinato alla potenza espressiva di Alòs, non potesse adattarsi pienamente al mio universo sonoro.
Veniamo al pezzo successivo, "El Silencio", a mio parere il brano migliore dell’album per il suo incidere solenne e ieratico. Una curiosità: per quale motivo il pezzo inizia in lingua latina per poi continuare in idioma spagnolo?
Tutta l’elaborazione del disco si è svolta lasciando agli artisti coinvolti massima libertà espressiva e, come per "Y Nadie Queria Saber”, anche in questo caso abbiamo affrontato un sorta di destino compositivo particolare.
"El silencio” è il nome che la dittatura aveva dato ad un centro di detenzione situato su un’isola. Per spiegare la scelta di Julinko ho ripreso la sua mail in cui spiegava la scelta del latino e dello spagnolo: “L'introduzione è in latino e il resto in spagnolo. Mi son letta tra le varie cose un libro che si chiama L'isola del silenzio. Parla dei rapporti della chiesa con la dittatura (ecco il perchè del latino) e di quest'isola dell'arcipelago del Tigre dove sono stati trasferiti in una notte un gruppo di prigionieri per un programma di "rieducazione"... atrocità e violenze”.
Un intreccio casuale che ha portato una integrazione tra testo, lingua usata e suono aderente all’episodio storico narrato.
L’ultima domanda riguarda il futuro prossimo venturo. Quali sono i progetti in pista? E, lato live, un disco come Club Atletico Voces Y Gritos che si fonda su diversi ospiti “canori” può essere oggetto di rappresentazione dal vivo, o l’assenza fisica delle voci, potrebbe dissuaderti dal presentarlo live?
Attualmente sto lavorando a diversi progetti. Il primo riguarda Club Atletico, che riuscirò a portare live, assieme ad altri brani, grazie ad una vocalist torinese, Danahell (Loredana Deriu); quest’estate saremo presenti in diversi festival tra cui il Brutal Assault ad agosto.
Con Petrolio sto portando avanti un progetto di sonorizzazioni dal vivo di film in bianco e nero che potrebbe vedere a breve la collaborazione con altri artisti della scena sperimentale.
Come anticipato, ci sarà la release del disco Estadio Nacional con Arbeit degli Einstürzende Neubauten e sto lavorando su alcuni progetti alternativi con altri artisti in generi differenti come la glitch music, il nu jazz e l’hardcore rap.
