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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
26/01/2026
Le interviste di Loudd
Due chiacchiere con... Pollio
Pollio è tornato e ne siamo molto felici. Rileggendo in chiave moderna la lezione classica dei cantautori, Pollio pubblica Dopo la bomba e noi ci facciamo una lunga chiacchierata con lui per saperne di più, ma ne esce decisamente molto di più.

Avrò senza dubbio modo di dilungarmi in sede di recensione, perché l'intervista che segue è abbastanza lunga e non voglio rubare spazio con introduzioni inutili. Basti solo sapere che Pollio è tornato. Humus, che dieci anni fa inaugurava una nuova avventura musicale dopo la fine di quella con gli Io?Drama, breve ma ricca di soddisfazioni, era ancora, fino ad oggi, l'ultimo capitolo discografico dell'artista milanese.

Le ragioni di questo iato le lascio a lui qui sotto; l'importante, adesso, è gioire per il comeback di una delle penne (e delle voci) più espressive e ispirate del panorama italiano. Una scena in continuo divenire, che probabilmente in questi ultimissimi tempi sta attraversando un periodo di ridefinizione di sé, con l'Indie che non si capisce se esista ancora e una scena Hip Hop sempre più giovane e sempre più ripetitiva.

Ecco, in questo panorama di stagnazione, ad uscire fuori con maggiore forza potrebbero essere proprio le voci isolate: quelle che, come Marta del Grandi o Cigno (per fare i primi due nomi che mi vengono in mente), si muovono tra sperimentazione e avanguardia e quelle che, come Pollio, rielaborano in chiave moderna la lezione classica dei cantautori, mai veramente fuori moda e allo stesso tempo mai ossequenti alle dinamiche del più superficiale qui e ora.

Qui di seguito il resoconto di una lunga chiacchierata telefonica, pochi giorni prima dell'uscita di Dopo la bomba, frutto della collaborazione tra Bellezza Records e Via Audio, con distribuzione Universal. Leggete, ascoltate, e poi ci vediamo tutti all'Arci Bellezza il 30 gennaio.

 

 

Sono passati dieci anni da Humus, mese più, mese meno, per cui direi che la prima cosa che mi verrebbe da chiederti è che cosa è successo in tutto questo tempo, perché ci hai messo così tanto.

Sono già dieci anni, è vero, però in realtà non è neanche così tanto tempo: se ci penso, da un certo punto di vista sono stati anni lunghissimi, però per altri versi sono volati, nel senso che a novembre 2016 ho pubblicato Humus, poi per un paio d'anni sono stato in giro a promuoverlo, era il periodo in cui si facevano ancora tutti i vari locali, quelli che poi sono stati tutti spaccati dal Covid...

 

Certo, a Milano la presentazione l'avevi fatta al Serraglio, uno di quei posti che appunto non c'è più.

Ecco, lì era andata bene perché Humus aveva girato molto nella scena di quell'Indie del '16-'17, un periodo in cui, se si guarda anche tutto il trend di questi giorni, si capisce che stava succedendo qualcosa di importante. Poi è vero che adesso che va di moda festeggiare gli anniversari, sembra sempre che dieci anni prima sia successo qualcosa (ride NDA)! La verità comunque è che avevo fatto un bel tour, poi nel 2018 ho seguito Musicultura perché, ovviamente, non ero ancora diventato famoso come Michael Jackson, no? Quello è stato un po' il momento in cui mi sono detto: “Fabri, sei stato per 12-13 anni il frontman degli Io?Drama, adesso come lo vai a raccontare che sei un cantautore? Come li rimettiamo insieme, i puntini?”. E così si può dire che Musicultura, assieme ad Humus, sia stato un po' un punto di partenza.

 

Oltretutto poi hai pure vinto...

Esatto, ma mentre vincevo Musicultura stavo anche suonando con la Nazionale Artisti TV, siamo stati in Russia, in Siberia... insomma, tutto questo per dire che non sono stato fermo, lo stop è stato esclusivamente discografico.

 

A proposito, come lo vedi oggi Humus, a distanza di dieci anni?

Arrivavo dagli Io?Drama e secondo me Humus ha rappresentato proprio un colpo di reni: l'avevo chiamato Humus anche per quello, perché buttava per terra la materia fertile, che era quello che io avevo ascoltato nella vita, quello che volevo fare; ci sono due o tre generi in quel disco, non è come Dopo la bomba, che è molto più monolitico. Humus era stato mixato da tre persone diverse, aveva anche una produzione disorganica, alcuni pezzi provenivano dall'eredità degli Io?Drama perché giocoforza il periodo era quello, è uscito appena un anno dopo lo scioglimento del gruppo, è stato il mio modo di reagire, di ricominciare.

 

Tornando invece al riassunto delle puntate precedenti.

Nel 2019 c'è stato il grande tour di De André 2.0, 40-50 date nei principali club italiani, dal Locomotiv all'Hiroshima Mon Amour, tutte sold out. E così fino a febbraio 2020 è volata, è stata proprio una figata. Nel frattempo, mentre spaccavamo sui palchi e io cominciavo a comporre nuove canzoni, alcune delle quali trovi su questo disco, ecco che...

 

Il mondo si ferma...

Me lo ricordo ancora: il 7 febbraio 2020 abbiamo suonato al Monk di Roma e c'era un bordello di gente, era tra l'altro la sera in cui Morgan disse: “Che succede?” Te lo ricordi? (si riferisce ovviamente all'ormai leggendario episodio di Sanremo, col siparietto tra Morgan e Bugo, NDA)

 

E come si fa a dimenticarselo (risate, NDA)?

Ecco, lì c'è stato il mio saluto all'umanità, Morgan ha detto: “Che succede?”, noi finiamo il concerto davanti a 450 persone e il giorno dopo torniamo a Milano. La data successiva avrebbe dovuto essere un po' più in là, tipo il 22 febbraio, ma niente da fare, due giorni prima era arrivata la pandemia e nel giro di pochi giorni si è chiuso tutto. Ma poi, ti faccio un altro scroll veloce, a luglio la mia compagna è incinta e io sono senza lavoro, senza concerti, abbiamo due partite IVA e un mutuo acceso a dicembre dopo che avevamo cercato casa per un anno e mezzo, con un sacco di sistemazioni di fortuna nel mentre.

 

Un tempismo perfetto, insomma...

Il 20 dicembre eravamo nella casa nuova, a febbraio avevo perso il lavoro, tutto quanto. Questa è, tra le altre cose, una delle bombe a cui faccio riferimento nel disco. Cioè, sono anche cose normali che accadono nella vita, ma avevo comunque bisogno di immergermi in quelle realtà. Avevo bisogno di fermarmi, alla settima casa che cambiavo, avevo bisogno di un sacco di cose e questo riguardava anche il mio stile, la mia scrittura, che non mi soddisfaceva più.

 

In che senso?

Mi ritrovavo spesso fuori posto, anche rispetto al nascente movimento Indie, che mi sentivo addosso perché, come ben sai, ero uscito con Maciste, quando era agli inizi... e per carità, c'erano bellissime canzoni, Calcutta è bravissimo, ma anche gli altri, in quel periodo mi hanno influenzato tanto. Però mi mancava la mia bile, quello Spleen che tu sai mi appartiene, di colpo mi sono ritrovato in un mondo Indie dove era un po' tutto zucchero filato.

 

Sì, posso immaginare...

Sai, quando qualcuno diceva: “Ho scritto la mia canzone più triste!” e io l'ascoltavo e dicevo: “Ma veramente? Questa?” (risate NDA) Te lo giuro! E guarda, è vero, c'era una casa da prendere, il lavoro non c'era mai, ho fatto un figlio, l'instabilità perché le spalle coperte non ce le hai mai... come tanti italiani del resto, no? Insomma, va bene il Covid, va bene tutto quello che vuoi ma c'era una componente stilistica in quella roba lì per cui ad un certo punto ho detto: “Ma che cazzo sto facendo?”.

 

Chiarissimo...

Cioè, mi dicevo, perché dovrei stare anch'io ad inseguire questo amore che non ho mai provato, nemmeno a 16 anni? E vedo artisti che ne hanno 40 e che cantano amori e sentimenti che io non capisco cosa siano, e quindi non ci stavo più a quel gioco lì, fatto tutto di storie Instagram e cose così. Mi sono detto: “Aspetto ancora un po', invecchio ancora un po', così poi non c'è neppure più l'equivoco!”. E nel frattempo considera che avevo un figlio! Ho fatto il padre davvero molto volentieri, addentrandomi in emozioni che non avrei altrimenti sperimentato, stando in casa con tutte le difficoltà di una coppia che deve fare una vita calcolando fino all'ultimo euro per poter arrivare a fine mese. Sono tutte realtà che si sono tradotte in canzoni, alla fine: Dopo la bomba è questo, dunque.

 

Senti, prima di entrare nello specifico, te lo devo dire: il disco mi è piaciuto tantissimo, i pezzi sono splendidi, ma perché è così corto? Dopo dieci anni avrei sinceramente desiderato qualcosa in più...

(Ride NDA) Le canzoni sono quelle che avevamo pronte nel momento in cui ci siamo detti: “Ok, possiamo fare un disco”, nel senso che eravamo riusciti ad allinearci coi FETBASTARDS e Giuseppe Magnelli ha detto: “Ok, adesso spingiamo ancora e finiamo quello che abbiamo iniziato”, e Bellezza e Via Audio ci hanno detto che loro in questa roba ci credevano. Quando ho visto che le cose si stavano allineando avevamo una ventina di canzoni in fase avanzata di lavorazione, che avrebbero potuto tranquillamente stare sul disco. Da quelle abbiamo scremato e siamo arrivati ad una rosa di circa dieci, però ancora non ero soddisfatto, c'era ancora troppa roba e, più che altro, essendo anche produttore esecutivo, ho dovuto fare anche dei conti, perché ci andavano su delle orchestrazioni, delle soluzioni anche piuttosto dispendiose. Di conseguenza, ho preferito uscire con sette canzoni ma molto ben prodotte e lavorate a livello di suono, piuttosto che averne di più ma magari con qualche riempitivo e con qualche episodio un po' sottotono.

 

Sì, in effetti ha senso.

Mi era capitato con Humus, che di pezzi ne aveva nove, e anche ai tempi degli Io?Drama, quando di canzoni per disco ne inserivamo anche dodici. Questa volta, proprio perché si tratta di un lavoro che nasce da una volontà di sintesi, di andare all'essenza delle cose, di “potrei ma non voglio” piuttosto che “vorrei ma non posso”, ho preferito rimanere a sette, sapendo che piuttosto mi prenderò più avanti il tempo di buttarne fuori un altro tra non molto e, in generale, di riprendere le pubblicazioni con una maggiore frequenza. E quindi alla fine ho preso questa decisione per garantire che tutte le canzoni rispettassero un certo standard, altrimenti dal mio punto di vista di povero stronzo indipendente sarebbe diventato davvero difficile; dopo tutto le persone lo streaming non lo pagano, lo ascolteranno comunque, che i pezzi siano sette o dodici...

 

In effetti...

A questo punto meglio che ascoltino sette canzoni di qualità, no? Tutto qui. Ho dato loro sette prodotti DOP, anziché dodici provenienti da una filiera non controllata (ride NDA)!

 

Quindi è una scelta che non c'entra nulla col trend odierno di fare dischi corti perché la soglia di attenzione si è abbassata...

Ma figurati! Ti pare? Se il concept me lo avesse richiesto, magari non ti avrei fatto l'album da 69 canzoni, perché non sono certo un artista prolisso, ma dieci-dodici canzoni sì, perché no? In questo caso queste sono le sette canzoni che ho proprio sentito che andavano assieme, che dovevano stare unite. Parlavano la stessa lingua, c'era qualcosa che le rendeva connesse e quindi ho messo insieme proprio loro. Calcolando, tuttavia, che due le ho lasciate fuori proprio all'ultimo...

 

Ma dai?

Sì, c'è stata la volontà di segarle piuttosto che disperdere il contenuto. Quindi non perché la gente non ascolta ma perché questo è il prodotto, questo è l'album, avevo bisogno di riprendere un ritmo. Una volta funzionava così: l'artista aveva tot canzoni e faceva l'album, che era la raccolta delle sue canzoni dell'ultimo periodo. Io per riprendere il ritmo ne ho scelte sette che mettessero un punto e spero che questo mi porti a pubblicare con più frequenza, da qui in avanti.

 

Mi dici qualcosa di chi ci ha suonato sopra e di chi ha prodotto? Da quel che ho capito, Giuseppe Magnelli è ancora della partita.

Le canzoni sono firmate da me, in qualche caso assieme a Jacopo Sam Federici, in altri con Giuseppe Magnelli, per cui loro sono stati fondamentali anche nel processo di scrittura. La produzione, assolutamente determinante, è quella dei FETBASTARDS, che hanno anche arrangiato la maggior parte dei brani (di alcuni invece ce ne siamo occupati io e Giuseppe).

 

Chi sono questi FETBASTARDS?

Sono Jacopo Sam Federici e Jacopo Pinna, entrambi già al lavoro con me su Non ci resta che perdersi degli Io?Drama e su Humus, e che nel frattempo sono diventati bravissimi. Sam lavora da Cambiago, Iacopo da Los Angeles, quindi diciamo che sono operativi h24 sul fuso. E sono fusi totalmente di testa (ride NDA) non li avrei mai voluti diversi da così, scornandoci piacevolmente siamo arrivati a questo suono qui che senti adesso.

 

Che è veramente un gran suono, devo dire.

Guarda, io di dischi ne ho pubblicati un po' ma non mi sarei mai aspettato di raggiungere uno stile di questo tipo, anche un po' retro ma senza... cioè, solo con loro avremmo potuto mettere a punto una cosa così. Ognuno ha buttato le sue carte sul tavolo, e poi c'è stato il mastering di Giovanni Versari a completare il tutto.

 

In effetti farei più o meno le stesse considerazioni: il suono è moderno ma senza nessuna concessione a soluzioni di moda, in questo senso anche molto classico, però senza essere passatista, mi spiego? E anche la scrittura, che è sempre stata efficace (sei sempre stato bravissimo a scrivere canzoni, a tirare fuori melodie splendide) ma qui mi pare che tu abbia raggiunto proprio un'impronta, un'identità che sia realmente tua...

Hai beccato il punto. Non lo posso dire io, ovviamente, che sono bravo a scrivere canzoni, non posso farmi un complimento da solo, però ti posso assicurare che io ho sempre lavorato per questo, per arrivare ad una scrittura che fosse davvero mia. Anche perché non guadagno i miliardi, non lo posso fare per i soldi. Non rifiuto la gloria, se dovesse arrivare, ma è evidente che al momento l'ho fatto esclusivamente per una ricerca di stile. Anche nei testi mi sento più personale, credo di avere aperto il cuore di più, questa volta...

 

Ecco infatti, anche di questo mi piacerebbe parlare...

Questi dieci anni, dicevamo prima, sono passati in un soffio, con tutto quello che è successo: se ti ricordi, l'ultima volta che ci siamo parlati io e te, mi era morto mio padre da sei mesi, questo fatto aveva inevitabilmente determinato il disco, per cui Humus iniziava con quella che era la sua conclusione (“Oggi è domenica” NDA), alla fine infatti c'era “Angelus”. Questa volta invece è un preambolo: dalla morte di mio padre sono successe un sacco di altre cose, per esempio un anno e mezzo dopo è morto il padre della mia compagna, e poi genitori di amici malati in ospedale, e fatiche e sbattimenti vari... uno continua ad esistere, certo, ma bisogna occuparsi anche di questo, no? È una parte inevitabile dell'esistenza.

 

L'idea di includere “Solo una fase” nasce da qui, giusto? Perché all'inizio mi sono un po' sorpreso di trovarla: voglio dire, è vero che non l'avevi mai registrata ufficialmente, però era un brano nato durante il Covid, lo suonavi sempre dal vivo... pensavo che ormai l'avessi archiviata. Però in effetti, adesso che ti sento dire così, acquista tutta un'altra prospettiva.

Certo, è assolutamente così. “Solo una fase” era il brano che suonavo dal balcone durante il primo lockdown, la gente lo conosceva già ma non era mai uscito veramente e quindi ad un certo punto ho deciso di includerlo in Dopo la bomba, proprio perché entra totalmente nel concept generale. In tutto questo, si capisce come la scrittura sia stata fondamentale in questi anni, come mi abbia aiutato. La musica mi è stata molto vicina in questo periodo, ho riscoperto un contatto con ciò che mi piaceva, piuttosto che con ciò che andava fatto, e soprattutto ho fatto pace con ciò che non andava. Nel senso che non ho più guardato al di fuori, non ho più avuto quella cosa che diceva Aristotele sull'invidia, o almeno penso fosse lui: diceva che l'invidia la sviluppi verso chi è prossimo, non certo verso chi è lontanissimo da te. Cioè, non è che io posso essere invidioso di Michael Jordan, che è uno degli sportivi più importanti di tutti i tempi, sarò piuttosto invidioso del musicista indipendente che ha mille follower più di me, si capisce cosa voglio dire? Ecco, questa dinamica nel periodo '16-'17 ricordo che era proprio diventata stra tossica, adesso invece sento di essermela scrollata di dosso...

 

Nel senso che?

Nel senso che ho evoluto il mio linguaggio nei testi e ho accettato pure il compromesso di poter essere anche una sorta di Social media manager. Se guardo adesso i miei Social, sono molto più reali e spontanei, è come se questo modo di comunicare, oggi comunque necessario, sia finalmente riuscito ad accettarlo senza dovermi vergognare. E quindi sì, faccio tutto questo e sono orgoglioso dello stile che ho raggiunto.

 

“La percentuale” mi pare sia il pezzo in cui dici questo, in cui ti confronti con queste dinamiche e lo fai in modo pacificato, mi pare.

Assolutamente. Quella è anche la canzone più vecchia, è stata scritta assieme a “È solo una fase”; anzi, ce stato un momento in cui erano addirittura una sola canzone...

 

Ma dai?

Sì, ovviamente oggi non lo diresti mai però all'inizio erano come gemelli siamesi, poi si sono pian piano separate, divenendo irriconoscibili l'una dall'altra. Ora non c'entrano più nulla ma c'è stato un momento in cui le candidai a Sanremo, ed erano una canzone sola. È una chicca che, chissà, magari un giorno potrò pubblicare, a favore di quelle due o tre persone che fossero interessate (ride NDA)!

 

Invece in “Equatore” c'è un bel contrasto tra una strofa cupa, tesa, ed un ritornello più aperto, per certi versi liberatorio; anche qui ci sono dentro le tue vicissitudini?

Racconta la sensazione che si prova quando non si hanno soldi e neanche un lavoro stabile, mentre quel poco di lavoro che ogni tanto riesci a fare, non è quello che ti appassiona, lo fai solo a scopo di sopravvivenza. In quel limbo tra ciò che sei e ciò che vorresti essere si è stanziata “Equatore”, e ovviamente parla anche di una voglia di evasione che si fa sentire nel ritornello, la voglia di spaccare. Descrive esattamente come mi sono sentito io in certi momenti, da qui l'atmosfera cupa, ma poi nel ritornello si parla del desiderio di evadere da questo.

 

“Mi sei mancata tanto” invece rappresenta, a mio parere, la tua maggiore concessione al mondo cosiddetto Urban: arriva molto dritta, potente, la melodia spinge tantissimo. Prima hai accennato a Sanremo, ricordo che già ai tempi degli Io?Drama avevate provato con “Babele”; ecco, questo secondo me sarebbe stato un perfetto brano sanremese: intendo nel senso migliore possibile, un brano di ottimo livello ma allo stesso tempo parecchio accessibile.

Eh, hai voglia! Sai, in molti mi hanno detto: “Ma perché non proviamo con Sanremo?”. E io ho risposto: “Sì ok, bellissimo, però questo disco è nato dalla voglia di procrastinare e di non boicottarsi!”. Io sapevo che tentare Sanremo sarebbe stato proprio boicottarsi: non perché non ci creda, ma perché so come va. Non è possibile che tu mandi la letterina e allora ti chiamano: non ho 23 anni per cui posso fare Area Sanremo, ne ho 41 e lo so un anno prima, se ci vado o anche solo se potrò averne la possibilità. Sapevo già quindi che non ero ancora in quella fase e quindi, piuttosto che tenermi un buon pezzo in un cassetto, l'ho buttata fuori; nel frattempo, chi ha orecchie per intendere intenda, e se dovrò fare un Sanremo, vorrà dire che troverò un'altra canzone giusta.

 

Non credo proprio che avrai difficoltà a tirarne fuori una...

No infatti, ad ogni modo anche a me “Mi sei mancata tanto” aveva ingolosito: è un pezzo veramente bello, si sente che mi è uscito direttamente dal cuore. Parla di un sacco di persone, di relazioni che non riescono a sbocciare. C'è gente che sta in casa, che vive ogni giorno questo amore e poi... cioè tu pensa che io, ancora oggi, se volessi ascoltarmi qualcosa di serio sull'amore, devo ripiegare sulle paranoie di Cocciante, uno che ha scritto 40 anni fa, no? Perché è vero, qualche rapper oggi sull'esistenza riesce a dire delle cose che spaccano ma sull'amore no, ci si perde sempre a dire le solite puttanate. Io qui ho cercato di dare una versione amara di un rapporto affettivo: ci sono anche persone a cui piace l'amaro, chi se lo vuole bere... ecco, questo è un pezzo per quelli lì.

 

Oggi mi pare che ci sia molta superficialità: magari si scrivono anche dei testi belli, dal punto di vista letterario, ma l'esperienza che comunicano è banale, sono sempre quelle quattro cose trite. Non so, probabilmente col fatto che tu sei più maturo, riesci a dire delle cose più profonde, però è anche vero che le cose che scrivevi con gli Io?Drama quando avevi 25 anni non erano certo banali... forse è questa generazione, il problema?

Non saprei, sicuramente è vero che i trentenni di adesso sembrano un po' al livello dei ventenni di allora, oppure è solo che eravamo noi che ci sentivamo più maturi... non so, è strano, non ho una risposta.

 

A proposito di età e di fenomeni incomprensibili, abbiamo poi una canzone che s'intitola “Quando ero vecchio”...

È una canzone che è uscita fuori così, tra l'altro sembra assurdo ma l'ho scritta in un compleanno di tanti anni fa, sarà stato il 2018. Era notte ed ero da solo in sala prove, a mezzanotte ho fatto il compleanno e ho scritto questo pezzo qui. È uscita questa cosa del primo verso, del “quando ero vecchio”, mi ha colpito e sono andato avanti su questa linea. In quel periodo mi sentivo così, in effetti, ma non in senso estetico: arrivavo da Humus, avevo 34 anni, era morto da poco mio padre, tante cose erano cambiate, non avevo una casa, stavo cercando un posto dove andare a vivere con la mia compagna, il lavoro era quello che era, c'erano un sacco di sbattimenti. E soprattutto, a quell'età la discografia ti considera nulla, ti fa sentire un cadavere, oggi probabilmente è ancora peggio, a 28 anni forse sei già morto. È una roba malsana, tossica, capisci? E quindi sentirmi così fallito, così fuori tempo, vecchio, appunto, mi ha fatto domandare: “Ma che cazzo vuol dire essere così a 34 anni? Cosa sarà mai essere vecchi?” e così ho scritto questo pezzo, per esorcizzare, ho fatto finta di ripercorrere la vita al contrario, come per dire che se la vita andasse al contrario, ringiovanendo chissà se le cose andrebbero meglio. La verità è che c'è una linea biologica ma anche una più personale, spirituale diciamo, che tende ad evolversi magari anche in maniera opposta e chissà che alla fine di un percorso uno non possa ritrovare la purezza del bambino.

 

Una parentesi: mi pare di aver capito che sono tutti pezzi che hai in giro da un po', oppure ci sono anche cose più recenti?

Sì, ci sono brani che risalgono ad un paio di anni fa, anche perché tieni conto che un anno e mezzo è andato via in produzione, quindi i pezzi per forza di cose ad un certo punto li abbiamo chiusi. È però un discorso che si può fare anche sulle singole strofe, perché magari una canzone era finita nella struttura principale, ma poi è andata avanti ad evolversi per parecchio tempo, per cui alcune parti di testo sono state composte di recente. “La percentuale”, ad esempio, è stata lì ad aspettare per una vita, poi la zampata gliel'ho data solo alla fine. “Igloo”, al contrario, era praticamente già finita, mi è uscita così come la senti nel disco, soprattutto a livello di consapevolezza.

 

“Lucciole”, invece, al momento è la mia preferita. È il brano da cui hai preso il titolo, quindi si capisce che ha una certa importanza, in più ci trovo anche un po' una componente politica, in qualche modo vicina a certi testi di Da consumarsi entro la fine. C'è per caso qualche riferimento ai tempi che stiamo vivendo?

“Lucciole” è la canzone che più si riappacifica con tutto ciò che sono stati gli Io?Drama ed anche un po' con tutta la mia scrittura. Sono sempre stato molto libero nello scrivere i testi e questa componente un po' politica, dove mi rivolgo al Cesare di turno, quella roba anche un po' distopica, puoi metterci anche tutto l'Indie caramelloso che vuoi ma quella non me la togli. Per cui mi sono detto: ecco qui il manifesto di quella roba lì a 40 anni! È il Fabrizio distopico post Matrix che parla ancora di certi argomenti dopo così tanti anni e ancora su certe cose ha ragione, con quel suo modo tragico di vedere la realtà, con quel suo modo negativo, però ogni tanto riesce anche a dire cose più solari. Questa è “Lucciole”: all'inizio sembra un classico pezzo contro l'imperatore, il potere, però poi diventa corale, e si tenta di avvicinare gli esseri umani con tutto ciò che li rende veramente unici, umani appunto, e con tutto ciò che li salverà quando le cose cominceranno ad andare veramente male. Bisogna avere fiducia nel nostro genere: in un mondo in cui tutti si dividono in micro generi (e nessuno più di me è interessato al rispetto di ogni minoranza, ci mancherebbe) e c'è questa tendenza a dire che i cani sono meglio delle persone, a dire che siamo delle merde, che dobbiamo morire tutti, che facciamo cagare... è una retorica facilona, che non può più essere portata avanti, perché allontana la gente dalla propria responsabilità. “Lucciole” vuole essere un pezzo per dire che la palla, ancora per poco forse, ce l'abbiamo ancora noi.

 

Mi è piaciuto molto questo brano perché, al di là di tutto, è un pezzo di festa, quasi gioioso. Dal vivo, soprattutto, immagino che sarà molto potente.

Guarda, è la figlia di “Auto aut aut” degli Io?Drama. La figlia o la sorellina, vedi tu, però è la versione positiva. Perché poteva andare lì, se ci pensi: quando mi è uscito dalla bocca “Ave Cesare quanto sbagli, o non vuoi vedere”, già mi sono visto con questo dito da Savonarola, all'impero, e ti fotto, e ti faccio crollare, muori merda (risate NDA)... potevo andare lì ma non l'ho fatto, e questo è stato il superamento di quel ragazzo che aveva espresso tutto quel dolore negli Io?Drama. È per questo, anche, che è un pezzo nodale, è per questo che contiene il concetto di “dopo la bomba”, che vuol dire: dopo un cambiamento, eccoci qua. È anche il pitch del disco, come vedi, verrà lanciato dopo quattro singoli ed è lui che alla fine incarnerà la cosa.

 

Per concludere direi di parlare del live del 30 gennaio all'Arci Bellezza: che cosa vedremo di preciso? È il preludio ad un futuro tour?

Non ci sarà ancora un tour vero e proprio. Faremo questo concerto, che sarà un grande momento zero, un release party ma fino a questa primavera non ci saranno altre date, se non forse qualcosa in acustico. Ci concentriamo su questo live e sarà un bel modo per dire che sono tornato. Sarà tutto suonato, niente sequenze, sul palco saremo in cinque e ci saranno anche dei guest che verranno annunciati nei prossimi giorni. Le canzoni di Humus sono state un pochino riarrangiate, quelle di Dopo la bomba le faremo tutte e anche una canzone degli Io?Drama, più un omaggio ad un cantautore che più di tutti, negli ultimi anni mi ha illuminato la via.

 

Meno canzoni degli Io?Drama rispetto agli ultimi live, dunque...

Gli Io?Drama in questo momento sono un capitolo superato in quanto acquisito, mi accorgo che sono sempre io, che va bene così, ma intanto sono passati tanti anni e ho ancora bisogno di avere un contatto vivo qnel presente, con ciò che faccio. Gli Io?Drama non li devo fare per forza: nel momento in cui un brano trova lo spazio giusto nel contesto di questo live, va bene, ma ormai ho costruito il mio immaginario col progetto di Pollio e voglio continuare con quello.