Chi ama la musica underground, quella per intenderci fuori da ogni tipo di mainstream, si scontra con un vuoto che l’editoria musicale fatica a colmare, ovvero quello di realizzare dei libri che riescano nell’impresa di mettere “a fuoco” un determinato movimento musicale (sia dal punto di vista più squisitamente musicale, sia dal punto di vista di una analisi storico sociale) dando le ragioni della nascita, dello sviluppo e della successiva dispersione – in rivoli carsici pronti a riemergere nel corso dei decenni – di una specifica sottocultura giovanile.
Per fortuna, tuttavia, esistono delle opere letterarie che – curate con dedizione encomiabile e con una specifica competenza sedimentatasi nel corso di ascolti e letture pluridecennali – riescono in questa perigliosa impresa.
Il libro di Roberto Calabrò può legittimamente aspirare a questo status: qui troverete una analisi minuziosa della scena (come l’autore ama definirla) neo sixties italica, sia dal punto di vista dei luoghi musicali in cui si è maggiormente coagulata; sia dal punto di vista di un ascolto certosino dei relativi album, ep e singoli (con relative descrizione dei singoli brani) unita ad un sapere che oserei affermare quasi enciclopedico della scena in oggetto, grazie anche ad un apparato critico che si fonda su di un esaustivo archivio delle principali recensioni delle (allora) numerose riviste musicale di settore e delle fanzines dedicate al genere in oggetto.
Per chi vive la passione per queste sonorità una ristampa (aggiornata ai giorni nostri) che diventa un volume imprescindibile per la propria cultura musicale, per i curiosi la scoperta di un mondo caleidoscopico in cui immergersi.
Ciao Roberto, innanzitutto benvenuto su Loudd, la domanda con cui inizio di norma le mie interviste è quella (anche nei confronti di una “penna” musicale nota come te) di presentarsi. La ragione della domanda non è tanto quella di rispettare una convenzione diffusa, quanto piuttosto la convinzione che ogni autore abbia una sua storia personale e che quello che propone sia il portato della sua esperienza e il frutto di ciò che gli è più caro e che vuole comunicare ai suoi potenziali lettori. Conseguentemente, quale sono le esperienze musicali che ti ha condotto a editare (e rieditare) Eighties Colours?
Sono un giornalista e autore di saggi musicali. Come giornalista ho iniziato la mia attività alla fine degli anni Ottanta, ho scritto a lungo e continuo a farlo per riviste specializzate e fanzine musicali. A un certo punto questa attività si è trasformata in una professione, quando ho iniziato a collaborare con testate generaliste come l'Espresso, la Repubblica, il Venerdì di Repubblica, Diario e altre. Sono stato fortunato a trasformare le mie due grandi passioni, la musica e la scrittura, in una professione. Oggi collaboro in Italia con il mensile musicale Blow Up e con il Venerdì di Repubblica, in Spagna con la rivista Ruta 66, in Inghilterra con il mensile Shindig! e in Germania con il magazine MINT. A cui si aggiungono le collaborazioni con due fanzine a cui tengo molto, Gimme Danger e Tribal Cabaret.
La storia editoriale di questo libro penso vada un attimo raccontata ai lettori curiosi di Loudd. Eighties Colours è stato pubblicato per la prima volta nel 2010 da Coniglio Editore (casa editrice oramai fallita) e mi ricordo di averlo cercato all’epoca in più librerie e negozi di dischi (ai tempi ancora non mi ero piegato alle dinamiche degli acquisti on-line, ero ancora legato all’acquisto fisico nei punti vendita) senza riuscire ad acquistarne una copia. Ora, a distanza di anni, Odoya decide meritoriamente di rieditarlo; come è nata e come hai vissuto la “seconda nascita” del libro, con il relativo capitolo aggiuntivo aggiornato ai giorni nostri?
Eighties Colours esce per la prima volta nel 2010 grazie a Coniglio Editore, che lo ha pubblicato in una meravigliosa edizione coffee table, quindi di grande formato, a colori, su carta patinata, ricchissima di foto. L’edizione del 2010 non sei riuscito a trovarla perché le 1.200 copie di tiratura andarono ben presto esaurite, anche perché a supporto dell'uscita di quel libro ci fu un tour di presentazione di ventritré date: andai a presentarlo dal Piemonte alla Sicilia e ogni data si trasformò in un piccolo happening con concerti e incontri con i musicisti della scena neosixties degli anni 80. A suonare c’erano band che si erano riformate per l’occasione (penso ai Vegetable Men di Pescara o ai Party Kidz di Torino) o gruppi che avevano ripreso l’attività da qualche anno dopo un lungo periodo di silenzio come Sick Rose, Liars, No Strange, Peter Sellers & The Hollywood Party.
La prima edizione del libro è andata esaurita nel giro di un anno, poi c’è stato il fallimento della Coniglio. Purtroppo, Francesco Coniglio è poi venuto a mancare tre anni fa. L’anno scorso la bolognese Odoya ha deciso di ripubblicarlo su mia sollecitazione. Ho contattato la casa editrice proponendo una nuova edizione perché nel 2025 si celebrava il quarantennale dell'uscita di Eighties Colours, cioè il disco dal quale nacque la scena: la compilation ideata Claudio Sorge, all'epoca condirettore di Rockerilla, poi fondatore di Rumore e oggi direttore della bellissima rivista rock'n'roll Gimme Danger. Si tratta dell’album grazie al quale tutti i gruppi che in quel momento suonavano musica di ispirazione Sixties in Italia capirono che in altre città, o magari anche nella loro stessa città, c’erano altri ragazzi che condividevano la stessa passione e stavano provando un percorso simile.
Siccome l'anno scorso si celebravano, appunto, i quarant’anni dall'uscita di quel disco epocale mi sembrava l'occasione giusta per ripubblicare il libro che era fuori catalogo da tempo e che mi veniva richiesto spesso e volentieri. Quindi, grazie a Odoya, ne abbiamo fatto una nuova edizione con una nuova introduzione, un capitolo aggiuntivo che racconta cosa hanno fatto le band neosixties italiane negli ultimi tre lustri e una discografia aggiornata. La veste grafica non è lussuosa come nell’edizione originale, ma è più che dignitosa. Odoya lo ha pubblicato in tempo record e il volume è stato presentato al Festival Beat nel 2025 proprio con Claudio Sorge e con Carlo Bordone di Rumore. In seguito vi sono state delle altre presentazioni, ma la cosa importante è che il libro è ancora una volta disponibile: si trova in libreria, si trova sulle piattaforme di vendita online; quindi, chi vuole in qualche modo scoprire o indagare questa pagina nascosta della musica italiana degli anni '80, adesso può farlo.
Partiamo dal titolo: per i cultori del garage rock è di immediata evidenza, nel 1985 Claudio Sorge, allora deus ex machina di una delle riviste musicali più di “nicchia”, ovvero Rockerilla, produsse per la sua casa discografica Electric Eye una raccolta, Eighties Colours appunto, di gruppi garage, neo psichedelici e beat, italiani. Sul finire degli anni Settanta, a partire dagli Stati Uniti (pensiamo a gruppi come Fleshtones, Cramps, Flamin’ Groovies), vi fu una rinascita/riscoperta del rock più primigenio, diretto, rispetto ai suoni più digitali e plumbei del goth (in Italia dark) e della new wave-post punk.
Il libro evidenzia come il nostro paese, così come aveva generato una serie di gruppi che non sfiguravano affatto (molti altri per la verità piuttosto ripetitivi e pedissequi dei gruppi di Oltremanica) nel genere (io stesso rimango ancora un grande fan). Ma, in questa sorta di rivitalizzazione a livello mondiale, nella “vecchia” Europa, alla pari della Svezia, il verbo garage punk attecchì molto incisivamente in Italia che divenne, come da te indicato e da me sottoscritto, uno dei paesi con gruppi assolutamente di livello mondiale. Secondo te quali sono le ragioni di tutto ciò?
Quello che dici è assolutamente giusto, nel 1985 Claudio Sorge, all'epoca condirettore di Rockerilla, intuisce che qualcosa sta succedendo non soltanto in America, ma anche in Italia, e decide di pubblicare questa raccolta, Eighties Colours, di cui poi due anni dopo viene pubblicato un secondo volume. Si tratta del disco da cui è partito tutto, quindi, inevitabilmente il titolo del libro prende spunto dall’album che ha fatto da detonatore della scena.
Il movimento neosixties nacque sul finale degli anni Settanta in America ed esplose nella prima metà degli anni Ottanta, raccogliendo numerosi consensi anche da questa parte dell'Atlantico: le principali sponde europee furono la Scandinavia e, appunto, l'Italia.
Forse per la prima volta la scena italiana è stata superiore a quella inglese, perché nel Regno Unito tutti i gruppi di ispirazione Sixties, ad eccezione di alcune garage band (i Mighty Caesars, i Thanes…) e di alcuni gruppi propriamente psichedelici, proponevano un mix di psichedelia e di suoni di derivazione post-punk, mentre da noi ci fu una vera esplosione di band propriamente garage, beat e psichedeliche che cercavano di riportare la magia dei Sixties negli anni Ottanta.
In Italia ci fu anche un po' questo errore semantico, per cui tutti i gruppi venivano etichettati come neopsichedelici. Io, invece, ho preferito utilizzare l’espressione neosixties perché c’erano gruppi che declinavano le varie sonorità in voga negli anni Sessanta: la psichedelia, certamente, ma anche il garage-punk più energico e grintoso, e anche il beat italiano degli anni Sessanta.
Secondo me la ragione principale per cui la scena prese piede in Italia è per una sorta di reazione alle condizioni sia musicali sia sociali in cui il nostro paese si trovava in quel momento. La situazione all’inizio degli anni Ottanta era plumbea: si veniva dagli anni di piombo sfociati nel riflusso, nel disimpegno dei giovani dalla politica. Sotto il profilo musicale, il mainstream era plastificato, tra gruppi new romantic e formazioni synth pop, mentre l'underground viveva nelle atmosfere algide del post-punk o in quelle ancora più oscure del gothic rock, che da noi comunemente chiamavamo dark. Quindi un gruppo di ragazzi, probabilmente inconsapevoli che in altre città stava succedendo più o meno la stessa cosa, decisero di tornare ai colori e alla magia degli anni Sessanta, spinti da questa nuova ondata che arrivava dagli Stati Uniti, da gruppi come Chesterfield Kings, Unclaimed, Fuzztones, Lyres, ma anche di quelli appartenenti alla cosiddetta scena Paisley Underground. Influenzati dal loro esempio, iniziarono a pensare che si potevano riportare la magia, i colori, l'entusiasmo degli anni Sessanta anche nei plastificati anni Ottanta.
Nacquero così tutte queste band di ispirazione diversa, ma accomunabili dalla passione per i Sixties che evidentemente non era soltanto una passione relativa alla musica, ma anche all'arte, al cinema, alla moda, al graphic design. Insieme, costituirono una scene ricchissima che per 4-5 anni ha tenuto banco sulle riviste di settore, Rockerilla in testa, ma anche sulle tante fanzine che uscivano all'epoca, da Lost Trails, che era pubblicata dallo stesso Claudio Sorge, a Urlo fino alle tante altre pubblicazioni indipendenti ancor più piccole. Fu un periodo effervescente, di grande creatività.
Il lavoro che è dietro il libro è veramente enciclopedico, la divisione in scene locali e la cronologia delle pubblicazioni (con il relativo apparato di recensioni) penso sia stata un’impresa non facile da realizzare. La domanda mi sorge spontanea: quali sono le motivazioni che ti hanno portato alla realizzazione di questo volume, perché chiunque scrive – anche solo a carattere amatoriale (come di solito vivevano prime le fanzine ed ora anche le webzine) è ben a conoscenza dell’immane lavoro che ci sta dietro – penso anche, ad esempio, alla discografia inclusa?
Come hai reperito le informazioni, i documenti e le interviste per ricostruire una scena così underground? Hai incontrato difficoltà nel verificare date, band o produzioni dell’epoca? Qual è stata la scoperta più sorprendente? Qual è il ricordo che più ti ha colpito tra le interviste ai protagonisti dell’epoca? In sintesi, cosa ti ha spinto in questa avventura?
La motivazione principale che mi spinse a scrivere Eighties Colours fu il fatto che nessuno parlava più di quella scena. Nei primi anni 2000 stavano uscendo moltissimi libri che indagavano in maniera approfondita le scene musicali italiane degli anni Settanta e Ottanta. Uscirono anche dei documentari. Erano testi che esploravano la scena punk e hardcore italiana, oppure quella post-punk, o anche il cosiddetto rock italiano cantato in italiano (CCCP, Litfiba, Diaframma), ma sulla scena neosixties, che per me era stata importantissima quando avevo 18-20 anni, era calata quella che io definisco una cappa di oblio. Non se ne parlava più, quasi come se non fosse mai esistita. Invece, pur essendo stata una scena di nicchia, era stata rilevante ed estesa sia in termini geografici sia in termini musicali, ed era giusto che se ne parlasse, che la si storicizzasse. Pensai che forse c’era spazio per raccontare un movimento di cui, fino a quel momento, nessuno si era occupato a fondo.
Relativamente a come abbia reperito le informazioni, ti racconto come ho organizzato il lavoro che è durato per due anni abbondanti. Intanto ho tirato fuori tutti i dischi e me li sono riascoltati uno per uno. Poi ho recuperato le fonti scritte, cioè tutte le riviste e le fanzine che venivano pubblicate all'epoca. Laddove c'era qualche buco, sono andato a bussare alle porte di altri giornalisti più anziani di me, di addetti ai lavori (titolari di etichette, musicisti, fanzinari conduttori radiofonici) che mi hanno aperto i loro archivi dai quali ho attinto generosamente.
Unendo le fonti scritte, quindi tutto quello che venne pubblicato all'epoca, con le fonti orali ovvero le oltre quaranta interviste che realizzai in esclusiva per questo libro, sono riuscito a comporre questo puzzle, a dar vita a questa narrazione dettagliata, anno per anno, della scena neosixties italiana: si tratta di un racconto corale, a più voci.
Il ricordo che mi ha più colpito non è un'affermazione specifica fatta da questo o dal musicista, ma il fatto che a distanza di tanti anni, chi aveva fatto parte di quella piccola scena si sentiva ancora parte di un movimento underground. C’era un senso di comunità, di appartenenza. Tutti erano consapevoli di aver creato una piccola ma significativa scena nella musica italiana e, quindi, erano tutti molto ben disposti ad aprire lo scrigno dei ricordi, a condividere con me i loro ricordi, le loro esperienze. Si percepiva una passione ancora intatta, il loro entusiasmo alimentava il mio. La stessa passione e lo stesso entusiasmo che li avevano portati venticinque anni prima a suonare in condizioni impensabili, a scambiarsi lettere, informazioni, dischi, cassette, fanzine, e quindi a creare un piccolo ma significativo movimento underground. Questa è stata la cosa più bella che è venuta fuori, sia quando ho raccolto le informazioni per realizzare il libro, ma anche dopo quando sono andato in giro a presentarlo perché ogni presentazione si è trasformata in un piccolo happening.
Cosa mi ha spinto in questa avventura? Come dicevo prima, il desiderio di raccontare una scena musicale vivacissima e importante su cui nessuno aveva scritto nulla. L’idea era di colmare un vuoto nell'editoria musicale italiana perché il movimento neosixties meritava di essere raccontato.
Il mondo della neopsichedelia nasce in un determinato contesto non solo musicale ma anche culturale, a tuo parere, in che misura i cambiamenti sociali e politici degli anni Ottanta in Italia hanno influenzato la nascita e il successo di questa scena underground?
Inoltre, dal lato anche più prettamente estetico e sociale, come descrivesti lo stile estetico dei protagonisti del movimento neo-sixties? Quanto lo stile visivo influenza(va) questo genere musicale (penso anche proprio dal punto di vista della stampa musicale, ancor oggi, se devo comprare un album cerco la versione in vinile ritenendo il formato cd, per tale specifico genere musicale, anacronistico, per non parlare del formato 45 rpm che, richiama, anche dal punto di vista storico, la stagione beat degli anni Sessanta che per grande parte è stata più legata al singolo rispetto all’album)?
La psichedelia originale degli anni ‘60 nasceva in un contesto completamente diverso, in un contesto di ribellione giovanile, di esplorazione di nuove praterie espressive, ma anche di esplorazione del proprio mondo interiore grazie anche alla diffusione delle droghe psichedeliche, LSD su tutte. Negli anni Sessanta l’insieme di tutti questi elementi contribuì a creare un movimento controculturale innovativo non solo dal punto di vista musicale ma che si riverberava anche nell'attività dei poster artist, degli stilisti, dei grafici, dell’arte in generale. Gli anni Sessanta, per me e per le persone che hanno fatto parte della scena neosixties, sono stati il decennio più importante del XX secolo: per la musica, ovviamente, ma anche per la poesia, la letteratura, il cinema, l’arte. Fu un periodo di grande vivacità, di grande energia. C’erano praterie espressive su cui scorrazzare a piacimento e potersi esprimere liberamente.
Negli anni ‘80 invece il contesto era completamente diverso e i gruppi che formarono i gruppi contribuendo a creare la scena, si formarono anche in reazione al momento politico tremendo che l'Italia aveva appena vissuto. In un attimo l’Italia si trovò a passare dagli anni di piombo alla Milano da bere. Chi provava un desiderio di cambiamento, di ribellione, e anche la gioia di vivere con l'energia tipica dei vent'anni, politicamente non trovava più uno sbocco, ma non lo trovava neanche dal punto di vista musicale, almeno che non fosse completamente calato nei suoni pop plastificati del mainstream o in quelli algidi e oscuri del post-punk o della scena goth.
Dal punto di vista estetico, l'ispirazione arrivava direttamente dagli anni '60 e dai gruppi americani che avevano in qualche modo ritirato fuori quei suoni, quegli strumenti, quell'abbigliamento con i Chelsea Boots, le giacche di velluto, le camicie Paisley. Per quei ragazzi tutto ciò che arrivava dagli anni ‘60, dalla grafica al cinema alla musica, era un territorio da esplorare. Non a caso è negli anni Ottanta che vennero fuori le serie discografiche “Back From The Grave”, “Pebbles”, “High In The Mid-Sixties” che andavano ad esplorare in profondità la scena degli anni '60 e che erano una bibbia per tutti gli appassionati del genere. I Sixties hanno prodotto un'onda lunga che si è protratta e ha influenzato gli anni '80 e che, in un modo o nell’altro, arriva fino a oggi.
Ultima domanda: il garage-beat-psychedelia è di per sé un genere a-storico, ciclicamente ci sono dei musicisti che ritornano al passato per trarre ispirazione per fare musica. Il rischio che vedo è che, appunto, tra un disco degli anni Sessanta, uno degli Ottanta, ed uno dei giorni nostri, le differenze (anche dal punto di vista tecnico, vista la “retromania” a suonare con copie degli strumenti dell’epoca) non siano così marcatamente evidenti. Dall’altro lato, anche tra i più puristi del genere (fatta eccezione per alcuni gruppi “luminari” penso ad esempio agli Unclaimed) non si può dimenticare che, dopo il garage, vi è stato il power pop, il (proto)punk, l’hard rock e via dicendo; secondo te esiste un modo attuale e contemporaneo per suonare garage rock oggi?
Secondo me le differenze tra un disco degli anni '60 e uno degli anni '80 sono, invece, tante e per una serie di ragioni: intanto perché erano cambiate le modalità di registrazione, gli strumenti utilizzati, e soprattutto la modalità di produzione. Infatti se ascoltiamo i dischi degli anni '80, anche e soprattutto quelli mainstream, riconosciamo immediatamente il tipo di produzione: per il suono della batteria piuttosto piatto e per gli effetti che venivano usati, i dischi degli anni '80 hanno un sound che rimane collocabile in quegli anni lì. I gruppi underground che in quel periodo andavano a registrare con i loro amplificatori Vox o con le loro tastiere Farfisa si trovavano di fronte a studi e a tecnici del suono totalmente impreparati a capire ciò che questi gruppi desideravano, il tipo di suono che volevano tirar fuori.
Oggi invece è tutto molto più semplice dal punto di vista della registrazione. Solo che i gruppi di oggi che suonano musica ispirata ai Sixties, avendo una possibilità praticamente infinita di approvvigionamento musicale, finiscono per mischiare molte cose nello stesso calderone: un po’ di psichedelia, un pizzico di shoegaze, i ritmi robotik del kraut rock, una tastiera new wave. Mentre negli anni ‘80 i gruppi partivano da una base filologica piuttosto forte: i gruppi garage-punk, psichedelici o beat degli anni Sessanta rappresentavano la stella polare, davano la direzione, anche se poi molti gruppi neosixties cercavano una loro via espressiva originale.
In ogni caso credo che suonare garage (o comunque rock di ispirazione Sixties) oggi significhi andare ad abbeverarsi alle fonti di questa energia straordinaria, di questo mondo fatto di colori, di stile, di senso di esplorazione. Poi, se parliamo di garage-punk nel senso stretto del termine, oggi come sessant’anni fa parliamo di un rock’n’roll primitivo, energico, divertente, fatto apposta per ballare e cantare a squarciagola. Musica che ancora oggi si esprime attraverso piccole comunità di carbonari: gruppi che suonano, promoter che organizzano serate con concerti e DJ set a tema, festival piccoli e grandi.
Un caso emblematico è quello del Festival Beat che è diventato un appuntamento irrinunciabile per tutti gli appassionati che arrivano in Italia (fino all’anno scorso a Salsomaggiore, da quest’anno a Cremona) da ogni parte d’Europa. Ma durante tutto l’anno in Italia, in Inghilterra, in Francia, qui in Germania dove io vivo, ci sono piccoli festival, ci sono club che organizzano regolarmente serate sixties. Qui a Colonia, ad esempio, c'è il mio amico Bastian Tröger che organizza la serata “Shake Appeal” in cui fa suonare gruppi neosixties provenienti da tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Grecia, passando per l'Italia, la Francia, ovviamente la Germania, e subito dopo ci sono dei DJ set a tema. Si tratta di una serata frequentata da una piccola comunità di persone, una nicchia di appassionati che amano tutto ciò che “odora” di anni Sessanta, dalla musica all’abbigliamento alla grafica dei poster. I colori degli anni Sessanta (e quelli neosixties degli anni Ottanta) continuano a esplodere!

