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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
06/11/2026
Le interviste di Loudd
Due chiacchiere con... Stefano Resta
Istantanee oniriche dal mondo: l’universo di Stefano Resta è un VIAVAI! di frammenti, come il suo primo LP. Intervista completa al cantautore pugliese.

La prima volta che ho visto Stefano Resta esibirsi dal vivo ormai appartiene alla sfera dell’aneddotica: era su una barca (un caicco, per la precisione) sospesa sopra le acque del porto di Vieste. Prima tappa dell’edizione 2024 del festival itinerante Porto Rubino, lui e VinVè (all’anagrafe, Vincenzo Vescera) aprivano la serata dedicata ai cantautori (tema: Poeti) esibendosi in coppia. Così ho incontrato, musicalmente, la musica di Raesta che era solo un assaggio della complessità sfaccetta custodita da Stefano, e che finalmente è esplosa nel suo primo LP, intitolato VIAVAI! (uscito per Kate Records con il contributo di NUOVO IMAIE, distribuito da Artist First): una curiosa miscellanea di canzoni, spettro immaginifico di sonorità e suggestioni figlie di un percorso di vita, confluito infine in una sorta di mosaico. Il cui disegno finale, però, sembra riflettere le logiche atipiche dell’arte del sogno: immagini si associano tra loro in modo casuale (all’apparenza), evocando la realtà, inoltrandosi in valli perturbanti, finendo per costruire atmosfere oniriche che raccontano la quotidianità meglio di qualunque istantanea.

Ne abbiamo parlato proprio con Stefano Resta, cantautore e “cuore creativo” del progetto, accorgendoci per caso di un aspetto importante, ovvero di quanto la mindfulness abbia definito la scrittura e la nascita di alcuni brani, ricordandoci una massima fondamentale: dimorare nell’incertezza. Permettendo così, ai pensieri, di attraversare la nostra mente senza però creare caos. E solo grazie all’arte quest’ultimi si possono trasformare in benzina creativa, cristallizzandosi nella persistenza della memoria.

 

Stefano, sono molto contenta di avere questa opportunità e di poter parlare con te di VIAVAI!, il tuo primo album.  La prima domanda che ti faccio è molto semplice e riguarda proprio il titolo: perché VIAVAI? Dà molto l’idea anche di un melting pot di suggestioni, idee, pensieri, trovando un’affinità con il senso e l’atmosfera dell’album.

Innanzitutto, anch’io ufficialmente ti ringrazio per l’intervista. Sono molto contento di poter parlare di VIAVAI!. Ma perché questo titolo? Ci sono vari motivi per cui si chiama così. Inizialmente doveva chiamarsi Pretesti, perché sostanzialmente l’album nasceva come una raccolta, non come un concept album, perché c’era tanto materiale, anche realizzato parecchio tempo prima. Per esempio, penso a "Marco", un brano che era stato prodotto e scritto tanti anni fa, almeno quattro per la precisione. Quindi c’era la volontà di fare qualcosa che non avesse un filo logico almeno dal punto di vista cronologico, ma che fosse una raccolta, quasi una serie di fotografie che tu ti trovi nel rullino del telefono e che vuoi raggruppare insieme, perché sono tutte importanti.

L’altro motivo dietro il titolo è perché parliamo letteralmente di un “Viavai!” (tra virgolette) anche sul piano cronologico, perché sono andato avanti e indietro nel tempo per raggruppare quest’album. E poi, ovviamente, c’era anche la questione – per me molto delicata – sulla questione della produzione, che non era univoca. A differenza dell’EP che è già uscito, degli altri lavori usciti con i Raesta VinVè, questo album raccoglieva anche la collaborazione con diverse case di produzione, e quindi con diversi studi di registrazione. Mi piaceva l’idea perché in questi anni la mia attività musicale mi ha visto a Ferrara con Magiari Studio; poi a Roma con Kate Academy, oppure sempre nella Capitale nel mio studio dove faccio le pre-registrazioni. Oppure a Formello con Maurizio de Gli Artigiani Studio, dove ho realizzato e rifinito molti brani anche del nuovo album. Per cui c’era anche questo fatto qui che non essendoci un’unica produzione artistica, volevo suggerire sin dall’inizio all’ascoltatore che ne avrebbe viste… di cotte e di crude, e che comunque sarebbe stato un po’ sballottato anche sul piano dei suoni.

Non sono in una fase in cui ritengo di dover seguire un’unica direzione artistica: sento che, come primo album, voglio far assaporare, diciamo, tutte le varie personalità, le svariate tendenze musicali che ho e quindi mi sembrava riduttivo dover costringere la pubblicazione a un’unica… “casa produttiva”. Quindi mi piaceva quest’idea. E c’è anche un’altra questione dietro VIAVAI!, perché ci sono vari produttori che sono ormai tutti amici, letteralmente c’è proprio un viavai di gente. C’è anche un viavai a livello di musicisti che hanno collaborato, prendendo parte a diverse formazioni.

Ad esempio, molto spesso è cambiato il chitarrista in quest’ultimo periodo, per un motivo o per l’altro: e quindi c’è Giuseppe Leone e poi Federico Bruzzaniti, Andrea Allocca e altri, e parliamo solo di chitarre. C’è anche un viavai in questo senso, e poi il viavai suggerito dalle tematiche, visto che alla fine ho capito che l’album comunque ha, in sé, tutti gli aspetti più importanti nella mia vita, dalle tematiche generazionali a quelle sociali, fino a quelle esistenziali. Un gran viavai, appunto, di argomenti.

 

È un aspetto molto interessante anche perché, nel comunicato stampa, mi ha colpito molto una dichiarazione, una sfumatura legata all’album e che riguarda la definizione “(…) di un disco sinuoso e notturno, popolato, abitato da pensieri notturni”. Ed effettivamente questo ritorna non solo con la spiegazione, il senso che tu hai dato a Viavai! come miscellanea proprio di canzoni, di frammenti, ma anche con un tipo di percorso che, magari involontariamente, ricalca un po’ l’arte del sogno, quel procedere tramite una libera dissociazione di idee (tipica del sogno, appunto) dove tu trovi elementi diversi che si affiancano insieme e hanno poi un senso compiuto pur nel loro apparente nonsense.  L’hai mai pensato in quest’ottica onirica?

Ho pensato all’ottica onirica, anche perché molti brani sono stati scritti proprio durante la mia “famosa” insonnia: chi mi conosce sa che io sono un insonne cronico, ma da tantissimi anni, e molte canzoni le ho scritte quando si sono palesate di notte. Quindi sicuramente c’è l’aspetto proprio notturno. In più, devo dire che quando ho parlato dell’album con l’art director Veronica Moglia, abbiamo parlato insieme dei singoli e delle immagini legate a quest’ultimi che erano tutte, se vuoi, più luminose, più… diurne. Quando però poi le ho parlato dell’intero album, lei mi ha aiutato a creare l’immaginario di quest’ultimo dicendomi: “No, è sicuramente un progetto notturno”. 

Ed effettivamente la cosa bella è che chi ascolta l’album, ha la sensazione che i singoli siano più luminosi e le canzoni uscite con l’album abbiano invece un carattere più notturno. Guarda caso, sono le canzoni più autobiografiche, quelle che infatti hanno a che fare proprio con quei pensieri che ti assalgono la notte quando tu sei in preda all’ansia, quella a cui non riesci a dare un volto, e che finisce per somigliare proprio a tutti quei pensieri. Io cerco di fare un po’ di meditazione anche quando non riesco a dormire, quindi quei pensieri li devo prendere, e, come dicono, visualizzare e poi buttare via. E in un certo senso per me fare quest’album è stato un prendere, cristallizzare determinati pensieri e buttarli fuori, condividerli con gli altri e liberare un po’ la mia mente e il mio corpo.

 

Ma guarda, neanche a farlo apposta, mentre lo ascoltavo mi è venuta in mente la massima della mindfulness del “dimorare nell’incertezza”. Quindi sì, funziona, si sente quest’idea dell’accogliere i pensieri in transito senza giudizio e di viverli, accogliendoli fino a lasciarli andare. Mi hai fatto pensare proprio a questo.  

Sì, è una cosa per me importantissima: il fatto di visualizzare i pensieri, di cercare in qualche modo di viverli, però poi anche di lasciarli andare. E molte canzoni, per esempio "Tempismo Imperfetto" o "Vecchio Film", le ho scritte proprio di notte, però ero lucido. Ero nel letto, non riuscivo a dormire, mi sono alzato, mi sono messo al tavolino e ho scritto le canzoni. Ci sono invece canzoni tipo "Maledistato" che invece mi ci sono proprio risvegliato. Cioè il ritornello di questa canzone me lo sono praticamente cantato mentre dormivo e poi mi sono svegliato e ho detto: “Ma cos’è ‘sta roba che ho in testa?”, ed era il ritornello.

 

A proposito delle tante suggestioni che effettivamente confluiscono in VIAVAI! e che creano questa atmosfera frammentata, costituita da tante schegge che poi compongono il puzzle finale, ci sono diversi riferimenti che echeggiano nell’album. Alcuni dichiarati, come i Baustelle, Enzo Carella quando collaborava con Pasquale Panella ai testi; poi ci sono tanto i Radiohead, e infatti siamo più lontani da uno schema pop tradizionale, soprattutto su alcuni brani, più vicini alle sperimentazioni di Thom Yorke. Io dentro ci ho trovato anche, ad esempio, alcune suggestioni di Andrea Laszlo De Simone e Colapesce, a livello di suoni e di atmosfere. Quali sono però le linee guida che ti hanno ispirato? Che cosa ha plasmato il tuo suono in quest’album?

Allora, hai citato sicuramente Andrea Laszlo De Simone, beccandolo in pieno, pur non avendo mai dichiarato apertamente questa ispirazione. Specie su brani tipo "Come i fiori", per esempio; poi ci sono i Radiohead che spadroneggiano su tutti. Però c’è stato un periodo in cui ho largamente ascoltato King Krule e ho anche cercato di analizzarne i testi, perché mi piaceva il suo modo di scrivere creando come degli appunti in forma poetica, cantandoli poi con questa, diciamo, crudezza, che contraddistingue la sua voce, figlia di questo genere che mi ha da sempre affascinato, perché si rifà al jazz, ma non fine a se stesso, per creare infine quella suggestione di una musica cerebrale, contraddistinta però dal punk. Quindi tecnicamente è un jazz punk, come una persona vestita in abito buono però poi tutto scapigliato, stropicciato. È un modo di fare musica molto istintivo.

A quarant’anni i tuoi gusti non sono più quelli che avevi a venti, quindi mi piace quest’idea che si senta anche chi sono diventato, a livello cronologico, parlando soprattutto dei miei ascolti. Mi rifaccio molto agli anni ‘90, per esempio: "Vuota il sacco" è un brano in cui avrei potuto utilizzare, che so, un suono di batteria molto più moderno perché adesso va quel tipo di suono specifico con questi rullantoni enormi che spaccano tutto e che sono bellissimi da ascoltare eh, molto indicativi del periodo storico in cui ci troviamo. Però non l’ho voluto fare, proprio per segnalare comunque qual è la mia matrice musicale, che è sicuramente più anni ‘90.

 

È molto interessante, anche perché siamo figli degli ascolti che abbiamo fatto, come siamo figli dei libri che abbiamo letto, dei film visti e questo lo riconferma. È importante restare fedeli non solo alle proprie origini, a livello di formazione, ma anche fedeli a se stessi. È un discorso di organicità, potremmo dire, con se stessi, di coerenza e organicità.  E adesso una domanda che in realtà riguarda l’album, ma in parte: ti ricordi qual è stato il tuo primo live e qual è la dimensione live che preferisci?

Mi piace tantissimo suonare nei club con la band. È anche vero che, ultimamente, mi sta piacendo molto l’idea di suonare in acustico, in piccoli contesti. Quindi mi piace anche molto, che so, la libreria, il centro sociale, perché si crea un rapporto di ascolto con le persone, che sono più incentivate a seguire e a capire quello che stai facendo.

 

Quindi in una dimensione più raccolta, meno dispersiva. E il tuo primo live? Te lo ricordi?

No, non il mio primo live, ma addirittura… il primissimissimo! Ero batterista in una formazione, a tredici anni. Suonavamo musica italiana. Eravamo in un ambiente religioso, sostanzialmente. Era una sorta di movimento religioso. E noi abbiamo allietato una serata con la nostra band e io ero lì, con la mia batteria scintillante, appena comprata all’epoca, quindi...

 

Eh, indimenticabile.

Poi subito dopo c’è da dire che, sempre a quattordici anni, suonammo in piazza, però il primo live è stato in quel Natale lì.

 

Benedetto in tutti i sensi anche dal contesto religioso, vedi? Proprio un ottimo inizio. E invece, domanda non da artista questa volta, ma da appassionato: per chi faresti follie sotto palco? Per quale artista veramente andresti in capo al mondo?

Allora, in capo al mondo... Eeeeeh, questa è un’altra bella domanda. Allora, ora come ora, se ci fosse ancora la possibilità direi Pino Daniele. Ma visto che lui non c’è più, ti dico… di straniero, ti dico i Bon Iver.

 

Wow, e io non mi aspettavo queste due risposte. Non me l’aspettavo proprio, mi hai spiazzato.

(Ride, NdR) Poi magari fra 10 minuti penso a tutt’altro eh, però in questo momento...

 

Parlando invece di viaggio, visto che abbiamo scherzato sugli artisti per i quali andresti in capo al mondo… realizzare un album che viaggio è?

Realizzare un album è un viaggio fatto di emozioni, sicuramente. Nel senso, è una sorta di discesa negli inferi del tuo animo, un giro dantesco che ti fai e in cui devi, volta per volta, trascinare qualcuno dentro, e provare a farlo viaggiare con te per un periodo. Quindi è bello perché è un viaggio in cui sicuramente non sei da solo, sei accompagnato da tante persone che ti aiutano anche ad affrontare questo percorso: da chi ti aiuta nella produzione dei brani a chi è lì a sostenerti.

Ad esempio, anche la mia compagna mi aiuta tantissimo nel sorreggere tutti i momenti, anche quelli in cui ti senti più scoraggiato. Ci sono dei momenti in cui ti chiedi se quello che fai ha un senso o meno, o se continua ad avere un senso. Quindi ci sono tutti quegli attimi in cui ci deve essere qualcuno che ti dice: “Continua sulla strada che hai preso”. Si tratta sempre di un viaggio che è destinato a finire, e che però al contempo non finisce mai, perché il prodotto realizzato sarà sempre disponibile e quindi potrai rivivere quel viaggio non solo dentro di te, ma anche dentro quei ricordi, dentro quelle suggestioni, e farlo all’infinito. È un viaggio che inizia ma che non ha una fine.

 

E a proposito di viaggio, c’è una delle tracce che è "Orfeo ed Euridice", neanche a farlo apposta, che si ricollega con questa risposta che hai dato del viaggio quasi iniziatico. In quella traccia duetti con una giovane cantautrice, Gintsugi, ed è l’unico featuring dell’album. Come avete lavorato su questo brano a due voci, su questa collaborazione?

Gintsugi (che poi, il suo nome è Luna Paese) è un’artista che vive in Francia, a Grenoble. Lei è italianissima, calabrese, però ha vissuto anche a Roma e a Parigi, ha vissuto a Marsiglia e attualmente vive appunto a Grenoble. È una persona che nella vita si è contaminata con mille realtà, un’artista a tutto tondo e anche una performer bravissima. Il suo primo concerto l’ho visto a Giovinazzo, in Puglia, e ne sono veramente rimasto affascinato. Quindi la collaborazione è nata perché la vedevo cantare sempre in inglese e in francese, e mi sono chiesto se si sarebbe mai prestata a cantare qualcosa in italiano. E quindi gliel’ho proposto. Lei, devo dire, è stata molto recettiva anche dal punto di vista della mia musica, perché sin da subito le ho mandato le tracce dell’album quando non erano ancora complete; lei mi ha fatto dei complimenti sinceri, ho capito che la nostra ammirazione era reciproca, e così le ho chiesto di collaborare su quella traccia.

Ero in crisi: non sapevo cosa fare, avevo addirittura pensato anche a nomi più grossi, così come avevo pensato a delle cantanti che potevano prestarsi, pur non essendo a loro volta cantautrici. E invece, abbiamo cominciato a collaborare a distanza: io le ho mandato il brano, lei le tracce, le ho suggerito alcune cose, poi lei ha cantato tutto ciò che voleva. E in fase di mix, in studio (con Michele Guberti a Ferrara) tutto il materiale è stato montato in una modo particolare. Il ritornello, infatti, era nato per essere cantato insieme, quindi le due voci dovevano essere in sincro. Ma siccome lei aveva questa vocalità molto dolce, molto intensa, e come direbbe Stanis La Rochelle "poco italiana" (ride, NdR), si adattava perfettamente a fare quasi una coda, caratterizzata da questa voce onirica che ripete le mie frasi. Questa atmosfera aiuta a visualizzare Euridice rimasta bloccata in questo tunnel, incastrata in una galleria buia che ripete, quasi in maniera ossessiva e tragica, queste parole.

 

Ultimissima domanda: a che punto della tua carriera è arrivato quest’album? Una sorta di riflessione, quasi di bilancio.

Mhhh, a che punto? A me piacciono sicuramente sempre i nuovi inizi, quindi in un certo senso mi sento che sto iniziando qualcosa di nuovo. Ti direi che sono all’inizio di una carriera. Però in questo modo non sarei onesto con me stesso e nemmeno verso tutte le persone con cui ho collaborato. Quindi, in realtà credo di essere ormai un musicista (per quanto esordiente, per quanto emergente ecco, più che esordiente) un pochino più navigato: inizio ad avere una certa esperienza, e mi piacerebbe che si trattasse sempre di un punto di inizio.

Anche il fatto di aver cominciato questo percorso con il mio nome, appunto Stefano Resta e non come Raesta, è anche un segnale per dire che ho fatto pace con la mia identità e quindi sono anche più maturo. Mi sento più maturo anche dal punto di vista della crescita personale, per cui quest’album è un po’ un album della maturità. Spero che sia un bell’inizio per tante altre belle avventure.