Incontro i Post Seasons al gran completo sabato 18 aprile, nel bellissimo spazio di Musicattiva a Cologno al Serio, in provincia di Bergamo. Ricavata da un’ala della locale scuola media, un po' sala prove e un po' spazio per concerti, immersa nel verde e nella tranquillità del piccolo paese, si tratta di una location affascinante per recuperare quel rapporto con la musica ascoltata e suonata che - sostengo non senza una vena di polemica - dovrebbe ritornare ad essere fruita solamente così, al di fuori di quella anonima mercificazione che ormai sono i grandi eventi per pubblico casuale in cerca dell'ennesimo reel su Instagram.
Nati quasi da un giorno all'altro, dall’amicizia ultra ventennale tra Carlo Pinchetti (Lowinsky) e Florian Hoxha (Glass Cosmos, Boccaleone e un sacco di altri progetti), i nostri hanno poi trovato in Francesco Arciprete (basso) e Andrea Zanoletti (batteria) una valida sezione ritmica, pescando all'interno di quella ricca scena bergamasca che continua a regalare progetti interessanti, sebbene spesso fin troppo ben nascosti.
Stasera ci sarà il release party di Songs for the Sound Guy, il disco di debutto che hanno registrato a tempo di record e che rivela una brillantezza di scrittura decisamente inusitata, senza per questo preoccuparsi di risultare smaccatamente citazionista (ma per questo vi rimando alla recensione).
Come leggerete, non è stato facilissimo mantenere la conversazione su binari seri e professionali, ma in qualche modo ce l'abbiamo fatta: tra una battuta e l'altra e un bel po' di surreale nonsense, la genesi del gruppo e il racconto di come sono nate le varie canzoni sono stati gli ingredienti principali di una chiacchierata che è stata un po' più lunga di quello che potete leggere qui, ma che abbiamo comunque riportato in maniera esaustiva.
Direi per prima cosa di fare un rapido giro di presentazioni: chi siete, cosa avete fatto in passato, e perché siete finiti dentro questa band.
AZ: Io sono Andrea Zanoletti e suono la batteria. Ho accettato la chiamata alle armi di Carlo Pinchetti e ho deciso di prestarmi a questa nuova esperienza, che si porta dietro un po' l’attitudine Punk, nel suonare dal vivo e nel registrare: abbiamo fatto tutto in un mese, l'abbiamo scritto di getto e registrato, l'obiettivo era proprio quello di andare in giro a suonare e divertirsi.
CP: Digli anche le band precedenti!
AZ: Ah già! Principalmente ho un background Punk e Pop Punk, ho suonato in band come Colin Farrell e Panamas, quindi più o meno quelle cose lì, magari un po' più spostato verso il rock and roll…
CP: Io sono Gianluca Vulpio, conosciuto anche come Gianpulvio o Gianni Gallagher. Ho suonato nei Full Treble, negli Hawaii Zombies, che una volta sono stati passati da Steve Lamacq sulla BBC.
FH: È tutto vero, eh (risate NDA)
Sì, questa cosa di Steve Lamacq la sapevo anch'io…
CP: Attualmente ho un paio di gruppi principali: uno sono i Panamas, con cui adesso stiamo capendo cosa fare perché abbiamo appena fatto uscire un singolo; l'altro sono i Take Death, con chi facciamo una specie di Power Pop Garage, secondo me molto figo. Sono stato chiamato nei Post Seasons probabilmente perché sono il miglior frontman presente sulla scena… (risate NDA)
Mi aspettavo un'altra persona ma per il resto direi che funziona tutto.
FH: io sono Florian Hoxha e sono a partita IVA (risate NDA): non potevo permettermi le ferie ad agosto e dunque ho proposto a Carlo Pinchetti, che come hai visto non è qua, di mandare al suo posto Gianluca Vulpio e mettere su un gruppo proprio nel mezzo dell'estate. In realtà ne avevamo già parlato in passato, ed essendoci un’amicizia che va avanti da anni, non volevamo dare ragione a Julian Casablancas che diceva che una band è la via più veloce per rovinare un'amicizia (ride NDA). Siccome io un po' a questa cosa ci credo, il discorso si era arenato, proprio perché a me interessa che rimaniamo amici!
CP: Esatto!
FH: Poi ad un certo punto gli ho mandato il primo pezzo, “In my Sleeve”, che ha una scrittura un po' diversa rispetto alle cose che ho fatto in passato con gruppi come Cheap Mondays e Glass Cosmos, e gli è piaciuto. In più, venivo da un periodo di cantautorato in italiano, per cui avevo voglia di tornare a suonare in piedi la chitarra elettrica!
Il disco cantautorale è quello coi Boccaleone, vero? Non avevo avuto tempo di scriverne ma mi era piaciuto molto.
FH: Davvero l'hai ascoltato? Allora sei una delle due persone che l'ha fatto: l'altra è Shamble…
CP: Ma no, ovviamente anche Gianpulvio l'ha sentito!
FH: No dai, tre sono troppi, impossibile (risate NDA)! Detto ciò, ho proposto quel brano a Carlo e lui mi ha risposto con un altro pezzo, ma faccio fatica a ricordare quale…
CP: Secondo me era “Fancy Guitars”.
FH: Sì ecco, quella! E da lì c’è stato tutto uno scambio di file, anche molto spartani, chitarra e voce registrati col telefono. Diciamo che, conoscendoci così tanto e ascoltando cose abbastanza diverse, ci siamo dati delle coordinate non scritte sul fin dove ciascuno di noi si sarebbe potuto spingere per non fare troppo male all'altro. Lui sapeva cosa propormi e io altrettanto, la cosa è piaciuta e adesso Shamble ci dirà come ci ha raggiunto…
FA: Io sono Francesco però tutti mi chiamano Shamble da quando avevo 16-17 anni, e sono il bassista, sono stato chiamato probabilmente perché sono il miglior bassista della scena Indie locale. A parte gli scherzi, conosco Florian da una vita, perché abbiamo condiviso due band, Cheap Mondays prima e Glass Cosmos dopo. È arrivata questa possibilità, nel momento in cui avevo voglia di suonare in giro e mi ci sono buttato. Suono il basso, faccio i cori e fondamentale integro il suo lavoro, il suo pensiero, perché se c'è una cosa che ci accomuna tutti è la voglia di fare musica. Avendo però ormai passato i quarant'anni, ci facciamo meno menate di altri colleghi, abbiamo questa esigenza di suonare in piedi di cui si diceva prima e per il resto nient'altro. Abbiamo sempre suonato, non ci siamo mai fermati, l'urgenza di scrivere i pezzi e registrarli nasce sostanzialmente da qui.
Il disco mi è piaciuto tantissimo, lo sapete già. I pezzi sono scritti benissimo e di base sono già dei classici: gli ingredienti sono sempre quelli ma il tiro, le melodie, l'impatto generale, è tutto veramente fresco, non suona per nulla come una brutta copia di band già conosciute.
FH: Cerchiamo di evitare la sperimentazione, diciamo (risate NDA).
Sì questo l'avevo capito, in effetti! A parte gli scherzi, mi pare che la scrittura tua e quella di Florian si siano integrate alla perfezione: scrivo di te da parecchio tempo…
CP: Da troppo (ride NDA)!
Bene o male la tua impronta la riconosco, quella di Florian è molto molto diversa però in qualche modo vi compenetrate, è un disco vario ma allo stesso tempo piuttosto omogeneo. Si riesce a capire piuttosto bene chi ha scritto cosa, però emerge ugualmente un'impronta comune, e mi è piaciuto molto il modo in cui vi siete presentati nelle note stampa, soprattutto la parte in cui dite che arrivate troppo tardi per essere i Replacements e siete troppo cinici per essere i Jets to Brazil.
CP: I Replacements, come sai, sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto ma mi sembra proprio di fare una roba che non c'entra assolutamente nulla con il 2026. Ovviamente quello che faccio per me ha un valore, ma nell'ottica di uscire fuori, di farsi notare, sicuramente non ne ha. Fedeltà a quello che piace però per me è una cosa positiva, esattamente come il non prendersi troppo sul serio…
AZ: Veterani sì, ma dei bar, anche quello abbiamo scritto… (risate NDA)
CP: Esatto! È quella roba lì, capisci? I Jets to Brazil invece sono il gruppo perfetto che arriva dal mondo Punk, nel senso che Blake (Schwarzenbach NDA) suonava nei Jawbreaker e ad un certo punto ha detto: “Adesso facciamo una roba un po' più melodica!” e ha messo su una band che si muoveva tra Indie e Punk. Però lui, a differenza di noi, è sempre stato molto serio, le sue band erano molto serie, noi non siamo molto seri…
AZ: Non facciamo Rock sul Serio" (risate NDA)
Che poi lo si capisce anche dal titolo del disco, no? Mi pare che sia un richiamo al fatto che spesso e volentieri non vi viene a sentire nessuno e suonate solo per il tecnico del suono, giusto?
AZ: Esatto! Non c'è mai un cazzo di nessuno però ti prendi bene lo stesso, suoni davanti a due persone e sei contento. La situazione in cui sei conta molto di più del fatto che alla fine suoni solo per il fonico…
CP: Suoni per il fonico? Ok, però sei felice di suonare per il fonico!
AZ: Però ci deve ancora capitare, eh?
CP: È vero, in realtà le ultime serate sono andate abbastanza bene
AZ: Stasera è probabile che succeda…
FH: No dai, stasera è impossibile!
AZ: Lo dico per esorcizzare (risate NDA)!
FH: Se posso dire la mia, solitamente nelle band ci sono sempre delle discussioni in merito al nome da darsi, ai titoli dei dischi, le copertine… magari Carlo lo può confermare, ma la prima cosa che esce dalla bocca difficilmente incontra i gusti di tutti. Invece quando mi ha proposto questo titolo non ci ho pensato un attimo e l'ho vissuta proprio come una liberazione, nel senso di: “vaffanculo!” Cioè, a questa età il modo migliore di viversela è proprio questo: lo fai per te stesso (non in modo autoreferenziale, però!), se qualcuno partecipa bene, altrimenti pazienza! Qualche giro ormai l'abbiamo fatto tutti, i sogni di gloria li abbiamo avuti tutti, da ragazzini, quando i sogni erano probabilmente troppo grandi. È andata come è andata, ma non per questo non possiamo comprare chitarre, pedali e suonare!
Guarda, io credo che questi pezzi di potenziale ne abbiano parecchio, è quello che ho scritto anche nella recensione; probabilmente però, oggi i pezzi non bastano più, bisogna muoversi soprattutto a livello di immagine, marketing, social, tutte quelle robe lì…
FA: Beh, ma poi siamo in Italia, come si fa?
CP: Comunque i pezzi servono a che cosa? Per noi sono importanti, semplicemente perché ci piacciono, per suonarli dal vivo!
Certo! E allora, già che siamo in tema, scendiamo un po' nel dettaglio: “Fancy Guitars” è forse il brano più leggero del disco, quello più divertente, ma posso chiedervi che cosa vi hanno fatto le drum machine (risate NDA)?
CP: Questa la può raccontare Florian…
FH: Ma se l'hai scritta tu?
CP: Sì ma è basata sui tuoi racconti, io al massimo posso concentrarmi sull’aspetto musicale…
FH: Nel tempo ho imparato che quando uno ti propone una canzone… cioè io musicalmente sono sempre stato un po' un mini dittatore, nel senso che ho sempre scritto tutto io nei gruppi in cui ho suonato, questa è la prima volta che collaboro con qualcuno.
CP: Ah, questa è interessante…
FH: Sì però non che è fossi chissà che, ma è anche che attorno a me non è che fioccassero i compositori… come diceva Andreotti: “So di essere di media statura, ma non vedo giganti attorno a me”... (risate NDA)
CP: Raga, ha citato Andreotti, ormai si vola altissimo (risate NDA)!
FH: In questo caso però è avvenuto uno scambio con un songwriter che stimo, il prodotto finale mi ha lasciato davvero a bocca aperta e quindi ho imparato che, quando ti propongono una canzone, prima di rompere i coglioni è sempre meglio aspettare un attimo…
FA: Quindi adesso arriverà Gigi D'Alessio a proporti un pezzo e tu gli dirai: “Aspetta un attimo” (risate NDA)...
FH: Su “Fancy Guitars” fondamentalmente ci sono delle riflessioni… ma perché devo dirlo io?
CP: Vabbè provo a buttarla giù così: è un brano ironico, fatto da gente che non si fa troppe menate, usa le Gibson tarocche e, se proprio usa una Gibson, è il livello più basso di tutta la gamma, e non ha la drum machine ma una batteria analogica. A noi piace suonare così e abbiamo fatto un po' di ironia su chi magari decide di fare un'esperienza un po' diversa…
FH: Però, come sei sgusciato, sembravi Ronaldinho (risate NDA)! Però effettivamente sei sgusciato alla grande…
Io personalmente l'avevo letta come una sorta di presa in giro di un certo genere musicale, tipo un Pop commerciale ed eccessivamente elettronico…
FA: No secondo me il discorso è più del tipo: “Suona la batteria, non andare a cercare delle soluzioni diverse, solo perché possono sembrare più cool. Suona la batteria, punto.” Non c’è bisogno della drum machine per un pezzo, se non deve suonare in un certo modo. Usa la batteria analogica e basta.
Sì, ho capito il concetto.
FA: Cioè, un conto è se fai un certo tipo di musica, se fai i Kraftwerk, allora lo posso capire, ma se devi fare un pezzo rock e metti la drum machine solo perché fa figo stare in piedi a spippolare sui canali…
CP: Sì, questa è un'ottima considerazione.
FH: Noi siamo tutti ragazzi che, quantomeno quelli che suonano strumenti a corde, si sono rotti le dita sulla chitarra, sulle tablature; da quel punto di vista siamo old school, non conosciamo le note ma i numerini sulle corde.
CP: Poi non è che la musica elettronica ci faccia schifo per forza, eh! Anzi, assolutamente no (vagamente ironico, ma giusto un pelo NDA)! Era per dire che siamo dei cazzo di sfigati che suonano questa cosa qua come si faceva una volta perché siamo dei vecchi di merda e ci fa ridere quando gente molto simile a noi prova a mettere dentro quella roba un po' spicy dell'elettronica, giusto per andare al Mi Ami…
Sì che poi anche qui è una dinamica tutta italiana perché all'estero il vostro genere lo fanno anche i ragazzini, i Been Stellar ad esempio hanno vent'anni, i June pure, per fare i primi nomi che mi sono venuti in mente… continuando coi pezzi, mi sono piaciuti tutti però trovo che il trittico “New Sensation”, “Wrong”, “Dead Inside” sia in assoluto la parte migliore…
CP: Mi stupisce che tu non abbia menzionato “In My Sleeve”, è una delle nostre preferite…
Sì anche quella, ma le altre tre hanno una marcia in più secondo me, sono quelle dove il vostro potenziale esce fuori di più.
CP: Tra l'altro la cosa divertente è che il primo pezzo del disco sarebbe “New Sensation” ma il servizio che ce l'ha caricato in streaming su Spotify ha sbagliato e ha messo per prima “In My Sleeve”. Sulla versione fisica l'ordine è diverso. Comunque, “New Sensation” è proprio uno statement, nel senso che il riff iniziale è un plagio di almeno un paio di gruppi britannici degli anni ‘70, Undertones, Buzzcocks… quelle cose lì. Poi quale hai detto, “Dead Inside”?
Sì, ha veramente un bel ritornello e credo ci sia un bel contrasto tra musica e testo perché non so bene di cosa parli ma non mi sembra molto…
CP: Happy?
Esatto, però musicalmente è molto solare, quindi l'effetto è interessante.
CP: Vero, mi piace, però se dovessi scegliere il brano che ci rappresenta meglio, come ti dicevo prima, sceglierei “In My Sleeve”. Su “Wrong” invece lascio parlare il maestro, visto che l'ha scritta lui.
FH: Per la mia scrittura è un pezzo piuttosto semplice, sono dei power chords schiacciati, tutto qui. Però io e Shamble siamo fan del “drittone”, come lo chiamiamo noi: un pezzo con batteria dritta, basso dritto, una cosa che funziona così, senza troppi fronzoli. E nella mia testa suona anche un po' Glam anni ‘70, un po' T.Rex, anche se forse non è il riferimento giusto, è più a livello di cultura, perché poi per quanto riguarda le sonorità il paragone più corretto sarebbe coi Motley Crüe. Comunque è un pezzo dritto e credo sia il pezzo che ha convinto Shamble ad unirsi a noi perché gliel’ho mandato e si è preso bene. Poi in realtà mi piace anche molto “Bury All”, un brano palesemente Grunge che ho scritto per Courtney Love…
Cioè?
FH: È venuto fuori da un video che mi hanno passato, dove si vede lei che guida per Los Angeles e dice che ci sono state quattro band che hanno scritto una canzone per lei: ovviamente i Nirvana con “Heart Shaped Box”, i Bush con “Swallow”, poi c’è “Luna” degli Smashing Pumpkins, la quarta non me la ricordo ma io ho voluto essere il quinto… (risate NDA) e poi è molto bella “Rat Race”, il pezzo acustico di Carlo…
Sì infatti, l'avrei citata anch'io, la cosa interessante di questo pezzo è che all'inizio sembra in tutto e per tutto un brano dei Lowinsky ma dopo arriva quell’accelerazione sul ritornello che cambia totalmente il Mood…
CP: Quello è un contributo di Zano!
AZ: È bello perché non te lo aspetti, in generale: vai a vedere la band dal vivo, senti una roba molto forte, spinta, poi però quando ascolti il disco capisci che è molto più strutturato rispetto ai live, che invece sono più pestati. Per cui un brano come “Rat Race” in studio suona molto diverso, con quella chitarra acustica sotto l'elettrica.
Anche “Is It All My Imagination” suona molto bene…
FA: Probabilmente, almeno rispetto all'inizio, è il brano che più richiama i Cheap Mondays, ha un attacco molto cafone…
FH: Ho voluto portare l'elemento Indie all'interno dei Post Seasons, l'idea era proprio quella di concepire un riff da Dance Floor; poi, per fortuna, il maestro alle pelli è andato dritto (risate NDA)!
Ok, credo che abbiamo detto tutto…
FH: Eh no! Manca il pezzo apicale di tutto il disco!
CP: Ah certo!
FH: Che è quello che chiude il disco…
CP: Presentalo tu!
AZ: “Not For Real” è il mio secondo pezzo preferito, dopo “Rat Race”, perché è l'ultimo brano in scaletta, ed è quel tipo di pezzo in cui ti scateni e fai fuori un po' tutto: è molto rock and roll, ha un ritmo che ti fa muovere e…
CP: È quella col testo più poetico!
FH: Come si chiamava quel film con Dustin Hoffman?
CP: “Il laureato”?
FH: Ecco sì, il testo è la traduzione de “Il laureato”
AZ: No, io parlavo della musica, il testo l'ha scritto Carlo…
FH: E allora Carlo, dicci di cosa parla questo pezzo (risate NDA)...
CP: Parla di un personaggio di cui non si può fare il nome…
FH: Ma che è qui in questo esatto momento (risate NDA)!
CP: Un personaggio della scena alternativa indie local che racconta di alcune sue epiche prestazioni sessuali con alcune persone…
FH: Una in particolare…
CP: Una persona molto vicina ad un’altra persona a lui vicina, diciamo così.
FH: Una relazione sbagliata, ma proprio per questo bellissima!
CP: Sì, diciamo che il punto fondamentale è che l'amore trionfa, in un certo senso (giusto tutelare la riservatezza dei diretti interessati, rimando alla lettura del testo che è abbastanza esplicito a riguardo NDA).
Andando verso la fine, perché immagino che prima o poi dobbiate suonare, vi chiederei qualcosa sulla registrazione perché il disco suona veramente bene…
CP: Abbiamo qui Federico, puoi chiedere direttamente a lui… (Federico Inguscio, batterista dei Lowinsky, che si è occupato della registrazione, che si è unito a noi ad un certo punto della chiacchierata NDA)
FH: Parla ragazzo! Racconta com’è andata (risate NDA)!
In effetti questa è la prima intervista in assoluto che faccio, alla quale sia presente anche chi ha registrato…
FI: Beh, che dire? Innanzitutto grazie dei complimenti! È iniziato tutto quando Carlo mi ha mandato le demo dei pezzi e mi ha detto che avremmo registrato, che ci saremmo presi due giorni (e sottolineo due) per fare tutto. E quanti erano i pezzi: nove (risate NDA).
CP: All'inizio dovevano essere quattro ma poi sono diventati nove.
FI: Abbiamo fatto tutto in casa, eravamo nello studio di Tasso, ovviamente (Davide Tassetti è il chitarrista dei Lowinsky, qui la band ha la sua sala prove e ha registrato gli ultimi dischi NDA). Ho portato la mia attrezzatura, oltretutto acquistata da poco, per cui è stato bello poterla testare subito. Siamo andati in studio con un sacco di roba, abbiamo montato tutto in due ore e abbiamo iniziato a registrare…
FH: Ehm, potremmo renderlo un po' più interessante?
FI: E cosa potrei dire di altro? Forse che continuavamo ad insultarti perché usavi 500 pedali, o che abbiamo trovato il giusto tono della tua chitarra all'ultimo pezzo (risate NDA)?
FH: Avevo detto interessante, non stronzo… (risate NDA)
CP: Secondo me la cosa da trattenere è che lo abbiamo registrato in presa diretta in una situazione in cui non avevamo poi tantissimo spazio, lo studio lo conosci, sai che non è grande: eravamo io e Florian con lui in regia, mentre di là c'erano Zano e Shamble, ad occuparsi della sezione ritmica. I nostri amplificatori però erano dentro con loro e abbiamo schermato tutto con dei cuscini.
AZ: Nel frattempo il vicino telefonava per lamentarsi del casino, anche se erano le due del pomeriggio di domenica…
CP: Ma secondo me gli davano più fastidio le nostre risate in segreteria con le finestre aperte, piuttosto che il rumore…
FH: Sì è molto probabile. Comunque lui è stato bravissimo, eh! Devo spezzare una lancia, perché avere a che fare con quattro persone che quando hanno gli strumenti in mano non smettono mai di suonare, anche nelle pause, non è per niente facile, è stato bravo a gestire tutto e a non andare in ansia, a parte qualche piccolo problema tecnico è andato tutto bene.
Data la velocità con cui avete lavorato per questo album, è lecito attendersi un seguito nell'immediato futuro?
CP: Non credo proprio. Tre o quattro pezzi scritti da me e Florian e buttati giù a livello di demo li abbiamo, prossimamente ci metteremo a scrivere altra roba ma per un nuovo disco è decisamente presto, ci vorrà ancora un po'.
Questa è una cazzata ma ve la devo proprio chiedere: sul disco ci sono due interventi parlati piuttosto spassosi. Il primo è che al termine di “Wrong” si sente qualcuno esclamare: “Il miracolo di San Gennaro!”... (Risate NDA)
FH: Non avevo mai registrato la mia voce, prima d’ora. Faccio una take e loro mi dicono subito: “Va bene!”. Al che io: “Miracolo!” Cioè, sono anche in grado di cantare (risate NDA)!
CP: Devi sapere che Florian è arrivato a quarant'anni senza aver mai veramente cantato. Ha scritto un sacco di canzoni ma non ci ha mai cantato sopra, nonostante io spesso gli rompessi le balle perché lo facesse. E quindi adesso era la prima volta in cui registrava le voci e secondo me se l’è cavata benissimo, le sue parti sono davvero eccezionali.
E invece l'altra è alla fine di “Bury All”, un messaggio vocale di un batterista che vi bidona ma ipotizza che si riprenderà solo quando sarete famosi e a quel punto voi li direte di no… (risate NDA)
FH: È un ragazzo a cui avevo fatto la proposta di unirsi a noi quando ancora stavamo cercando di completare la formazione: lui aveva già un progetto in cui suonava Thrash Metal, ovviamente con noi non c'entrava nulla e infatti ha detto di no. Una sera però, probabilmente da ubriaco, mi ha mandato questo vocale in cui ironizzava sul fatto che, una volta diventati famosi, sarebbe corso da noi per proporsi ma noi l'avremmo giustamente accusato di volere approfittare della situazione. Ho mandato il messaggio a Carlo, così per ridere, e lui l'ha voluto pubblicare. Ovviamente abbiamo dovuto chiedergli il permesso perché si tratta di un ragazzo molto riservato e queste cose in genere non gli piacciono. Incredibilmente, però, ci ha detto di sì e quindi l'abbiamo messo su. È un'altra trovata ironica, pienamente nel mood di quello che vogliamo essere e comunicare.
I quattro salgono sul palco pochi minuti dopo, nella minuscola sala adibita ai concerti, atmosfera calda e volumi altissimi. La prestazione è ottima, ruvida e tirata come la prima volta che li avevo visti, un mesetto prima. L'intesa è notevole e le esecuzioni dei vari pezzi escono fuori comprensibilmente più potenti e veloci rispetto alle versioni originali.
In scaletta anche due cover, che non sono di artisti nominati durante l'intervista ma che fotografano ugualmente gran parte del dna del gruppo: “Remote Control” dei Clash, cantata da Jim Mannez, altro artista della scuderia Gasterecords, da pochissimo uscito col suo secondo album, Caverna. E poi “Molly’s Lips”, che i Nirvana avevano a suo tempo “rubato” ai Vaselines,e divenuto ormai un classico minore dell’Indie Rock anni ‘90.
Ovviamente il mondo musicale è quello che è e sarebbe inutile farsi troppe illusioni sul fatto che qualcuno possa un giorno accorgersi di questa band. Resta il fatto che i Post Seasons, siano o meno fuori tempo massimo, rappresentano davvero un'alternativa credibile ad una scena decisamente fin troppo omologata sui soliti modelli.
