Prima di passare alla presentazione della nuova stagione, direi che è d'obbligo fare un bilancio di quella precedente: com’è andata? Siete soddisfatti?
È stata un'edizione strana, un'edizione che, secondo me, ha soprattutto consacrato un'identità del festival che ho sentito particolarmente riconosciuta da tutti, dagli addetti ai lavori e dal pubblico; non è banale perché quella appena trascorsa è stata un'estate dove il nostro settore ha sofferto parecchio, con tanti concerti che sono stati disertati dal pubblico o addirittura cancellati. Tutto questo avrebbe potuto indurre valutazioni diverse da parte nostra, portarci a fare scelte più facili oppure a penalizzare molto alcune scelte un po' più coraggiose.
Devo invece dire che molti concerti sono stati molto molto apprezzati. Certo, anche noi abbiamo sicuramente risentito in alcuni casi, di una presenza di pubblico meno massiccia di quella in cui speravamo, soprattutto in quelle serate dove la proposta era un po' più particolare, ma complessivamente non possiamo lamentarci: su 15 spettacoli, 8 sono andati esauriti, abbiamo avuto in media più di 23mila spettatori, per cui possiamo definirla un'edizione che, dal punto di vista numerico, è andata molto bene, anche se certamente non è stata tra le migliori.
Quello per cui possiamo invece essere totalmente soddisfatti è l'identità del cartellone che come dicevo prima, è stata riconosciuta dal pubblico, che si è confermato a sua volta come totalmente fidelizzato, un pubblico che riconosce il festival e lo sceglie per il tipo di proposta che fa.
Ne parliamo da diversi anni, di questo tema, e sembra che finalmente ci siate arrivati…
Manca ancora un elemento, rispetto a quello che ci dicevamo gli anni scorsi: manca, almeno nella mia percezione, quella fiducia cieca che induce il pubblico, che guarda al festival con molta stima e rispetto, ad azzardare anche live di artisti che conosce meno, solo per il fatto che sono inseriti in un cartellone che già di per sé rappresenta una garanzia. Certo, che il cartellone sia una garanzia viene in parte anche adesso riconosciuto, però con certe proposte specifiche si fa ancora un po' fatica, e questo ci limita nella costruzione della proposta e ci ha limitati, non lo nego, anche nella costruzione del cartellone del 2026…
Cioè?
Diciamo che ci sarebbe piaciuto essere più coraggiosi, invece abbiamo scelto una strada mediana che sì, possiede delle punte di coraggio, però anche diversi aspetti di consolidamento, per così dire.
Infatti questa è una domanda che avrei voluto fare: in che misura, le difficoltà sopra elencate abbiano influito nella compilazione del bill di quest'anno.
Come sempre, l'elemento che ha influito di più è stato quello della disponibilità degli artisti. Se penso a quante variazioni ci sono state tra agosto e settembre dello scorso anno, quando sono arrivate le prime opzioni concrete, e aprile, quando abbiamo dichiarato ufficialmente chiuso il cartellone, dei 15 spettacoli che proporremo ne avremo vagliati almeno un centinaio, per cui avrebbe anche potuto essere un programma completamente diverso.
Noi di solito valutiamo che un artista sarebbe perfetto per il nostro festival, però poi magari cambiano i periodi, oppure il tour europeo o quello italiano vengono cancellati… insomma, non sempre le cose vanno a buon fine e questa è senza dubbio la difficoltà più grande che incontriamo nel costruire il programma.
E poi, come dicevo prima, c’è stata sicuramente anche una rinnovata prudenza nel non inserire in cartellone, oppure nel limitare, una serie di proposte che abbiamo considerato essere un po' troppo coraggiose, in favore di concerti comunque di qualità, ma che ci sembravano rappresentare una garanzia più grande.
Scendendo nei particolari e facendo qualche nome, probabilmente il concerto di Bill Callahan dello scorso anno è stato uno di quelli che non è andato come avrebbe dovuto, giusto? Tra l'altro mi dispiace tantissimo perché ci sarei dovuto venire ma all'ultimo ho dovuto rinunciare a causa di un impegno improvviso…
Senza ombra di dubbio. Quello di Bill Callahan è stato uno dei concerti più interessanti a livello di proposta artistica, ma anche quello con la risposta di pubblico più bassa. Devo dire però che anche per quello di Finneas, in data unica, per la prima volta in Italia, premiatissimo fratello di cotanta sorella (Billie Eilish NDA), che sicuramente condivide a pari meroto con lei i meriti di tutto questo successo, ci si aspettava indubbiamente una risposta a valanga. Ha fatto bene, certo, numericamente è andato meglio di Callahan, ma è rimasto comunque al di sotto delle aspettative.
Lì però c’è un problema culturale: l'italiano medio ha in mente il grande nome ma non sa quasi mai chi ci sia dietro. Ricordo casi in cui Little Steven, chitarrista di Springsteen (non esattamente uno che in Italia non fa pubblico) si è esibito in un Alcatraz semivuoto. Scendendo più in basso, Buck Meek qualche anno fa a Milano ha fatto poche decine di paganti qualche mese dopo che coi Big Thief, nella stessa città, aveva fatto registrare un sold out…
Ma certo, ce lo diciamo sempre, è evidente che ci sia un problema culturale. Cito anche Brandi Carlile, che ha fatto un concerto indimenticabile ma che non è arrivata al tutto esaurito, anche se in questo caso non ci siamo andati tanto lontani. Stessa cosa per Markus King, uno show molto solido, molto amato soprattutto dai chitarristi, ma che avrebbe senza dubbio potuto avere più pubblico.
Passando al cartellone di quest'anno, da un punto di vista strettamente personale confesso che ho avuto meno motivi per gioire rispetto agli altri anni. Ci sono sicuramente ottimi nomi, però un attimino più consolidati, come si diceva prima. Per dire, gente come Diana Krall, Kings of Convenience, Chet Faker, si sono visti parecchie volte dalle nostre parti, e poi ci sono artisti italiani come Niccolò Fabi, che io amo molto ma che non è certo una scelta sorprendente. Probabilmente le uniche chicche sono Beat (anche se non sono in data unica) e Two Door Cinema Club. Questi ultimi, in particolare, sono davvero un gran colpo.
In realtà secondo me questo è un cartellone estremamente trasversale, molto più di altri, lo dico sia in termini di generi musicali sia per quanto riguarda il target di pubblico. Ci sono senza dubbio dei mostri sacri, e il concerto dei Beat da questo punto di vista rappresenta il gioiello del programma di quest'anno, personalmente ho gioito quando ce l'hanno proposto e già ora, come biglietti, è particolarmente richiesto, avremmo tranquillamente potuto fare anche più di una serata. Anche il comparto Jazz è ben rappresentato, oltretutto in modo eterogeneo: Diana Krall da noi è già venuta ma è sempre un grande classico, quando ce la propongono non si può dire di no; anche perché, aggiungo, non abbiamo confini “numerici” sui concerti: potremmo farne anche 20 o 30, se ci fossero sempre artisti così sarebbero i benvenuti.
Il concerto di Stefano Bollani, poi, è un po' meno banale di quello che può sembrare pensando a lui, perché stiamo parlando di una parata all star della musica Jazz italiana, tutta insieme su un unico palcoscenico: Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Seche, Matteo Mancuso, la stessa Frida Bollani, che è comunque una musicista molto interessante. Non ho mai creduto che mi sarebbe capitato nella vita di vederli tutti insieme sullo stesso palco, credo che tra i musicisti di Jazz tradizionale italiano ne manchino giusto uno o due a quello che considero un vero e proprio gota di interpreti, si preannuncia un appuntamento di altissima qualità.
E poi il mio cuore batte per quello dell'8 luglio con Esperanza Spalding: è stata una musicista molto acclamata anche in Italia, quando si è diplomata e ha cominciato ad apparire al mondo in tutta la sua bravura tecnica. In seguito, purtroppo, è un po' scomparsa dalle scene italiane. Ricordo che già una decina di anni fa me la proponevano ma avevo un po' il timore che fosse ancora troppo poco nota al pubblico italiano. Adesso il timore resta perché è da dieci anni che non viene più, ma trovo che la sua scrittura sia maturata e che si sia anche liberata dalle catene che molto spesso, chi ha una tecnica ipertrofica come la sua tende a portarsi dietro. Trovo invece che adesso abbia arricchito la sua capacità di scrittura con tutto un vissuto personale anche molto contaminato, grazie anche alle sue collaborazioni con, tra gli altri, Wayne Shorter e Milton Nascimiento, o ai diversi contatti con il mondo della musica rock. È un'artista con un immaginario ampio, unito ad una tecnica molto solida, per cui è certamente uno dei concerti più rischiosi ma anche uno di quelli più alti dal punto di vista qualitativo.
Per quanto riguarda invece i Two Door Cinema Club, loro si inseriscono in quel filone “Indie” che, per quanto sia un contenitore abusato, è sempre molto vivo e molto trasversale. Concordo sul fatto che siano una delle chicche del cartellone però, a confermare quello che ci dicevamo prima, è anche uno di quelli che stanno facendo più fatica…
È stata una delle scelte più coraggiose in effetti…
Una scelta che, a dispetto dell'enorme qualità, non verrà probabilmente capita dal pubblico. Lo sapevamo già, quando ce l'hanno proposta (è stata una delle ultime che abbiamo chiuso, tra l'altro) eravamo consapevoli del rischio ma abbiamo deciso di correrlo perché riteniamo che si tratti di un gruppo, oltre che molto valido, che possa stare perfettamente a proprio agio nel nostro cartellone. Oltretutto faranno solo due date, la nostra e Roma, per cui il bacino d'utenza è potenzialmente molto vasto. Of Monsters and Men e Chet Faker, tra l'altro, li vedo più o meno simili come pubblico, è un target che potrebbe essere sovrapponibile, vedremo come andrà.
Parlando invece degli italiani…
C’è una pagina molto ampia: lei ha giustamente ricordato Niccolò Fabi ma ci tengo a citare anche Daniele Silvestri, che rappresenta un po' un ponte, la generazione di mezzo tra la vecchissima scuola dei grandi classici come Venditti, De Gregori, Paolo Conte, che sono già stati ospiti da noi, e quella più giovane. Lui, Niccolò Fabi, Max Gazzè, che è stato qui in passato, sono probabilmente i musicisti della scena italiana che sento più vicini, hanno un'ottima scrittura ed anche una grande ironia. Uno come Silvestri secondo me sta sempre bene in cartellone, ma non dimentichiamoci che ci sono anche quattro date di Coez…
Avevate già ospitato Frah Quintale in passato, ma devo dire che sono rimasto ugualmente sorpreso…
C’è un motivo preciso dietro, però: questo è un tour che lui ha concepito appositamente per i teatri di pietra. Mi piace l'idea che un artista concepisca un certo spettacolo a partire da un contesto preciso, significa che sta considerando che la location influenzerà direttamente l'esecuzione dei brani e quindi si tratta di una proposta che mi incuriosisce fortemente. Sono anche luoghi che hanno tutti posti a sedere: vuol dire che lui, che normalmente si esibisce con i posti in piedi, sta scegliendo di farlo tenendo la gente seduta e questo ha una ricaduta importante sul pubblico; da qui l'importanza di averlo in cartellone.
E ci sarà anche un bel cambio di utenza, che è sempre una bella sfida…
È quello con il pubblico più giovane, certo, ma anche per questo sarà una sfida. Quest'anno sono stata, come tutti gli anni, in un liceo del territorio del lago di Garda per incontrare le classi degli studenti che poi verranno in attività PCTO (quella che un tempo si chiamava “alternanza scuola-lavoro”, NDA) da noi, per presentare le varie attività che potranno svolgere durante il festival, e quindi ho parlato con tanti studenti di terza, quarta e quinta. Alla tipica domanda: “Siete mai stati ad un concerto?” si è alzata una quantità incredibile di mani, praticamente tutti. Quando però ho chiesto: “Siete mai stati in un teatro?” non si è alzata nessuna mano…
Comprensibile, in effetti…
È uno scenario abbastanza agghiacciante ma del resto lo sappiamo bene: io lavoro anche in un teatro di prosa a Milano e lo vedo bene come ci sia una costante carenza di pubblico giovane. Ecco, penso che sia interessante che un artista che ha dei fan abituati ad un certo tipo di contesto, li porti a fare un'esperienza del tutto diversa, all'interno di un luogo che trasuda arte, storia e bellezza, trovo che sia una sorta di missione da parte loro, e allora, dico, perché non provare ad incontrarsi? Proviamo a capire che se la mia proposta e la tua possono interagire, anche all'interno di un cartellone che sembra avere tutta un'altra piega…
E a proposito di questo, non posso non chiederle della presenza di Biagio Antonacci, addirittura per una residency di dieci date…
Biagio Antonacci era già stato al Vittoriale nel settembre del 2024, sempre per dieci date. La proposta ce l'aveva fatta lui e noi collaborammo. Si trattò proprio di un esperimento, anche perché il festival termina all'inizio di agosto. Poi la cosa è andata bene, abbiamo avuto degli esiti davvero felici a livello di pubblico, venne letteralmente gente da tutta Italia, cosa per noi inusuale perché Gardone è una località turistica e quello era un mese già fuori stagione, giorni infrasettimanali, con le scuole già riaperte. Di conseguenza, abbiamo pensato che quest'anno si sarebbe potuto replicare, aprendo una coda su settembre e rendendola una sorta di tradizione.
Non pensavamo di chiamare ancora Antonacci, ho iniziato a verificare un po' tra gli artisti italiani (per quelli stranieri una modalità così è un po' difficile) ma molti di quelli che ho sentito erano ancora in tour; ad un certo punto è arrivata la fatidica telefonata: Antonacci voleva replicare la residenza, visto che si era innamorato del Vittoriale, e così ecco, essendoci un rapporto già avviato, ci siamo accorti che poteva avere assolutamente senso. Ci sono altri aspetti positivi, come ad esempio il fatto che lui abbia un pubblico molto diverso rispetto a quello che viene normalmente ai nostri concerti, e che ce lo porti, è senza dubbio un'occasione di arricchimento.
Vedremo se per il 2027 Tener-a-mente Equinozio (come si chiama l'appendice di settembre) avrò una connotazione diversa, ma per il momento siamo contenti della scelta che abbiamo fatto.
Oltretutto quest'anno è la quindicesima edizione: è un traguardo importante, eppure non è un dato che state pubblicizzando più di tanto…
Ci sarà la ventesima, che sarà una cifra più rotonda della quindicesima! Non so, mi fa un certo effetto il fatto che a causa del Covid abbiamo saltato quella che sarebbe stata la decima edizione. Poi quindici anni sembrano tanti ma se mi guardo indietro vedo molta discontinuità, anche per i condizionamenti della pandemia, non sempre un'evoluzione fluida. Quindi forse sento il bisogno di aspettare altri cinque anni per guadagnare davvero uno sguardo retrospettivo e vedere il festival come un fenomeno unitario.
In questo momento, se guardo il cartellone dei primissimi anni, 2011 e 2012, mi sembra ancora molto ingenuo, anche se evidentemente riesco a scorgere già quegli elementi che avrebbero caratterizzato la nostra identità in futuro. Credo però che abbiamo iniziato ad essere più a fuoco a partire dal 2018, prima c'era stata molta esplorazione, diversi linguaggi, non solo musicali, alla ricerca di qualcosa che non fosse semplice intrattenimento.
Detto questo, mi fa un effetto strano festeggiare quindici anni di festival!
