Il nuovo anno si è aperto con il ritorno dei Virginiana Miller e non avrebbe potuto esserci inizio migliore: la band livornese mancava dalle scene dal 2019, quando aveva sorpreso un po' tutti, fan e addetti ai lavori, pubblicando un disco, The Unreal McCoy, interamente cantato in inglese e molto diverso nelle sonorità, rispetto all'Indie Rock ironico e a tratti decadente che li aveva sempre caratterizzati. Il Covid ha poi probabilmente interrotto una storia che avrebbe anche potuto continuare per il verso giusto, ma sta di fatto che dopo averli visti al Bloom nel tour di quell'album, di Simone Lenzi e compagni avevo perso le tracce.
“La fine del patriarcato” è un brano elegante, triste e cupo come raramente erano stati, ma per il resto ci catapulta in pieno dalle parti de Il primo lunedì del mondo e Venga il regno, i capitoli più recenti della loro discografia (si fa per dire, visto che sono passati più di dieci anni ormai) dove avevano iniziato a flirtare pesantemente anche con la migliore canzone d'autore.
Oggi che il panorama musicale è completamente cambiato, che l'Indie italiano originario non esiste più (e neppure la sua versione 2.0 in salsa Pop, a giudicare da quel che si sente in giro) i Virginiana Miller sono semplicemente liberi di essere loro stessi e di continuare a scrivere una storia che, tra battute d'arresto e digressioni di sorta, si è sempre mantenuta su livelli altissimi.
Ne abbiamo parlato col chitarrista Antonio Bardi, uno di quelli che c'era dall'inizio e a cui, tra le altre cose, abbiamo chiesto soprattutto se questo singolo sia o meno il preludio all'attesissimo nuovo disco.
Per prima cosa mi sembra doveroso chiedervi il perché di questa lunga assenza: cosa avete fatto in tutto questo tempo?
In realtà c'era stata una pausa lunga anche prima, erano passati sei anni anche da Venga il regno a The Unreal McCoy. Alla fine abbiamo sempre fatto musica quando ci saliva qualcosa in gola che sentivamo di voler dire e anche perché c'è bisogno di un lungo lavoro comune, molto difficilmente abbiamo scritto una canzone di getto. Ci sono dei periodi in cui la possibilità di fare questo lavoro viene a mancare: ad esempio in questo ultimo periodo Simone è stato assessore ed è un impegno che porta via tempo, non c'è necessariamente lo spazio per pensare alla scrittura. Il lavoro di Simone, oltre che sui testi, è anche di collante tra tutti i vari elementi, e non averlo a disposizione ci ha sicuramente rallentato.
Questo e altri aspetti hanno fatto sì che, sebbene continuassimo a vederci in sala prove (ne abbiamo una nostra che è sempre a disposizione) e tutti suonassero nei loro vari progetti paralleli, come Virginiana Miller abbiamo dovuto impiegare un po' di tempo per fare sedimentare il tutto. Poi va considerato che anche Simone, per scrivere, ha bisogno di avere qualche cosa da dire: ci è mancata la concentrazione, avevamo certamente bisogno di questo tempo...
Questo pezzo nuovo com'è uscito?
È comunque già da un annetto che stiamo concentrando il nostro lavoro su alcune canzoni: “La fine del patriarcato”, in particolare, l'avevamo suonata dal vivo nel 2023, la versione che avevamo per le mani ci convinceva e così l'abbiamo registrata con Ivan Antonio Rossi, che aveva fatto anche i nostri due dischi precedenti. Ne avevamo altre in lavorazione ma non abbiamo voluto aspettare e l'abbiamo buttata fuori, è una sorta di regalo che ci siamo fatti. Per noi è una specie di augurio che, nell'anno in corso, si possa portare a termine il disco e farlo uscire...
Quindi il succo è: il disco non è pronto ma ci sarà un disco, giusto?
Esatto! Questo non è il singolo tradizionale che si sceglie quando l'album è finito, come anticipazione, prendendo il brano più rappresentativo, e cose così. Si tratta semplicemente della prima canzone che ci ha riportato a lavorare in studio, e quando è venuta fuori era così convincente che ci siamo detti: “Sì, un altro disco lo possiamo fare!”
Il pezzo mi è piaciuto molto: l'ho trovato pienamente nel vostro stile ma allo stesso tempo è una sorta di passo avanti. In più ha quest'aura molto triste e malinconica, da un certo punto di vista si tratta di una delle vostre cose più cupe. È venuta fuori così o ci avete ragionato?
È venuta fuori così, in più c'è dentro anche un dato biografico, come Simone ha spiegato in alcune interviste: abbiamo un'età in cui certe questioni arrivano, qui si parla di padri e quando si arriva alla nostra età, per forza di cose si parla di queste cose in modo diverso. Probabilmente è anche il testo ad aver portato a certe atmosfere. Le prossime canzoni che faremo uscire (perché il programma sarebbe quello di fare uscire qualche altro singolo) potrebbero essere di tutt'altro mood, in particolare la seconda a cui adesso stiamo lavorando.
Quando avete annunciato il titolo mi sarei aspettato un brano politico, anche per i recenti trascorsi di Simone e per tutta la sua attività sui social; a leggere il testo, però, si capisce che parla di tutt'altro.
Hai detto bene: ascoltando il testo il dubbio passa. Sai, penso che scrivere una canzone sia un processo del tutto diverso dal pronunciarsi su un fatto di attualità: è diverso lo stile, è diverso il modo in cui si tratta la vicenda... è un po' come parlare per strada con qualcuno rispetto a scrivere un libro, per quanto forse il paragone sia azzardato.
Siete tornati con un brano in italiano e pienamente nel vostro stile classico, per cui mi verrebbe spontaneo domandarvi cosa pensate oggi di The Unreal McCoy, che aveva i testi in inglese e che aveva un suono più roots, piu “americano”, per così dire.
Capita ogni tanto di parlarne, anche perché in un album si investono energie e speranze. Se devo dirtela tutta, non ci sembra che abbia fatto tutto quello che poteva fare. Un po' per il Covid, certo, ma poi perché a posteriori possiamo dire che fosse un disco difficile da lavorare, per chi lavorava con noi. I Virginiana sono sempre stati un gruppo con un cantato in italiano molto importante, con dei testi di un certo tipo, per cui decidere di scrivere un disco in inglese avrebbe forse avuto bisogno di un lavoro di promozione massiccio che noi, per indole, non siamo mai stati inclini a fare. Noi di solito ci occupiamo di realizzare la musica, sul resto siamo molto pigri.
Un disco così non poteva andare da solo come invece aveva fatto Venga il regno, che era un lavoro molto più esplicito; avrebbe avuto bisogno di una spinta che non siamo stati in grado di dare e di conseguenza è stato molto penalizzato. Detto ciò, quando ne riascoltiamo i pezzi siamo molto contenti ancora adesso e ci piace suonarli dal vivo. Però è innegabile che sia stato recepito come un passaggio a vuoto, vedo sui social che alcuni ci sono rimasti proprio male, sono proprio arrabbiati, se la sono legata al dito (ride NDA)! La verità è che per noi era stato un cambiamento molto naturale, non c'era dietro nessun ragionamento sul voler conquistare nuovi mercati e cose così, eppure ce l'hanno proprio giurata...
Io ti posso dire che a me era piaciuto allora e mi piace ancora adesso. In generale, amo le band che ogni tanto provano ad uscire dalla propria comfort zone per fare qualcosa di diverso.
Anche a noi, e devo dire che forse siamo sempre stati fin troppo autoreferenziali: a me piace unicamente fare qualcosa che piaccia agli altri cinque e credo che anche per gli altri sia così. Quello che esce dalla sala prove deve innanzitutto convincere noi: poi magari a volte questa dinamica ci penalizza perché dovremmo concentrarci di più su altri aspetti, guardare di più al mondo esterno, a come quello che facciamo viene recepito di fuori, ma direi che ormai è un aspetto con cui, alla nostra veneranda età, dobbiamo fare i conti.
Oggi il panorama musicale è completamente cambiato: se dal punto di vista storico siete ancora considerati come uno dei gruppi più importanti dell'Indie italiano (quello vero, non quello che è venuto dopo, che era semplicemente Pop travestito) adesso è difficile capire dove collocarvi.
Ormai non facciamo più parte di nessuna scena, rendiamo conto solo a noi stessi; allo stesso tempo, però, non mi dispiace l'idea di uscire con una canzone nuova ed essere ascoltato da un ragazzo di vent'anni che non sa niente dei Virginiana, non li sa collocare storicamente, eppure potrebbe dire: “Bello questo pezzo!”. Una canzone può sempre arrivare, indipendentemente dal fatto che la scena di riferimento esista ancora o no.
Poi oggi, soprattutto a causa delle dinamiche di TikTok, la musica segue strani percorsi: un paio di anni fa, ad esempio, sono andato a vedere gli Slowdive ed ero circondato da sedicenni.
Sì assolutamente! Lo vedo sui miei figli, che sono sui vent'anni, non hanno alcuna prospettiva storica, essendo che oggi è tutto disponibile allo stesso momento, ma comunque, se capita, apprezzano anche cose datate. Quindi credo che se le cose che facciamo abbiano un valore in sé, possano in qualche modo essere recepiti. Anche noi, se ci capita di sentire cose recenti, le ascoltiamo, non siamo per forza di cose ancorati al ricordo di una scena.
Un po' hai già risposto all'inizio ma volevo chiederti se in tutti questi anni è cambiato qualcosa nel vostro modo di lavorare, nelle dinamiche tra di voi durante la composizione dei brani?
Sono rimasti più o meno gli stessi. La scrittura è forse diventata più collettiva, prima avevamo un modo di comporre le canzoni che davano delle intenzioni anche molto diverse da pezzo a pezzo. Oggi nel complesso risultiamo più omogenei, c'è sempre uno che porta l'idea ma poi li lavoriamo tutti assieme, molto più di prima. Inoltre già da qualche disco (quindi in realtà non è proprio poco tempo) abbiamo cristallizzato un modus operandi che richiede Simone in momenti precisi, mentre in certe fasi si lavora anche a piccoli gruppi.
Avete ormai una discografia piuttosto corposa alle spalle: vi capita mai di guardarvi indietro e di ripensare ai vostri vecchi album? Te lo dico anche in vista di future ristampe, visto che alcuni titoli non sono più reperibili da un po'.
Il supporto fisico comincia ormai a diventare solo un desiderio dell'artista: io sono legato molto al cd e continuo a comprare i dischi che mi piacciono, ma mi rendo conto che in generale questa sia una scelta sempre meno sentita. Dall'altra parte, non siamo amanti delle operazioni retrospettive, quelle dei venticinquesimi, dei trentesimi anniversari e cose così: richiedono uno sforzo, un'energia che è soprattutto autoreferenziale e che non ci interessa minimamente spendere. Le ristampe nemmeno, sia per la questione del supporto che ti dicevo prima, sia perché non sentiamo l'esigenza di tornare indietro: se vale la pena fare qualcosa è solo per guardare avanti, non certo per tornare indietro, è un discorso che vale un po' in tutte le cose della vita.
Se dovessi rispondere nello specifico alla tua domanda, direi che riascoltando i nostri primi dischi rivedo i ragazzi che siamo stati, penso a com'eravamo nel 2001, lo guardo con affetto, a come si guarda una fotografia del passato, penso a come stavamo bene allora, alle persone che c'erano con noi, ma non vorrei certo ritornare indietro. In più abbiamo anche un'altra fortuna, e cioè che questo gruppo non ci ha mai dato da mangiare. Non abbiamo quindi mai avuto la necessità di fare qualcosa perché c'era da pagare una rata. Questo da una parte può essere un limite perché poi, per pagare la rata, ti ritrovi a fare qualcosa che non ti piace; dall'altra parte però hai la possibilità di fare questa cosa perché la vuoi fare davvero e la fai al tuo meglio solo per questo. In un certo senso siamo liberi, e con l'età che abbiamo adesso, ancora di più!
So che di recente avete suonato a Firenze, primo concerto dopo parecchio tempo: com'è andata?
È andata benissimo, c'era molta gente e, col fatto che non suoniamo spesso, sono arrivati in tanti anche da molto lontano: ci dispiace molto per loro perché sarebbe bello andare a suonare un po' dappertutto, però non è facile. Non c'è nessuna forma di abitudine a quello che si fa, c'è molta emozione ancora adesso, nessuna forma di routine e quindi per noi è molto più bello ma anche per chi viene a vederci, alla fine sono eventi quasi unici. Nel 2025 abbiamo fatto solo quel concerto, quest'anno speriamo di farne qualcuno di più ma alla fine suoniamo sempre molto poco.
Ed è un peccato perché secondo me siete sempre stati un'ottima live band.
Mi fa piacere che tu lo dica perché per noi è una parte molto importante: vedi in faccia chi ascolta le tue canzoni, vedi la gente che le canta... è molto bello, insomma!

