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MAKING MOVIESAL CINEMA
09/03/2020
Steven Spielberg
Duel
Duel è l'esordio dietro la macchina da presa di un giovanissimo e già talentuoso Steven Spielberg; il film vanta anche il soggetto dello scrittore Richard Matheson ma è la grande capacità del regista nel creare tensione con pochissimi elementi a rendere Duel un gran film apprezzabilissimo ancora oggi.

Nato come film per la televisione statunitense e girato in un paio di settimane circa, il film trova la via delle sale cinematografiche un paio d'anni più tardi, nel 1973 per la precisione; allungato di qualche minuto Duel è pronto per affrontare con successo il grande pubblico. L'idea vincente del futuro regista di E.T. e de Lo squalo è quella di portare in un contesto solare e molto comune i classici stilemi dell'horror, creando quella tensione e quella serie di sussulti tipici del genere senza mai mostrare in video nulla di realmente orrorifico; detta così può sembrare una cosa strana ma guardando Duel questa caratteristica esce prepotentemente con tutta la sua forza.

Alla base del film un contrasto banale: David Mann (un bravissimo Dennis Weaver sul quale poggia praticamente tutta la parte attoriale del film) è un commesso viaggiatore che deve chiudere un contratto di lavoro in un'altra città. Lungo l'autostrada che attraversa il deserto di uno degli Stati Uniti d'America Mann, a bordo della sua Plymouth Valiant del '71, sorpassa una grossa e malconcia autocisterna, per qualche strana ragione il conducente del veicolo prende il sorpasso come una questione personale. Follia? bieca competizione maschile scatenata da sovradosaggio di testosterone? semplice ignoranza? fatto sta che per il mite venditore inizierà un incubo difficile da prevedere che assumerà a tutti gli effetti i connotati della classica storia horror.

È incredibile con quanto poco materiale Spielberg costruisca con intelligenza davvero fina un crescendo di tensione capace di incollare lo spettatore alla poltrona lungo la visione di un film che vive di genio e poco altro. La prima scelta astutissima di Spielberg è stata quella di non mostrare mai il conducente dell'autocisterna, scelta che contribuisce ad alimentare un alone di mistero che troverà il suo climax nella sequenza della tavola calda dove Mann si fermerà a mangiare. L'autista esiste, ne vediamo gli stivali, ogni tanto un braccio che sporge dal finestrino, accenni che escludono tutto ciò che si potrebbe pensare sovrannaturale (non è Christine, non è La macchina nera) c'è ma non lo identifichiamo, né noi né il protagonista, il suo camion diventa il mostro dei film horror. Il Peterbilt 281 del '55 è un veicolo dal muso sporgente con due fanali tondi in testata, caratteristiche che donano una specie di grugno cattivo al camion, nelle sequenze di inseguimento, dove la mole imponente della motrice arrugginita si avvicina minacciosa alla Plymouth di Mann, l'impressione è davvero quella di trovarsi alla presenza di una creatura minacciosa, idea rafforzata dalla magnifica scena al buio di una galleria, dove i fanali del camion sembrano occhi spettrali, vigili, in attesa della preda. L'effetto jump scare, fondamentale in molti horror per far saltare lo spettatore sulla sedia, è qui dato dal roboante clacson dell'autocisterna, sempre pronto a intervenire nei momenti più tesi. Ottime le riprese che inquadrano un road movie a cui manca il consueto elemento di crescita/formazione che solitamente il genere accompagna, rigirato qui in mera sopravvivenza e terrore, un gioco tra gatto e topo che si sviluppa in una tensione crescente.

Per Duel è proprio il caso di dire che il buongiorno si vede dal mattino, la carriera di Spielberg parte con tutti i migliori presupposti, sappiamo tutti come è andata a finire, certo è che guardando alcune grosse produzioni come il recente Ready player one un po' di nostalgia per questi film più piccoli e artigianali la si prova.


TAGS: cinema | DarioLopez | Duel | loudd | recensione | StevenSpielberg