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REVIEWSLE RECENSIONI
Echoes of Unspoken Words
An Early Bird
2020  (Artist First / Edition Mightytunes)
POP
7/10
all REVIEWS
09/10/2020
An Early Bird
Echoes of Unspoken Words
Il secondo disco di An Early Bird ci rivela un'importante verità: per quanto possa sembrare stereotipato un genere, ci sarà sempre qualcosa di interessante da trovare, se l'artista che utilizza quel determinato linguaggio ha qualcosa di valido da dire.

Stefano De Stefano lo avevamo già conosciuto nei Pipers, archiviati i quali ha messo in piedi il progetto An Early Bird, del quale è di fatto l’unico titolare. Per “Echoes of Unspoken Words” oltretutto ha fatto tutto da solo, cantando suonando ogni strumento, eccetto il contributo dell'amico Alessandro Panzeri (Old Fashioned Lover Boy) su un paio di tracce. 

Il problema del Folk o dell'Alt Folk, come si preferisce chiamarlo negli ultimi anni, è più o meno quello di ogni genere ben codificato: bene o male è sempre lo stesso, per cui se piace va bene, se non piace o ci si stanca di esso, non lo si prende neppure in considerazione. Alla fine dunque, quello che salva, sono sempre le canzoni e l’integrità di chi le scrive. E da questo punto di vista Stefano è una garanzia. Per questo secondo lavoro si è affidato al team del Faro Studio, composto da Lucantonio Fusaro, Claudio Piperissa e Luca Ferrari: un gruppo affiatato che ha assecondato la sua visione e gli ha permesso di ottenere il suono migliore possibile. Produzione e scrittura fanno un tutt’uno, per un lotto di canzoni che suonano genuinamente Lo Fi ma allo stesso tempo limpide e pulite, con un lavoro di equilibrio tra i vari strumenti che ha saputo valorizzare tutti gli elementi in gioco.

“Echoes of Unspoken Words”, appunto. L’idea di fondo è proprio che l'essere umano comunica con tutto se stesso e che dunque anche ciò che non viene detto (aggiungerei, proprio perché non viene detto) costituisce un elemento fondamentale delle nostre interazioni con le altre persone. 

E quindi non è nient’altro che questo: un disco dalla narrativa semplice, che esprime sentimenti veri, che possono sembrare banali solo a chi non ci avesse mai riflettuto a fondo. Musicalmente più vario dell'esordio, il sophomore si muove su coordinate che ben conosciamo, senza per questo risultare banale o stucchevole. 

Prendete l’iniziale  “Declaration of Life”, melodia ariosa e apertura vocale su delicati accordi di piano: “Life will keep me safe in the end” canta in questo minuto e mezzo che funge anche da manifesto programmatico. La realtà è una cosa bella, per quanto possa fare male o paura. 

Ci sono canzoni bellissime, nella loro semplicità, come “Talk To Strangers”, impreziosita dal duetto con l'amico di sempre Alessandro Panzeri, che come Old Fashioned Lover Boy ha scritto pagine bellissime nel songbook dell'Indie Folk; qui i due si fondono insieme ed è un sodalizio veramente intenso, che va molto al di là del semplice featuring. 

“Racing Hearts”, atmosfere malinconiche ma con ritmica in leggero incalzo, che parla di godersi la vita nella sua gratuità, oppure “Fire Escape”, vecchia di dieci anni e finalmente rispolverata, delicata e con un ritornello dal sapore liberatorio, o ancora “Stay”, l’unica del disco totalmente acustica, chitarra e voce, sono tutti esempi del fatto che si possono scrivere belle canzoni anche in questo 2020, dove tutto è stato detto e dove le proposte sono fin troppe, al limite della saturazione. 

Tra le novità di questo disco c’è un certo maggior uso dell'elettronica, sempre però in modo discreto, mai invadente, come accade in “One Kiss Broke Promise”, che ha il piano come strumento principale e che suona un po’ a la The National, nell'impostazione di fondo; discorso simile per “From Afar”, che lavora sull'effettistica, vive su un ritornello decisamente riuscito e in generale rappresenta una sporadica incursione in ambito Pop. 

Colpiscono poi, in un disco prevalentemente in minore, due canzoni come “The Prisoner”, più rock oriented e “americana” nell'impostazione e “Magic of Things”, quasi filastrocca infantile da “sogni ad occhi aperti”, per usare le parole dello stesso autore. 

“Echoes of Unspoken Words” non cambierà le sorti del Folk contemporaneo ma è un buon esempio del fatto che, oltre agli scempi da denuncia penale commessi negli ultimi anni da gente come Lumineers e Mumford and Sons, il genere può ancora esprimere un suo valore intrinseco senza essere ridicolizzato o banalizzato. 


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