Il nome di Jack Antonoff è noto agli appassionati di musica per essere uno dei produttori più richiesti sul mercato, avendo collaborato con artisti di fama mondiale quali Lana Del Rey, Taylor Swift, 1975, St. Vincent, etc. Molti di meno sanno che il musicista originario del New Jersey è anche il padre padrone del progetto Bleachers, band arrivata oggi alla pubblicazione del quinto album in studio.
In Everyone For Ten Minutes, Antonoff si concentra concettualmente sul mondo dei social, sul modo in cui lui stesso viene percepito online, sulla frustrazione di mantenere legami autentici e uno spirito creativo in una società dominata dal deficit dell’attenzione, che annienta l'anima delle persone. Il produttore incanala questo disagio e il suo desiderio di superarlo nel suo lavoro più ambizioso fino ad oggi, quantunque la sua musica non riesca mai davvero a liberarsi della tendenza a rendere omaggio alle costanti fonti d’ispirazione (soprattutto Springsteen) finendo per creare soundscapes spesso deliberatamente stereotipati.
L'impegno di Antonoff nel compiere scelte stilistiche più coraggiose questa volta è decisamente ammirevole, soprattutto in contrasto con l'ultimo lavoro del suo gruppo, Bleachers del 2024, che procedeva con il pilota automatico innestato. Questo nuovo lavoro, infatti, incorpora anche elementi country, soul, gospel, shoegaze, e svariati campionamenti, che rendono l’ascolto decisamente più seducente. Lui stesso sembra molto più desideroso di mostrarsi vulnerabile rispetto a prima, è questo è decisamente un cambiamento notevole rispetto alla piacevole accessibilità che caratterizzava i suoi lavori precedenti.
Il tentativo, poi, di utilizzare un tema attualissimo come la tecnologia che sconvolge l'intimità e la veracità nelle nostre relazioni funge da intrigante cornice tematica per la sua produzione consapevole e sicura. E Antonoff fonde la tensione tra questa alchimia creativa e l'ansia incombente non solo nel suono e nel tema dell'album, ma anche nella sua estetica: Everyone For Ten Minutes prende il nome da un'impostazione di AirDrop che consente a chiunque di condividere file con altri per soli dieci minuti e la sua austera copertina in bianco e nero raffigura Antonoff, a torso nudo e con la testa rasata, curvo in preda a qualche smarrimento emotivo.
Nonostante la sua energia irrequieta, l'urgenza e l'attualità tematica, Everyone For Ten Minutes si perde in un’eccessiva serietà che si scontra con le intenzioni di fondo, e nonostante si faccia apprezzare per la volontà di uscire da una consolidata comfort zone, gran parte del tentativo di innovarsi finisce per rientrare dell’alveo delle sue affettazioni springsteeniane: l’abbondanza di coretti, gli assoli di sax, i riferimenti al New Jersey e i suoni che, spesso, mirano a incarnare un’epicità nota a tutti fan del boss. Insomma, Everyone For Ten Minutes sono i Bleachers al quadrato, un territorio familiare reso più grande e più ampio, ma non necessariamente più profondo.
Nonostante il costante riferimento alle proprie influenze, l'eclettica venatura della scrittura di Antonoff riesce talvolta a sorprendere. L'album si apre, ad esempio, con "Sideways", un inno all'amore, la cui atmosfera trasognata da stadio rock funge da àncora avvincente per l'affetto del musicista verso la sua compagna, Margaret Qualley. "The Van" rielabora e soul-pop di 2Just Don't Want to Be Lonely" dei Blue Magic, trasformandolo in un'affascinante e piacevole introduzione ai ricordi dei primi tour della band. "You And Forever", grazie al cantato da crooner e all’atmosfera sognante è una canzone che si fa ricordare a lungo dopo l’ascolto, così come "Upstairs At Els", che incorpora scintillanti sonorità new wave e la splendida "I’m Not Joking", in cui l'organo avvolgente e il delicato clavicembalo conferiscono alla melodia una qualità genuinamente soul.
Come per la maggior parte del lavoro dei Bleachers, Antonoff rimane incredibilmente tenace nel suo intento di creare album che mirano a suonare e a trasmettere un senso di grandezza, e a rileggere certe fonti d’ispirazione (Springsteen) da un’angolazione tutta sua. Insomma, i Bleachers sembrano felici di fare la musica che amano senza preoccuparsi di apparire ripetitivi o fuori fuoco rispetto agli obbiettivi che si sono prefissi.
In tal senso, Everyone For Ten Minutes, nonostante un approccio più in linea con lo spirito del tempo e una produzione su scala più ampia, resta un buon disco ma anche un’occasione mancata: formalmente impeccabile, cristallino nei suoi riferimenti musicali, ma con meno cuore di quanto ci si potrebbe aspettare da chi, non più tardi due anni fa, ha scritto una delle più belle canzoni di Natale di sempre: "Merry Christmas, Please Don’t Call". Le carte in regola per un grande disco ci sono, serve solo un po’ di coraggio in più.
