“Panther girl
Take me home
Hip to hip
Bone to bone
Evil heat
All night long”
(“Miss Lucifer”)
Gli scozzesi Primal Scream sono stati, fin dagli inizi degli anni Novanta, una delle formazioni “barometro” dell’evoluzione del rock, a partire da Screamadelica, che sancisce la fusione tra la psichedelia coltivata negli eighties da Jesus and Mary Chain (prima band del leader Bobbie Gillespie), My Bloody Valentine (Kevin Shields è architetto sonoro di molte loro canzoni in quell’epoca) e via dicendo, con la techno che impazzava nei rave di Madchester.
All’alba del 2000, con Xtrmntr l’“Urlo Primordiale” aggiorna la contaminazione ai ritmi “chimici” di tendenza, realizzando un disco pesante e compatto. Successivamente, con Evil Heat, torna a celebrare le nozze tra rock ed elettronica ma, abbandonati i ritmi danzabili e i coretti soul, propone un sound in cui risalta la mai sopita passione per Stooges e garage rock in genere. Anche l’elettronica non è più quella martellante dei dancefloor, quanto piuttosto quella notturna e metropolitana viaggiante su una linea che va dai Kraftwerk (illuminante e celebrativo lo strumentale “Autobahn 66”) ai Suicide, fino ai citati J&MC (Jim Reid è a corte del suo ex batterista come cantante in “Detroit”) e, perché no, i Soft Cell con “Some Velvet Morning” (cover electroglam di Lee Hazelwood cantata con la supermodella Kate Moss), uno degli highlight insieme alla dura “Miss Lucifer”.
Evil Heat rappresenta ancora una scelta spiazzante, la dimostrazione di una continua evoluzione artistica da parte di un gruppo solito a non dormire sugli allori. Una visione coraggiosa: in questo album mancano veri martelloni pop quali potevano essere “Loaded” o “Rocks”, e le sonorità si avvicinano e riagganciano quell’ala di pubblico affezionata ai ricordi di Joy Division, PIL e Wire, a partire dall’opener “Deep Hit of Morning Sun” fino a “Rise”, “City” e “Skull X”.
I Primal sono comunque ben distanti dalla definizione di “brit popper da discoteca”, come all’epoca erroneamente e sbrigativamente si tendeva a ridurre il lavoro del sodalizio, anche se, sia ben chiaro, i Two Lone Swordsmen, ossia i “guru” della console Andy Weatherall e Keith Tenniswood, sono sempre presenti a mixare alcune tracce, tuttavia senza spostare il baricentro dell’opera, che rimane assai poco danzabile e più secca e asciutta di quanto venisse lasciato trasparire nelle recensioni del periodo.
Sicuramente un’altra sorpresa che alza il valore del lavoro analizzato con il passare del tempo è la partecipazione di sua maestà Robert Plant in “The Lord Is My Shotgun”, un pezzo lontano dal mondo zeppeliniano, ma spettacolarizzato dall’armonica dell’ospite speciale, uno dei tanti lampi in un disco che è un continuo temporale sonoro, frenetico, eppure talmente piacevole che in un attimo si arriva ai titoli di coda con “A Scanner Darkly” e la breve e sorprendente “Space Blues #2”, invenzione di quel “geniaccio maledetto” mai dimenticato di nome Martin Duffy (deceduto nel 2022).
Utilizzando proprio le parole di Bobby Gillespie, Evil Heat si potrebbe definire “un album di rock ‘n’ roll futuristico di una garage band elettronica”. Una band che, persi nel tempo Robert Young e Gary “Many” Mounfield (poi purtroppo scomparsi rispettivamente nel 2014 e 2025), infine separatasi dal batterista Darrin Mooney, annovera in formazione solo lo stesso Gillespie e lo storico chitarrista Andrew Innes, ma continua tuttora, dopo alcuni momenti difficili e il punto più basso toccato con Chaosmosis, a stupire con il suo sound ispirato e godereccio, come evidenziato dal loro ultimo, bellissimo Come Ahead.
