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REVIEWSLE RECENSIONI
13/02/2026
Kid Kapichi
Fearless Nature
Hai paura della tua natura impavida? E se il tuo essere impavido non fosse sufficiente e la vulnerabilità più oscura si facesse troppo largo tra le crepe, come gestiresti tutta quella confusione e paranoia? I Kid Kapichi hanno cercato di raccontare il loro punto di vista a riguardo con un disco personale e oscuro, ma non per questo meno convincente.

 “Ho sempre cercato ispirazione all'esterno. Le notizie. Gli affari mondiali. Quello che succede nelle nostre comunità locali e l'atmosfera che si respira, ma questo album è stato molto più introspettivo e mi ha portato a guardare il mio riflesso mentre guardo fuori dalla finestra, piuttosto che quello che c'è dall'altra parte” (Jack Wilson su Fearless Nature

 

Hai paura della tua natura impavida?” (“Stainless Steel”) 

 

 

Dei Kid Kapichi avevamo già parlato nel 2024 per l’uscita del precedente album, There Goes The Neighbourhood, una band di amici legati da un’amicizia fraterna che da dieci anni raccontano a colpi di punk, alternative e brit rock il mondo sociale e politico (inglese e non solo) dal loro speciale punto di osservazione, la piccola e orgogliosa cittadina di Hastings, nell’East Sussex. Nel corso di due anni molte cose sono cambiate su diversi fronti, ma, nonostante gli svariati sconvolgimenti, i Kid Kapichi si dimostrano un raro e bell’esempio di coerenza e lealtà, nella sfera amicale, professionale e artistica. 

Tutto inizia a crollare contemporaneamente un anno e mezzo fa, nel bel mezzo del tour del precedente disco: Jack Wilson, voce e chitarra della band, vede finire la sua relazione durata otto anni, deve gestire la decisione del chitarrista Ben Beetham e del batterista George Macdonald di abbandonare la band, si rende conto che il tipo di musica che stavano creando negli ultimi tempi non lo rispecchiava più e la sua salute mentale inizia a sgretolarsi, lasciandolo in preda a una brutta depressione, una profonda confusione mentale e una serie di domande esistenziali aperte, del tipo che se da quanto hai finito scuola, da quindici anni a questa parte, sei e hai sempre saputo di essere solo il frontman della tua band, se non avessi più nemmeno quello, chi saresti? 

 

Una simile situazione non si risolve e non si supera in pochi giorni e la creazione dell’album stesso è stata un’occasione di terapia, personale e di gruppo, perché se abbiamo definito i Kid Kapichi amici fraterni è perché non hanno rinunciato a supportarsi nemmeno quando hanno deciso di separarsi. Ben e George si sono resi conto che non riuscivano a vedersi più impegnati al 100% nella band, aspettative e priorità iniziavano a essere differenti, così hanno deciso di proseguire verso direzioni diverse, lasciando liberi chi invece continuava a investire tutto nel progetto.

Un’esigenza che è nata durante le fasi di scrittura dello stesso Fearless Nature, che, nonostante sia presentato come l’album del duo residuo (il cantante Jack Wilson e il bassista Eddie Lewis) e il contenuto confermi una svolta stilistica abbastanza marcata, è stato in realtà scritto, prodotto e registrato dai quattro membri originali prima dell’abbandono definitivo. La canzone “Patience”, ad esempio, è stata scritta prima ancora che si discutesse della separazione, ma ha messo in luce l'elefante nella stanza. Esemplificativo il ricordo che Jack racconta a Kerrang in merito: “Ora ripenso a noi due seduti in una stanza a cantarci a vicenda quel testo - ‘Ho questa sensazione nelle ossa, qualcosa che mi dice che è ora di andare’ - e penso: ‘Oh, cazzo, sì, ovviamente!’”.  

Una volta capito che quelle sarebbero state le ultime canzoni che avrebbero scritto come quartetto, invece di realizzare un ultimo album che spremeva fino in fondo ciò che era già stato spremuto abbondantemente con il precedente, hanno collaborato alla realizzazione del nuovo corso: Jack, invece di scrivere solo assieme a Ben, ha iniziato a collaborare a stretto contatto con Eddie, modificando la rodata dinamica che proseguiva da anni e creando così canzoni e suoni che altrimenti non sarebbero mai nati; mentre Ben, invece di defilarsi completamente, è stato più coinvolto che mai nella produzione, finendo per co-produrre il disco assieme a Mike Horner – un cambio di ruolo che è piaciuto talmente da far dire a Jack e Eddie che se Ben volesse rifarlo in futuro, con loro avrebbe la porta aperta.

Il suono dei Kid Kapichi, tra nuove sperimentazioni e processo di rielaborazione personale, è così diventato molto più cupo e oscuro, abbracciando toni post punk e afflati che, invece di guardare a Libertines, Clash e Specials come nel precedente, innestano atmosfere e soluzioni che fanno l’occhiolino a Gorillaz, Fontaines D.C., David Bowie e Big Special. 

 

Lento, riflessivo, crepuscolare, a tratti paranoico. La consueta sfrontatezza dei Kid Kapichi lascia spazio alla vulnerabilità più onesta e Fearless Nature, al primo ascolto, più che conquistare lascia un po’ sbigottiti. Poi però gli ascolti si sommano, le prime impressioni lasciano spazio e tempo al disco di crescere, evolversi, mettere radici e le canzoni cambiano, sbocciando in sfumature, colori e significati che rivelano la vera bellezza del disco. Fearless Nature è un album maturo e consapevole, che inaugura un nuovo inizio senza rinnegare in alcun modo il passato, da cui prende forza per poter scrivere un nuovo capitolo della storia della band. Un disco che è un ponte: descrive un periodo di passaggio, mentre ora i ragazzi sono ormai dall’altra parte, pronti a guardare con gratitudine quanto hanno alle spalle, con riconoscenza gli insegnamenti imparati dalla tempesta appena attraversata e con curiosità quello che potrebbe delinearsi dinnanzi a loro. 

Dal nuovo lato del ponte troviamo assieme a loro anche la nuova formazione, che vede l’ingresso di Lee Martin e Miles Gill (già amici della band) al posto di Ben e George; già attivi in sede live, Lee e Miles diverranno ufficiali non appena prenderanno parte alla realizzazione del nuovo album (che immaginiamo possa venire realizzato entro i prossimi due anni), divertendosi nel frattempo a portare nuove energie sul palco sia ai fan sia a Jack ed Eddie. 

 

"L'album non avrebbe potuto essere altro, perché era tutto ciò che provavo. A volte entravo in studio, scrivevo e uscivo senza nemmeno ricordare cosa avessi detto o fatto. Ero in uno stato di confusione totale. Quando abbiamo finito di registrare, è stato quasi come ascoltarlo per la prima volta. Ora lo riascolto e sento ancora cose che sembrano scritte da qualcun altro, perché in un certo senso è così. Ogni canzone esplora quei sentimenti in modo diverso, ponendo una domanda che mi ponevo spesso: 'Sei tu a controllare il tuo cervello o è il tuo cervello a controllare te?’” (Jack Wilson a Kerrang) 

 

L’avventura nei meandri di una psiche sotto stress (che rispecchia però, meglio di quanto avrebbe voluto, anche una situazione psicotica di livello mondiale) inizia con “Leader Of The Free World”, un brano che da un lato fa esplicito riferimento ad alcuni dei folli capi di stato che popolano oggigiorno le nostre nazioni (non troppo velato il riferimento al mandato di Trump con il verso “a quanto pare il primo era meglio del sequel!”), dall’altro testimonia la confusa frammentazione della situazione odierna, trovando forza in quello che diviene un monologo spezzettato ma denso di affermazioni e domande ficcanti, dove il nonsense che si può leggere nella sfera pubblica fa da contraltare alla perdita di controllo della propria sfera privata. Una confusione che diventa più adrenalinica e concitata nella successiva “Intervention” che, dopo lo stacco con l’apertura, crea un maggiore richiamo con il sound precedente della band, riflettendo sul tema della reputazione e del posto che ognuno ha nella società e nella vita. La struttura a slogan prosegue nei versi di “Shoe Size”, dove la vulnerabilità abbraccia l’industrial e la malinconia si intreccia alla superficialità delle dinamiche delle prime uscite in un periodo personale di post-rottura.

“Stainless Steel”, tra i singoli dell’album, è una delle migliori canzoni del lotto sia sul piano musicale che su quello dei testi; cupa e ricca di suggestioni, capace di descrivere bene gli aspetti più personali che sono stati messi in campo, sintetizzati nella dolorosa affermazione “non sono fatto di acciaio inossidabile, sono fatto di sangue, sono fatto di ossa” e in un groove che rimane addosso per giorni, grazie al bel lavoro di basso messo in campo da Eddie Lewis. Con la successiva “Worst Kept Secret” si fa l’occhiolino ai Kasabian e si prosegue nell’approfondimento del sentimento di paura e insicurezza, dove il punk incontra la melodia tingendosi di tinte sempre più scure, fatte di dolore e rabbia trattenuta.

La sensazione di oppressione sale pericolosamente di livello con la seguente “Dark Days Are Coming”, dove il sentimento preponderante è decisamente la paranoia strisciante, claustrofobica, quella che ci si sente addosso quando ci si guarda spesso alle spalle perché ci si sente seguiti, ed è una perfetta rappresentazione di come la nostra mente vive i pensieri intrusivi e di come il nostro equilibrio psicofisico in quei momenti sia in preda ad un barcollare sinistro; un loop ipnotico che fa presagire l’abisso vicino senza concedersi la liberazione della caduta.

 

Si risale in superficie con “Patience”, che apre la seconda parte del disco con una giocosità apparente, dove l’oscurità non è scomparsa ma si nota nei chiaroscuri della canzone, dove malinconia e rassegnazione fanno capolino mascherate da un sorriso accennato e un indie punk dai vivaci colori pastello fa presagire il cambio di rotta che attende alla fine dell’avventura; la consapevolezza prima del cambiamento. “If You’ve Got Legs” è una delle preferite di Jack Wilson e affascina con il suo leggero psych rock che rende molto bene sia nella versione su disco che in quella acustica, riproposta in alcuni live di presentazione del nuovo lavoro; un invito all’azione a seguito delle delusioni d’amore e delle rotture che non può che essere un utile monito a scrollarsi di dosso le ultime paure e fare il nuovo passo che si è consapevoli di dover fare.

L’irrequietezza torna con la bella “Head Right” dai toni insinuanti, a testimonianza del fatto che nei periodi di stress e tensione talvolta si pensa di essere vicino all’uscita dal tunnel, ma si erano calcolate male le distanze, e ci si ritrova addosso una nuova nottata a base di pensieri paranoici che si avvolgono in spirali e geometrie toroidali. “Saviour” è una ballata straziante e agrodolce, che sottolinea l’importanza delle persone e delle relazioni nella nostra vita ed evidenzia il vuoto che possono lasciare quanto non ci sono più, e arriva giusto prima della fine, incarnata da “Rabbit Hole”. Una tana del Bianconiglio dove la fine è un modo gentile per far capire come talvolta tutto vada ribaltato e si abbia voglia di ripercorrerla dall’inizio in cerca di un finale diverso, ma è anche una delicata dedica al futuro, dove le battaglie esistenziali non sono ancora risolte, ma con un mezzo sorriso nostalgico ci si ricorda di goderci il tempo che abbiamo e nel modo che ci è dato, perché nessuno uscirà vivo da qui (ce lo fa presente anche “Stainless Steel”: “It could be b?tter, it could be worse, But wh?n your time's done, we all end up as food for the worms”).

Ottimisti nonostante il dolore passato e in parte ancora sotteso, i Kid Kapichi trovano la forza nelle proprie radici, certi che se il viaggio non si è ancora concluso, tanto vale fare il proprio meglio per goderselo. Se ognuno di noi è un processo in costante evoluzione, ad un certo punto, perse le certezze sfrontate e superata la sofferenza più acuta, rimane anzitutto la curiosità di vedere dove si potrà arrivare e chi si potrà riuscire a diventare, perché in fondo, se non c’è nulla di scritto, il bello sta nella libertà di potersi godere tutto quello che si può riuscire a essere. I Kid Kapichi non l’hanno ancora scoperto, chi saranno dopo questo turning point, ma non vedono l’ora di scoprirlo insieme.