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REVIEWSLE RECENSIONI
22/05/2026
Kneecap
Fenian
La sinistra riparta dai Kneecap.

La celebre chiusura di Pietro Calamandrei, il verso “ora e sempre resistenza”, quelle amare parole cadenzate da una metrica così perfetta da consacrarsi insostituibili per la riuscita dei cori all’unisono di certe manifestazioni di piazza, calza a pennello anche per chi deve raccontare chi sono i Fenian. Nel III secolo impavidi difensori dei territori irlandesi, nell’Ottocento carbonari cospiratori per il rovesciamento del dominio britannico, da allora paladini dell’indipendenza da Londra e dell’unificazione repubblicana tra Belfast e Dublino. Un termine i cui paradigmi, ai tempi dello svilimento della politica, sono stati riprofilati secondo una connotazione dispregiativa che ha declassato l’epiteto in modo da mettere alla berlina chi si batte, o anche solo spera, nell’autodeterminazione di un popolo unito e libero. Un insulto con cui liquidare un bifolco nostalgico, un persecutore stupidamente tenace (e per questo anche un illuso) di un’utopia. 

Da qualche giorno Fenian è anche il titolo del secondo album dei Kneecap, band che ha fatto parlare di sé soprattutto per motivi che (sempre ai tempi dello svilimento della politica) all’opinione pubblica risultano purtroppo solo collaterali alla musica. I Kneecap accusati di terrorismo per aver sventolato sul palco la bandiera di Hezbollah sono un’espressione di internazionalismo sano che, paradossalmente, proviene da una comunità che parla una lingua - il gaelico - che capiscono in quattro gatti. Io un po’ l’ho presa sul personale, considerato che da noi fanno polemica persino i colori della Palestina ai cortei e che, per trovare qualcosa di vagamente simile, dobbiamo tirare in ballo la questione della P38.

Alla fine, però, è un cerchio che si chiude, se pensate che Fenian è uscito a ridosso della ricorrenza dell’Easter Rising, i moti insurrezionali del 1916 a opera dei repubblicani irlandesi, poi soffocati nel sangue dall’Impero Britannico. Un lasso di tempo che coincide con la nostra vera settimana santa, quella che va dal 25 aprile al primo maggio, giornate per noi dense di storia laica, di volontà di liberazione, di aspirazioni democratiche e di tiranni giustamente vilipesi anche da cadaveri. 

 

Fenian è il seguito di un esordio sofferto ma fortunato che si preannuncia molto più di una conferma. Da un punto di vista strettamente musicale, il lavoro dietro le quinte di Dan Carey, con il suo tocco da Re Mida (anche se da quelle parti, con i riferimenti alla monarchia, bisogna andarci piano) della nuova British (e Irish) Invasion, conferisce al suono dei Kneecap una personalità più matura e articolata, a tratti addirittura gradevole e piacevolmente complessa, con trovate che mettono in salvo la band dalle cadute, sempre dietro l’angolo, nelle facilonerie tipiche del genere professato. 

Il nuovo album è invece intelligentemente confezionato e permeato di tinte electro decisamente cupe, contaminazioni con il trip-hop, incursioni nella techno, nei suoni acid degli anni novanta e nel grime. Tra i solchi della tracklist troviamo persino l’immancabile punk-funk, qualche ammiccamento jungle, i flow senza speranza sulle timbriche più industrial e quella cornice da rave che non guasta mai e che si conferma un tratto distintivo della band. 

Un’evoluzione che condiziona fortemente anche la componente erroneamente relegata ai margini della musica in sé e intorno alla quale si animano le discussioni fortunatamente destinate a una sterilità senza ritorno. Realizzato a valle della cancellazione del tour negli USA, delle critiche sulle loro posizioni da parte dell’establishment britannico, del primo ministro in persona e della premiazione della biopic a loro dedicata in alcune rassegne cinematografiche, a partire dal Sundance e dal BAFTA, Fenian non solo si compone degli spunti frutto dell’intensa attenzione mediatica nei confronti del gruppo, ma trasmette sia la potenza che si è alimentata grazie alle vicende di cui si sono resi protagonisti sia la capacità di controllo delle conseguenze che i messaggi contenuti nelle canzoni sono in grado di sprigionare. 

Un disco di elevata consapevolezza, in cui al centro pulsa un cuore al tempo stesso musicale, militante e politico, articolato e declinato in una dozzina di tracce e di altrettanti temi. Un’opera tutt’altro che neutra, dal peso storico e politico enorme che - nel solco della tradizione del rap - riqualifica in orgoglio gli orpelli di una condizione di minoranza, di oppressione e di spirito di rivalsa e di riappropriazione, e ve lo sottoscrive un esponente di una cultura che di aspirazioni underdog - purtroppo - è cintura nera (in tutti i sensi).

 

La sequenza dei brani di Fenian e il climax lungo il quale l’album si sviluppa contribuiscono a una pagina da manuale di produzione musicale, una best practice, una vera eccellenza nel saper giocare con le emozioni degli ascoltatori. C’è una prima parte del disco in cui si avvicendano i brani più violenti e provocatori, i testi beffardi, gli anatemi rap contro il sistema, l’ordine precostituito e i suoi meccanismi repressivi e, ovviamente, le istituzioni del Regno Unito. Nei bassi profondi, nei pattern trap come revamping attualizzata del big beat, nei sinuosi loop electro-dark degni dei più riusciti album di Tricky e nelle pulsazioni delle casse dritte si passa dai club alle aule del tribunale, uno spettacolo multicanale senza soluzione di continuità, con la rabbia e il clamore che si alimentano dell’energia creativa. In questo emisfero del disco, “Palestine” aspira a farsi portavoce del trait d’union tra le oppressioni e le disperazioni nello spazio e nel tempo. Il featuring del rapper palestinese Fawzi contribuisce a uno degli episodi più intensi e diretti dell’opera, complice la babele tra irlandese, inglese e arabo che mette in relazione i colonialismi irrisolti attraverso secoli di tragedie globali.

Sono trascorsi solo sei brani, compresa la title-track, ed ecco una canzone che cambia completamente il corso di Fenian. Dalla strepitosa “Big Bad Mo” in poi, i BPM non fanno una piega ma i toni si prospettano decisamente più allarmanti. Nonostante la paranoia, i richiami alle dipendenze e la dichiarata fame di diserzione, emergono crepe emotive che rendono l’opera meno intransigente, proprio quando tra i solchi cresce la smania di sperimentazione. La tensione sembra spostare il target e la pressione percepita non lascia più scampo. L’atmosfera si satura della drum’n’bass di “Headcase”, della disco no-wave di “An Ra” e di “Gael Phonics”, dei freddi echi Kraftwerk di “Cold at The Top” in contrasto con i gravidi arrangiamenti trip-hop di “Occupied 6” e di “Cocaine Hill”, in cui fa capolino addirittura una chitarra elettrica. Fino alla sofferta chiusura, l’addio di “Irish Goodbye”, un inno al lutto e alla perdita in collaborazione con Kae Tempest (pienamente all’altezza del ruolo), in cui, senza provocazione, si mostra il lato più vulnerabile e scoperto di Mo Chara, Moglaí Bap e DJ Provai.

In Fenian non c’è una briciola in meno di attivismo rispetto al precedente Fine Art, e non sono certo i passaggi derivanti dall’esperienza personale a penalizzarne la carica sovversiva. L’evoluzione compositiva e i tratti più maturi designano i Kneecap a portavoce più autorevoli degli oppressi del nostro tempo, anche se è ancora presto per avere la prova di rimando che ne siano effettivamente all’altezza. Ne risulta un’opera comunque dal linguaggio potente, un album di urgente attualità.