La sera d'autunno romano comincia a pungere ma la temperatura è ancora amichevole. La stagione brunita è perfetta per gli artisti sul palco di questa sera, pensierosi, eleganti, ponderati. Non potrebbe appaiarsi meglio con l'apertura della trentenne Angela Autumn, "nomen omen" e vera all-American Gal nella sua personale ricerca nel folk extraurbano, girovago tra il cantautorato della Grande Depressione e gli accenti Country, seppur in sordina. Come la natura che perde foglie, le note ingiallite contengono sguardi verso il passato, verso la caducità ("Mountain Stream"), ma l'intento è sempre sperare nella rigenerazione ("I Don't Think About You at All").
Presenta anche il suo nuovo album Believer con una voce volutamente immatura e imperfetta, con frasi spesso chiuse con un ricciolo che ricorda il "lilt" irlandese e lo "yodel" (sicuramente importati nel Nuovo Continente da cantautori migranti primordiali). Nonostante le basi ben piantate nella tradizione, Angela trasmette sempre una vibrazione anarchica e originale, garbatamente dissonante e innovativa. E' timida ma mai impacciata, canta per se stessa ma è felice di condividere con noi l'aria pacata di questa serata.
Fink è un invito in un caldo, accogliente salotto britannico, ospitato dai tre amici Fin (Greenall), Tim (Thornton) seduto alla batteria ma pronto a raccogliere la chitarra, e Guy (Whittaker) che con un basso semiacustico stupendo alza la temperatura quanto un caminetto. Il trio si allarga con una seconda batteria, capitanata dal nederlandese Nicky Hustinx, già accompagnatore di raffinati artisti quali Kovacs e Katie Melua, e dal violino di Charlotte Schnurr, figura ben presente nei crediti dell'album in evidenza stasera, cioè The City Is Coming to Erase It All.
Fink parte da lontano, indietreggia vent'anni e ci riporta ai tempi di Distance and Time (altro nome azzeccatissimo, quindi) con la familiare "This Is the Thing", nemmeno a farlo apposta che racconta di foglie e amori caduti. E' la pietra miliare del cambiamento di stile iniziato poco prima, quando Fin lasciò l'elettronica e il Disc Jockeying (ma mai ha dimenticato alcuni dei suoi ritmi essenziali) a favore del suo iconico folk introspettivo, viscerale e vellutatamente energico.
Il salto in avanti di due decadi dura quattro pezzi e dimostra la maturazione verso narrative più tradizionali. Fink discorre con voce inconfondibile, non solo con la sua chitarra altrettanto suadente, ma con tutti i suoi compagni di viaggio. Proprio il vagare tra momenti memorabili e l'impossibilità di trattenerli, di ripeterli a piacere, sembra essere il tema delle sue produzioni recenti. In particolare, "Memorise Your Senses" invita a fare tesoro delle sensazioni più preziose ma le percussioni sono un treno, o un galoppo, che ci porta già altrove per dovere. Le spazzole di Thornton qui cantano un mantra.
"Resurgam", dal LP omonimo, evidenzia bene quanto dieci anni fa la sua ricerca sonora fosse più sperimentale ed ancora legata ad una sfera elettronica. Apprezziamo tutti, giudicando dai commenti, le variazioni sul tema che il quintetto ci offre praticamente su ogni pezzo, per me il vero indice della bontà di una sessione dal vivo. Infatti, anche nei pezzi che utilizzano più suoni "sintetici" e/o atmosfere sperimentali nella loro versione originale, Fink mantiene una variazione coerente lungo tutta la serata, appunto verso un carattere più acustico, forse più prevedibile ma ben ricercato e bilanciato. Esempio perfetto è il bis con "Looking Too Closely", meno esplosiva ma che tocca l'intimo. Ecco, sono saltato già al finale! Colpa del legame forte che ho con quel brano, che mi ha sempre aiutato a uscire dalle emozioni negative. E' magico e lo è stato anche stasera.
Continua una altalena di sonorità più e meno recenti. "What Would You Call Yourself" ci punge con domande epiche e cattura l'attenzione silenziosa. Musicalmente è un ponte tra le spinte pop al centro della carriera di Greenall (che ricordo ha alle spalle collaborazioni luminose con nomi luminosi come Ryuichi Sakamoto, Elbow, Amy Winehouse e più recentemente John Legend. Per non parlare della stima dei Radiohead) e il cantautorato che prende piede. Ci sono anche la stregante "We Watch The Stars", per riprendere cla repuscolare sensazione di malinconico benessere, e la molto più gotica e originalissima "Warm Shadow", forse la firma più autorevole nell'intero repertorio.
L'acustica sempre a punto del piccolo e felice palco del Monk aiuta ad apprezzare fino all'ultima nota, battuta, passaggio d'archetto di un gruppo di musicisti di rara maturità (ma immaturi lo sono mai stati?). Sempre coinvolti e coinvolgenti, quell'ascolto nel comodo salotto è diventato un regalo generoso di sensibilità e talento, fino ad aprire un colloquio che ci ha fatto rivalutare ricordi e aspirazioni personali. Sempre con grande garbo e tatto.
Grazie Signor Greenall e compagni, e arrivederci.
SCALETTA E ALBUM
1 This Is the Thing - Distance and Time (2007)
2 Wishing for Blue Sky - The City Is Coming to Erase It All (2026)
3 Memorise Your Senses- The City Is Coming to Erase It All (2026)
4 Two Magpies - The City Is Coming to Erase It All (2026)
5 I Buried All the Answers - The City Is Coming to Erase It All (2026)
6 Resurgam - Resurgam (2017)
7 We Watch the Stars - Bloom Innocent (2019)
8 What Would You Call Yourself - Beauty in Your Wake (2024)
9 Warm Shadow - Perfect Darkness (2011)
10 Perfect Darkness - Perfect Darkness (2011)
11 Not Everything Was Better in the Past - Resurgam (2017)
12 (bis) Looking Too Closely - Hard Believer (2014)
Le fotografie della serata, a cura di Matteo Nasi
Fink















Angela Autumn


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