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MAKING MOVIESAL CINEMA
22/09/2017
Marti Noxon
Fino all'osso
Fino all’osso riesce così a far parlare di sé non solo per il tema che tratta, non solo per l'impressionante trasformazione fisica della sua protagonista, ma anche e solo per com'è fatto, per il suo lato tecnico, per la sua gestazione.

Quando si fa un film su un argomento scomodo, stai sicuro che si parlerà più di quell'argomento scomodo che di come viene trattato.

È la dura legge del cinema, è quello che ha fatto conquistare premi e Oscar a film magari non eccelsi dal punto di vista tecnico, ma che avevano la forza, il coraggio, e diciamo pure la ruffianaggine, di parlare di temi spinosi, scomodi, appunto.

Poi ci sono film che quell'argomento cercano di trattarlo con una leggerezza che non ti aspetti, che un po' spaventa, e che per questo fa parlare.

Film come Fino all’osso, che a un impianto da film indie, più drammatico del solito, cerca di mostrare la vita da anoressica.

No, non aspettatevi vomito, corse in bagno, o altro, l'anoressia qui mostrata è quella ormai prossima alla morte, con la protagonista a un passo dal sondino forzato per nutrirla.

Ellen non mangia, semplicemente mastica e sputa, corre e fa addominali per smaltire le poche calorie ingerite, quelle che sa calcolare con precisione al grammo per ogni alimento sul suo piatto.

Ellen è un'artista: con i suoi disegni che raccontano quello che è, ha distrutto una vita.

Ellen ha una famiglia che cerca di aiutarla, ma che è più impegnata a risolvere altri problemi, a vedere anche lei come un problema, per aiutarla davvero.

L'ultima spiaggia, è il dottor Beckham. Metodo sperimentale, il suo, metodo d'urto.

Una casa, in cui giovani affetti da anoressia e bulimia convivono, pasti comuni senza forzature, terapia di gruppo e un sistema a punti per incentivarli a tornare sulla retta via.

Lì, Ellen, fatica ad inserirsi, ma qualcosa già cambia. Sarà per il buon Luke che l'aiuta, sarà per un medico che l'ascolta e capisce i problemi di una famiglia disfunzionale, sarà per compagne di stanza come lei.

Ma continua a dimagrire, Ellen, continua a vedere le sue braccia troppo grosse.

Il rischio, in film simili, è anche l'emulazione

Questo si è imputato a Netflix, che dopo l'intenso e altrettanto spinoso 13 Reasons Why, affronta un altro tema ad alto rischio.

Ma, onestamente, queste paure sono infondate.

O almeno, dal mio punto di vista, mostrare un lato a tratti più leggero della malattia, in realtà semplicemente più vero, aiuta più che mette in pericolo.

La si mostra in tutta la sua bruttezza, Lily Collins, che sotto strati di vestiti non ha nulla di salutare, di sensuale, di bello.

Il finale sospeso, poi, dimostra come certi problemi vadano risolti a livello mentale e psicologico, da soli ma dopo un percorso, che è così solo all'inizio.

Aiutano allora le musiche indie, le scene da videoclip, pure quell'amore improbabile e forse troppo repentino, la regia pulita e fresca; aiutano gli attori, in parte - pure quel Keanu Reeves che continua nella scelta di ruoli chiave, pur marginali -  aiutano a dare una patina più attuale a una malattia che continua a mietere vittime.

Fino all’osso riesce così a far parlare di sé non solo per il tema che tratta, non solo per l'impressionante trasformazione fisica della sua protagonista, ma anche e solo per com'è fatto, per il suo lato tecnico, per la sua gestazione.