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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
03/02/2026
Live Report
Flavio Giurato, 02/02/2026, Arci Bellezza, Milano
Flavio Giurato non è per tutti, ma chi lo ama sà che le sue canzoni sgorgano direttamente dall'anima. La fotografia perfetta di un artista vero, incurante delle mode, deciso a perseguire la propria visione del mondo e della musica, fregandosene totalmente del consenso. Lo accogliamo al Bellezza e questo è il racconto della serata.

Credo che per una volta sia necessario uscire dalla retorica (che io stesso ho più volte utilizzato, lo ammetto) del "In un mondo normale l'artista X sarebbe famosissimo ma alla gente piace solo la Trap" (il genere o il nome mainstream del secondo termine di paragone varia a seconda dei tempi e delle circostanze). Flavio Giurato "famoso" non ha mai voluto diventarlo e, soprattutto,  la sua proposta non ha nulla per poter piacere a un pubblico più vasto di quello, comunque fedele e appassionato, che da anni lo segue.

Oddio, probabilmente coi primi due lavori, Per futili motivi e Il tuffatore, quella strada poteva anche essere percorribile: incideva per una major e qualche brano con le potenzialità per diventare un caposaldo della tradizione cantautorale, ce l'aveva pure.

Da Marco Polo in avanti è cambiato tutto: nessun riguardo per la forma canzone, per la melodia catchy, per l'accessibilità. L'artista romano ha iniziato a fare dischi come voleva lui, senza alcun riguardo a considerazioni ulteriori. Ne sono usciti lavori splendidi ma, perdonatemi lo snobismo, per pochi eletti.

 

Quindi per una volta non è il pubblico ad essere disattento, perché la maggior parte degli ascoltatori italiani, oggi, non possiede né i mezzi né la pazienza per arrivare a cogliere il valore di queste composizioni. C'entra, in parte, la nostra scarsa predisposizione verso tutto ciò che non sia orecchiabile e senza pretese, ma c'entra soprattutto il desiderio di Giurato di auto preservarsi, di rimanere fedele alle proprie istanze artistiche senza diventare un semplice ingranaggio della macchina, come lui stesso dice di aver detto a Lucio Corsi, mettendolo in guardia da questo rischio subito dopo il suo exploit sanremese.

E poi c'è la tempistica tra un disco e l'altro, un ulteriore esempio di questo voler fare per forza le cose a modo proprio, a dare notizie di sé solo quando si ha qualcosa di veramente urgente da dire: 7  dischi in quasi 50 anni, con addirittura uno iato di 23 tra Marco Polo e Il manuale del cantautore, dicono davvero di un percorso guidato unicamente dalla libertà artistica, senza nessuna mediazione.

 

Il console generale (un possibile richiamo alla professione diplomatica del padre, che ha portato lo stesso Flavio a girare parecchio a seguito del genitore) arriva 8 anni dopo il meraviglioso Le promesse del mondo, che è stato forse il suo capolavoro definitivo (sicuramente mi era apparso così quando lo avevo recensito, ma a riascoltarlo oggi non ha perso nulla del suo fascino). Questo si muove più o meno sulla stessa falsariga; leggermente meno ispirato ma sempre lucidissimo e potente nella sua forma comunicativa, con canzoni che sgorgano direttamente dall'anima dell'autore, flusso di coscienza che ha pochi riguardi per rifiniture o accorgimenti stilistici.

Lo accogliamo all'Arci Bellezza, sede prescelta della data milanese di un tour che per ora conta solo sette concerti, anche se ben distribuiti lungo tutta la penisola.

Con lui ci sono Mattia Candeloro (chitarra) e Federico Zanetti (basso), che lo accompagnano da parecchio tempo, mentre il batterista Fabrizio Campomori è subentrato più recentemente.

 

La prima parte è interamente dedicata al nuovo disco, suonato in ordine di tracklist: si apre con le melodie soffuse di “Intrepid Cosmonaut”, suonata in solitaria con la chitarra acustica, che sfocia in modo naturale nella meravigliosa “Thaiti Tamurè”, toccante ballata sul tema dell'Olocausto che, come lui stesso ha dichiarato in alcune interviste, è tanto più necessaria ora, in un momento storico in cui i crimini di Israele tendono ad imporre una irrazionale rimozione su un episodio che, secondo lo stesso autore, se dimenticato rischierebbe di potersi ripetere.

Qui entra anche la band, che propone un accompagnamento delicato, quasi in punta di piedi, senza introdurre chissà quali arrangiamenti, semplicemente al servizio della chitarra e della voce di Flavio, sgraziata ma allo stesso tempo straordinariamente espressiva.

“La prossima liberazione”, che racconta di nuovo il tema della Resistenza a lui così caro, è ugualmente delicata e sospesa, anche se nella seconda parte la batteria accelera il ritmo, preparando alla spinta e all'energia degli episodi noir di “Laura e il Cubano” e “Atene 4”.

“Il console generale” beneficia di un'esecuzione ispiratissima mentre le ultime due tracce, “Ricarica” e “Caravan”, sono un po' più pasticciati, anche perché risentono del carattere eclettico e in parte scherzoso che ne ammanta le versioni originali. Sono quei momenti in cui Giurato si lancia nei suoi monologhi fiume e nelle sue strampalate visioni, con la musica che reitera all'infinito due accordi in croce e linee vocali basilari e salmodianti. Fanno ormai da tempo parte del suo modo di scrivere ed è innegabile che costituiscano parte del suo fascino ma anche della sua difficoltà.

 

La seconda parte vede una selezione di classici senza sorprese, da “Centocelle” a “Marco e Monica”, da “Mauro” a “Il rondone”, passando per “La scomparsa di Majorana” (con la band che improvvisa e varia molto, in un finale piuttosto avanguardistico e rumoroso) e “Ponte Salario”, in una versione decisamente toccante.

In chiusura, “Marcia nuziale”, uno dei suoi brani in assoluto più amati, viene un po' pasticciato dal fatto che Flavio non si ricordasse benissimo la struttura (questo ha dato il la ad un'interazione molto divertente con i suoi compagni d'avventura) ma nel complesso gode di una resa accettabile, valorizzata dal singalong entusiasta di un pubblico non numerosissimo ma molto partecipe.

Immancabili i bis, con la solita introduzione in inglese a “Marco Polo” e una insolita esecuzione a cappella de “Il tuffatore”, che ha forse lasciato un po' l'amaro in bocca a chi avrebbe desiderato sentirla suonata con tutti i crismi.

 

Flavio Giurato dal vivo è imperfetto, talvolta grezzo, ma sempre straordinariamente emozionante. Il concerto milanese è stata la fotografia perfetta di un artista vero, incurante delle mode, deciso a perseguire la propria visione del mondo e della musica, fregandosene totalmente del consenso.

Non per tutti, abbiamo detto. Ma non è obbligatorio che tutta l'arte lo sia.