C’è un pezzo, quasi alla fine del disco, che s'intitola “Viva l'unplugged” e che esordisce con una dichiarazione significativa: “Le chitarre elettriche servono solo a coprire il brusio”. Inizia come una ballata acustica (appunto) ma poi entrano in gioco i suoi compagni d'avventura, un po' caciaroni, un po' spensierati, e la trasformano in un Blues cadenzato ad alto tasso ludico, compreso un ritornello che sembra fatto apposta per montare in piedi un po' di casino.
Folk Caverna, il secondo album di Jim Mannez, al secolo Andrea Manenti, ex Madre degli Orfani e personaggio chiave di tutta quella scena bergamasca che abbiamo imparato a conoscere soprattutto grazie a Carlo Pinchetti e ai suoi Lowinsky, sembra proprio essere un tributo alla musica in quanto veicolo di gioia e di comunione, stare insieme con i propri amici e condividere momenti significativi, senza affermare nient'altro che la bellezza dell'esistere, in tutta la sua semplicità.
La copertina è già di per sé significativa, con quel disegno dai tratti infantili di tre musicisti (uno è lo stesso Andrea, gli altri due potrebbero essere alcuni di quelli che suonano su queste canzoni) in mezzo ad un paesaggio bucolico un po' da grandi praterie, che mette anche nel vivo di quelle che sono le atmosfere e in generale l'immaginario di questo lavoro.
A tre anni di distanza dall'esordio, la squadra viene in gran parte confermata, con suo fratello Gregorio ancora in cabina di regia ad occuparsi di mixing e mastering, Marco Parimbelli confermato alle chitarre, alle percussioni e alle seconde voci, ed un paio di nuovi innesti come Giuseppe Fanciullo (pianoforte) e Roberto Frassini Moneta (contrabbasso).
Il risultato è un disco che, come il precedente, affonda le proprie radici nel sound anglosassone della tradizione, in quello che in gergo chiamiamo “Roots” e “Americana”, ma che viene declinato in chiave maggiormente Folk (il titolo parla chiaro, del resto), chitarre elettriche ridotte quasi a zero e niente batteria, a favore di canzoni dove a risaltare è la melodia portante, l'anima intrinseca a dispetto di qualunque orpello o effetto pirotecnico.
Suono scarno, essenziale, e allo stesso tempo pieno e potente, a dimostrazione che le buone canzoni sono fatte di poche e semplici idee, non devono per forza essere innovative, e se sono mosse da una qualche urgenza, possono anche prescindere dal vestito che si vuole loro mettere addosso.
E di urgenza, qui, ce n'è parecchia, a cominciare da una prova vocale intensa e tirata, un timbro spesso sporco, a tratti sguaiato, e sempre altamente comunicativo, l'ideale per raccontare una vita fatta di concreta positività, luoghi e amicizie: non è un caso che i primi brani parlino proprio di questo, con l'acustica e divertita “Casa-mente-corpo” che fa l'inventario degli oggetti più disparati che si possono trovare a casa sua, oggetti che, al contrario di quelli evocati da Gozzano un secolo fa, hanno il potere di mettere pace, di farci sentire voluti bene. E poi “Quotidianità”, che inaugura la formula della ballad e che appare intrisa di solidità, di tensione ad un ideale che sembra tutt'altro che irraggiungibile.
Ci sono anche le grandi vicende del mondo, come “Rock n Roll della fragilità e dell'appartenenza” (uno degli episodi più datati, da tempo presente nei concerti) dedicato alla tragedia del Bataclan e che col suo ritmo sghembo e incalzante contrasta con la drammaticità che vuole in realtà esprimere.
“Ottobre” e “La più bella imperfezione” mostrano il lato più malinconico della scrittura di Andrea, quello da cantautore vero, e sono due grandi pezzi, il primo impreziosito dal contrabbasso, il secondo interamente pianistico, canzone d'amore sulla scia della gaberiana “Chiedo scusa se parlo di Maria”, che mostra come la presenza dell'altro, in fondo, possa riuscire a dare un'ipotesi di risposta a tutta la drammaticità delle presenti circostanze storiche.
C’è spazio anche per un’efficace rilettura di “First Day of My Life” dei Bright Eyes, che diventa “Il primo giorno della mia vita” e che era già stata inclusa in Waste of Paint, il tributo tutto italiano alla band di Conor Oberst, uscito a febbraio.
Menzione speciale poi per “Era un giorno di pioggia”, che oltre al titolo che evoca il classico dei Modena City Ramblers, è una grande traccia di Folk irlandese, che esplode in un ritornello di dominato da percussioni esagitate, e che racconta una storia d'amore sullo sfondo di quella voglia di cambiare il mondo tipica della controcultura degli anni Settanta, di cui vengono brillantemente rievocate le suggestioni.
Un gran ritorno, questo di Jim Mannez, un'ulteriore occasione per dirci che la musica italiana che vale la pena di essere ascoltata non si trova per forza di cose dalle parti di ciò che viene considerato mainstream.
Come dicevo recensendo il disco precedente: ce ne accorgeremo anche in tre, ma saremo contenti di averlo fatto.
