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REVIEWSLE RECENSIONI
03/08/2020
Taylor Swift
Folklore
Taylor Swift si lascia alle spalle il Pop degli ultimi album e con “Folklore” sceglie la strada meno scontata. Il risultato è il lavoro più personale e profondo della sua carriera.

Taylor Swift è una macchina da guerra. Mentre gli Stati Uniti sono alle prese con una pandemia che sembra fuori controllo e molti suoi colleghi rimandano dischi e tournée a data da destinarsi, lei ancora una volta va controcorrente e spariglia le carte, pubblicando a sorpresa il suo ottavo album, Folklore, a meno di un anno di distanza dal precedente Lover.

Come se non bastasse, Swift è pure riuscita, con tutte le difficoltà del caso dovute alle rigorose normative vigenti, a dirigere in prima persona il video che ha lanciato il disco, coinvolgendo un direttore della fotografia del calibro di Rodrigo Prieto (Martin Scorsese, Ang Lee, Alejandro González Iñárritu, Spike Lee), ideare una variegata serie di edizioni da collezione dell’album (cd, vinile e musicassetta, disponibili solo sul suo store ufficiale, lasciando così Amazon a bocca asciutta), e progettare i più svariati articoli di merchandising dove, tra t-shirt, felpe, borracce, portachiavi e cover per il cellulare, spicca – ciliegina sulla torta – proprio quel maglione che lei indossa nelle ultime inquadrature di “Cardigan” e che è centrale nello storytelling dell’intero disco, dal momento che è menzionato sia in “August” sia in “Betty”, le quali, assieme appunto a “Cardigan”, raccontano lo stesso triangolo amoroso visto da tre diversi punti di vista (e altrettanti momenti della vita dei protagonisti).

Ma siccome a Taylor non piace solo vincere ma anche – giustamente – stravincere, il cardigan in questione (49$ più le spese di spedizione) è stato fatto recapitare a Stine Dessner, come testimonia un recente scatto apparso sul profilo Instagram del marito Aaron, mentre posa di fronte allo studio nella Hudson Valley, poco fuori New York, celebre per essere stato immortalato sulla copertina di Sleep Well Beast dei The National e dove il musicista ha lavorato al disco. Una fotografia apparentemente innocua, ma che in realtà è estremamente simbolica: con una sola mossa Taylor Swift è ora diventata anche la reginetta dell’Indie à la Pitchfork, costringendo un’intera comunità, che prima l’aveva trattata con sufficienza, a rendersi conto del suo talento, permettendo inoltre a chi in quel mondo la stava invece apprezzando da anni, a poter finalmente uscire allo scoperto, senza doversi giustificare con la formula del “guilty pleasure”.

Che dire, in un certo senso la recensione potrebbe finire anche qui, perché con l’operazione Folklore Taylor Swift ancora una volta ha superato i suoi diretti concorrenti (e stiamo parlando di artisti del calibro di Dua Lipa, Drake, Post Malone e Ariana Grande, che da anni stanno dominando il mondo del Pop con numeri da capogiro). Ma per fortuna c’è anche la musica e qui ci troviamo di fronte a qualcosa di difficilmente attaccabile, dal momento che l’album è di altissimo livello, quasi eccellente – e saranno solo il tempo e il suo portato a dircelo –, con una scrittura di un’impeccabilità e una classe difficili da non riconoscere, proprie solamente un’artista di prima grandezza.

Come raccontato a «Rolling Stone», all’inizio di marzo, poco prima dello scoppio della pandemia, Aaron Dessner dei The National era riuscito a tornare negli Stati Uniti da Parigi, dove trascorre parte dell’anno con la famiglia, con l’obiettivo di rinchiudersi nel Sonic Ranch Studio di Tornillo, in Texas, per lavorare assieme a Justin Vernon dei Bon Iver al nuovo album dei Big Red Machine. Il COVID-19, però, ci ha messo lo zampino, così Dessner si è spostato a New York per trascorrere il lockdown, ormai rassegnato a mesi di vita casalinga, tra i compiti dei figli da una parte e la scrittura di nuova musica dall’altra. Poi, il 27 aprile, la chiamata di Taylor Swift. Da tempo fan dei The National, durante una chiacchierata al recente concerto della band a Brooklyn, Taylor ha trovato nei fratelli Dessner e nel loro collaboratore Ragnar Kjartansson dei veri e propri ammiratori del suo capolavoro Pop 1989, per cui le è sembrato naturale chiedere ad Aaron se avesse del materiale da farle ascoltare. Sulle prime Dessner, che aveva già molta musica pronta, di taglio prevalentemente sperimentale, ma non aveva mai collaborato con una superstar in cima alle classifiche, era dubbioso sui risultati della collaborazione. Ma quando ha sentito quello che Swift è stata in grado di fare in poche ore sviluppando un suo brano, si è scrollato di dosso ogni sorta di dubbio: «è stato come se un fulmine avesse appena colpito la mia casa».

Lavorando con la massima segretezza e alla velocità della luce – a “Cardigan” sono seguiti “Seven” e poi “Peace”, che hanno fatto da bussola alla lavorazione dell’intero disco – Folklore ha iniziato a prendere forma, anche grazie al contributo di Jack Antonoff (Lorde, St. Vincent, Lana Del Rey, The Chicks), stabilmente al fianco di Taylor dai tempi di 1989, che ha scritto e prodotto con lei cinque delle 16 canzoni del disco.

E se il lavoro di Antonoff in un certo senso sviluppa ulteriormente alcune delle intuizioni già presenti in Reputation e Lover, come dimostrano l’eterea “This Is Me Trying”, il Dream Pop di “Mirrorball” e “August”, in bilico tra Mazzy Star e Julee Cruise, oppure quello più introspettivo e venato di soffice Elettronica à la Imogen Heap di “Illicit Affairs” (con la quale Taylor ha collaborato in 1989), quello di Aaron Dessner negli altri 11 brani del disco porta ancora più in profondità – senza snaturarla e anzi, rendendola sempre riconoscibile – la visione di Swift, dando alla sua musica un tono scarno e minimale e dei colori mai così scuri e autunnali, come era successo solo in “Safe & Sound”, il pezzo che Taylor ha inciso con i The Civil Wars per la colonna sonora di Hunger Games curata da T-Bone Burnett.

Pur avendo lavorato in completa solitudine, Dessner non ha potuto però fare a meno di coinvolgere i suoi più fedeli collaboratori, come Thomas Bartlett (aka Doveman), Bryan Devendorf (The National, LNZNDRF), Josh Kaufman (Bonny Light Horseman, Muzz), Ben Lanz (Beirut, LNZNDRF), Rob Moose (yMusic) e James McAlister (che ha collaborato con Sufjan Stevens e Bryce Dessner in Planetarium). E fa una certa impressione sapere che molte di queste persone hanno lavorato sia al monumentale tributo ai Grateful Dead Day of the Dead sia all’album solista di Bob Weir Blue Mountain. O forse no, perché, al di là delle etichette e dei rispettivi background, sia Folklore sia gran parte del lavoro della band di San Rafael hanno in comune due cose: l’arte del raccontare e la capacità di inserirsi – innovandolo – nel sentiero della musica Folk americana.

Eh, già, perché tra ballate sperimentali (“Cardigan”), pezzi Folk nostalgici (“Seven”), tributi più o meno palesi a Joni Mitchell (“Peace”, con una linea di sintetizzatore “rubata” a Justin Vernon) e Bob Dylan (“Betty”, con un’armonica sguaiata che sembra uscita da The Freewheelin’ Bob Dylan), e strani incontri tra Kate Bush e Peter Gabriel (“Epiphany”), Folklore è prima di tutto una grande prova di storytelling, come dimostra “The Last Great American Dynasty”, un ritratto à la Francis Scott Fitzgerald dell’ereditiera e filantropa Rebekah Harkness, sposata con un erede della Standard Oil e della quale Swift ha acquistato la casa nel Rhode Island. Una canzone immaginifica, che sembra un racconto in miniatura, piena com’è di riferimenti alla storia e alla cultura americana, e suggellata da un verso come «Have a marvelous time ruining everything» che vale un’intera carriera. Ma c’è anche il triangolo amoroso raccontato in “Cardigan”, “August” e “Betty”, visto, come già detto, da tre angolazioni e tre epoche diverse; stesso espediente narrativo usato anche in “The 1” e “Peace” oppure “Invisible String” e “The Lakes”, dove la vicenda è la stessa ma lo sguardo cambia, costringendo Swift – che in passato raramente si è discostata dal parlare del suo argomento preferito: sé stessa – a scrivere in terza persona e a empatizzare maggiormente con i vari personaggi.

A conti fatti, però, forse il vero capolavoro di tutto il disco, dal punto di vista della scrittura e dell’interpretazione, è senza dubbio “Exile”, il duetto tra Taylor Swift e Justin Vernon dei Bon Iver: un appassionato dialogo tra due ex amanti dove ognuno ha spazio per raccontare la propria versione della storia. Qui Vernon utilizza il suo registro più basso, senza nessun effetto vocale, lanciandosi in un’interpretazione che da un lato ricorda il miglior Chris Martin e dall’altra l’irraggiungibile Peter Gabriel, toccando picchi di emotività raramente raggiunti. L’intervento di Taylor, poi, è perfetto, drammatico al punto giusto, e non è difficile pensare alla canzone come a una versione aggiornata di un classico come “Don’t Give Up” di Peter Gabriel e Kate Bush.

Per anni ci si è interrogati su come sarebbe stato un album Indie registrato da Taylor Swift. Un esercizio accademico a cui qualche anno fa ha provato a rispondere Ryan Adams, registrando 1989 come fosse un album dei Replacements. In genere, però, questo tipo di cose rimangono una fantasia, che ben poche star del Pop hanno voglia di assecondare. Taylor Swift, invece, ha accettato la sfida, mettendosi in gioco e reinventandosi per la terza volta in poco meno di dieci anni. Nel 2012, con Red (forse il suo capolavoro), si è lasciata alle spalle il Country delle origini, abbracciando, due anni più tardi, il Pop da classifica con 1989. Dopo un album oscuro e sibillino come Reputation (accolto con freddezza, ma oggi già ampiamente rivalutato) e uno più solare e ottimista come Lover, Swift con Folklore ci consegna l’album più personale e profondo della sua carriera, scegliendo la strada meno scontata. E, ancora una volta, dimostrando di essere la più brava di tutti.


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