Tyler Perry è nato in Rhode Island e ha ereditato la passione per la musica dai genitori, soprattutto dalla madre, insegnante. Si forma da autodidatta, scaricando migliaia di dischi dalla rete ed esibendosi in qualunque locale possibile e immaginabile. Studia al prestigioso Berklee College of Music di Boston ma viene presto espulso per scarsa frequenza.
Nel frattempo arriva la pandemia e lui si ritrova a vivere nel seminterrato della casa della madre, costretto a lavori saltuari e a qualche live sporadico, nel momento in cui le misure restrittive si allentano. La svolta arriva quando decide di accettare un'offerta di lavoro che avrebbe però comportato il trasferimento a Los Angeles. Sull'altra costa inizia presto ad esibirsi nelle varie serate open mic di cui una città del genere non è certo avara, finché non incontra Jonathan Rado, che dopo la fine dell'avventura Foxygen (forse alcuni di voi non se lo ricordano, ma una decina di anni fa avevano fatto parecchio rumore) si è convertito in produttore di successo (Weyes Blood, Lemon Twigs e Myley Cyrus alcuni dei nomi con cui ha lavorato). Rado si innamora dei brani di Tyler e pare che gli abbia detto: “Facciamo un disco, ora!” senza troppi giri di parole.
La dimostrazione che, nell'epoca dei social e dei like come unico metro per misurare la qualità artistica di una proposta, esistono ancora storie di successo vecchio stile, che ci fanno capire come il talento sia ancora il requisito principale alla base di qualunque velleità di carriera.
Il soprannome “Ballgame” lo aveva già adottato in precedenza, prendendolo da Ted Williams, famoso giocatore dei Red Sox alla fine degli anni '40, che si faceva chiamare proprio Tyler Ballgame.
Prodotto da Rado assieme a Ryan Pollie, For the First Time, Again è un tripudio di soluzioni retro e melodie che affondano le radici negli anni '60, da Roy Orbison ai Beach Boys, passando per Randy Newman e Harry Nilsson, nomi che sono stati fatti pressoché da ogni recensore.
Il passato viene saccheggiato con spudoratezza ma anche con tanta maestria, perché le linee vocali imbastite dal ragazzo suonano certamente già sentite, ma hanno un che di “eterno” e di enormemente definitivo, che ce le rende in qualche modo imprescindibili.
Detto in altri termini: Tyler è un songwriter eccezionale e questi dodici brani sono autentici gioielli di Indie Pop cantautorale come raramente (o quasi mai) se ne trovano. Siamo dalle parti dei Lemon Twigs, per capirci: riferimenti datati, forma ultra consolidata ma qualità altissima del risultato finale.
Interessante è la scelta dei produttori di non sovraccaricare eccessivamente i brani e di mantenere scarna la veste sonora, un'impronta spesso grezza, col risultato di far risaltare ancora di più le melodie portanti, evitando così un effetto di eccessiva ridondanza o sentimentalismo, piuttosto naturale con canzoni di questo tipo, dove il confine tra eleganza e pacchianeria è sempre dietro l'angolo.
Il risultato è un lavoro di grande equilibrio, sostenuto da una vocalità espressiva e a tratti potente, e da una grande prova d'insieme da parte della band (oltre a Rado e a Nilsson ci sono anche Amy Aileen Wood alla batteria, che ha suonato con Fiona Apple, e Wayne Whitaker al basso).
Per quanto riguarda i singoli episodi, sarebbero tutti da menzionare, ma l'apertura in punta di piedi della title track, con un giro all'acustica un po' a la “Knocking on Heaven's Door” ed un bel ritornello liberatorio, oppure il languore sixties della successiva “I Believe in Love” basterebbero da soli a dichiarare vinta la partita.
Da sottolineare anche “You're Not My Baby Tonight”, ballata intensa, intrisa di romanticismo, con accompagnamento di piano e batteria leggera, o ancora gli echi di Van Morrison su “Sing How I Feel” o, all'opposto, una “Matter of Taste” che trasuda Glam, tra il Bowie di Ziggy Stardust ed il Marc Bolan di Electric Warrior.
“Got a New Car” presenta splendide svisate melodiche a la Tim Buckley, mentre in “Ooh” compare una buona dose di psichedelia beatlesiana.
È comunque sulle ballate che riesce a dare il meglio di sé: sia “Deepest Blue” sia “Goodbye My Love” parlano con disinvoltura il linguaggio dell'instant classic.
Un esordio indimenticabile.

