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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
17/01/2026
In ricordo di Bob Weir
Forever grateful. Un tributo a Bob Weir (1947–2026)
Mentre nella sua San Francisco questo fine settimana sono in programma diversi eventi per ricordarlo, tentiamo di tracciare un profilo di Bob Weir, il custode della fiamma dei Grateful Dead.

Quando Bob Weir se n’è andato, il 10 gennaio, non è morto soltanto uno dei fondatori dei Grateful Dead. Si è spento uno degli ultimi grandi testimoni di un’idea di America che passa attraverso la musica come esperienza collettiva e rito comunitario. Weir è stato per oltre sessant’anni una presenza costante, discreta ma indispensabile, capace di attraversare la controcultura, l’industria discografica, il mito e la memoria americani, fino a trasformarsi (soprattutto nell’ultimo decennio) in una figura di statura quasi epica, un faro culturale paragonabile a Bob Dylan.

Per i primi trent’anni della sua carriera, Bob Weir è stato percepito soprattutto come il “partner” di Jerry Garcia. Una definizione riduttiva, ma non del tutto infondata se calata nel contesto dei Grateful Dead. Garcia era il centro gravitazionale, il solista carismatico, il catalizzatore spirituale. Weir, più giovane, atletico e solare, sembrava il fratello minore: quello che portava sul palco l’energia fisica, il gusto per il rock’n’roll più terreno, la dimensione del divertimento.

 

Eppure, fin dagli inizi, il suo ruolo è stato molto più complesso. Quando, sedicenne, incontrò Garcia in un negozio di strumenti di Palo Alto la notte di Capodanno del 1963, nacque una delle più fertili alleanze della storia della musica americana. I due impararono subito a “lasciarsi spazio”: Garcia al centro, Weir di lato, ma sempre in dialogo. La sua chitarra, spesso etichettata come “ritmica”, in realtà era tutt’altro: un intreccio di accordi spezzati, sincopi, controtempi, ispirati più al pianismo jazz di McCoy Tyner che al rock tradizionale. Quell’interplay libero ed elastico fu uno dei segreti del suono dei Grateful Dead. Weir non accompagnava: commentava, punzecchiava, apriva varchi. Era la struttura che permetteva a Garcia di volare.

Anche come autore, Weir ha incarnato una sensibilità diversa da quella del compagno. Se Garcia e Robert Hunter cercavano spesso la trascendenza e l’epica visionaria, Weir (soprattutto con il paroliere e amico John Perry Barlow) raccontava il piacere di stare al mondo. “Sugar Magnolia”, “One More Saturday Night”, “The Music Never Stopped”, “Playing in the Band”: sono canzoni che celebrano il movimento, il corpo, la festa, il tempo presente. Non era poesia mistica, ma saggezza terrena. Eppure, brani come “Cassidy” o “Estimated Prophet” mostrano una grazia sottile, una profondità che cresce con il tempo. Weir non cercava l’illuminazione improvvisa, ma la comprensione lenta, conquistata miglio dopo miglio, concerto dopo concerto.

Per molti anni questo lo ha relegato al ruolo di eterno comprimario. La sua disponibilità ad abbracciare le mode e il conseguente cattivo gusto – dagli eccessi patinati degli anni Settanta al synth-pop fuori tempo massimo dei primi Ottanta – lo rendeva simpatico ma poco “sacro”. Weir cambiava con i tempi, mentre Garcia rimaneva immobile al centro del mito.

 

La morte di Jerry Garcia, nel 1995, ha segnato uno spartiacque. Per Weir, come per tutti i membri dei Dead, fu una perdita umana e artistica devastante. Ma fu anche l’inizio di un percorso nuovo. Nei decenni successivi, Weir è diventato il punto fermo di ogni reincarnazione del gruppo: The Other Ones, The Dead, Furthur, Dead & Company. Non come leader assoluto, ma come garante dello spirito originario.

Ci è voluto tempo prima che la sua figura acquisisse una vera aura di autorevolezza. Negli anni Novanta e Duemila, Weir sembrava ancora in cerca di una forma definitiva, diviso tra progetti collaterali e reunion più o meno convincenti. La svolta è arrivata lentamente, quasi impercettibilmente, nel corso degli anni Dieci, che hanno visto Bob Weir protagonista anche di una trasformazione fisica. I capelli grigi che terminavano in basette e baffi ottocenteschi, la postura da vecchio saggio del West, il cappello e il poncho da cowboy, la voce meno agile ma più carica di senso: Weir sembrava uscito da una canzone di Workingman’s Dead. Non interpretava più il passato: lo incarnava.

 

Il ritorno d’attenzione sui Grateful Dead (complice la serie di concerti per il cinquantesimo anniversario nel 2015 e il tributo Day of the Dead curato dai The National l’anno successivo) ha fatto da cornice a questa metamorfosi. Con i Dead & Company, la band fondata insieme a Mickey Hart, Bill Kreutzmann e John Mayer, Weir ha progressivamente occupato lo spazio lasciato da Garcia. Non imitandolo, ma assorbendone il peso simbolico.

Guardarlo sul palco, negli ultimi tour e soprattutto nelle monumentali residency al The Sphere di Las Vegas, significava assistere a qualcosa di raro: un musicista che diventa memoria vivente. Weir non era più soltanto un performer, ma un narratore di lungo corso, un uomo che teneva insieme sessant’anni di musica americana, dal folk al blues, dal country psichedelico alla jam culture.

In questo senso, il paragone con Bob Dylan non è azzardato. Come Dylan, Weir ha attraversato epoche e linguaggi senza mai cristallizzarsi. Non ha mai cercato l’approvazione universale, ma ha costruito una continuità profonda. Entrambi sono diventati, con il tempo, più grandi delle loro canzoni: simboli di un’idea di libertà artistica, di resistenza al consumo rapido, di fedeltà a una visione.

Weir è stato il custode di una tradizione orale e collettiva. I Grateful Dead non erano una band nel senso più classico del termine, ma una comunità in movimento, un esperimento sociale prima ancora che musicale. Dopo la scomparsa di Garcia e, più recentemente, degli altri compagni di strada (John Perry Barlow nel 2018, Robert Hunter nel 2019, Phil Lesh nel 2024), Weir aveva assunto il compito di portare avanti quella fiamma – non per nostalgia, ma per trasmissione. Un’idea apparentemente folle, eppure coerente: Weir credeva che quel repertorio, quel modo di suonare e di stare insieme, potesse sopravvivere alle singole vite.

 

Negli ultimi mesi, segnati dalla malattia, Bob Weir ha continuato a salire sul palco. I concerti per il sessantesimo anniversario dei Grateful Dead al Golden Gate Park di San Francisco (1-3 agosto 2025), affrontati con una forza quasi ostinata, non sono sembrati un addio, ma un dono. L’ennesima dimostrazione di una filosofia semplice e radicale: andare avanti, finché è possibile. Oggi, ripensando alla sua traiettoria, è chiaro che Bob Weir non è stato solo “l’altro chitarrista” dei Grateful Dead. È stato il filo che unisce Neal Cassady a John Mayer, la Beat Generation alla contemporaneità, il mito della frontiera alla tecnologia immersiva del The Sphere. Un uomo capace di danzare ai margini del centro, finché quel centro non è diventato suo.

A conti fatti, non c’è un finale vero e proprio a questa storia. Il sipario non si è chiuso, al massimo c’è stato un ultimo inchino. Ma la musica non si è fermata e Bob Weir, in qualche modo, continuerà a camminare accanto a noi.