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REVIEWSLE RECENSIONI
19/10/2020
Francesco Bianconi
Forever
Oggi Francesco ci riprova. Accantonata (si spera) momentaneamente la sua band madre, con il memorabile concerto alle OGR di Torino ormai due anni fa, dove per l’occasione avevano rimesso a lucido ed eseguito per intero il loro capolavoro “Amen”, è ora il momento di provarci da solista...

Ai tempi di “Fantasma” mi ero espresso parecchio duramente sulle velleità cantautorali di Francesco Bianconi. Il tentativo, iniziato almeno da “I mistici dell'Occidente”, di fornire al sound dei Baustelle una patina più “adulta”, inserendo orchestrazioni e guardando smaccatamente a De André nelle soluzioni di scrittura, era sfociato in un disco lungo, pesante e pretestuoso, che aveva anche i suoi bei momenti ma che non riusciva a dissipare l'idea che si fosse voluto fare il passo più lungo della gamba. 

Sarà forse per questo che i due successivi volumi de “L'amore e la violenza” avessero in gran parte riportato la band sulle atmosfere Pop sfacciate e decadenti che ne avevano contraddistinto gli esordi. 

Oggi Francesco ci riprova. Accantonata (si spera) momentaneamente la sua band madre, con il memorabile concerto alle OGR di Torino ormai due anni fa, dove per l’occasione avevano rimesso a lucido ed eseguito per intero il loro capolavoro “Amen”, è ora il momento di provarci da solista, seguendo così i passi dell'altra voce Rachele Bastreghi, che quel passo l'aveva già fatto diversi anni prima (con buoni risultati ma senza poi troppo riscontro di pubblico, mi pare). 

“Forever” sarebbe dovuto uscire ad aprile ma il Covid lo ha costretto ad una pausa forzata come accaduto a diversi altri lavori nel corso di quest’anno. L'attesa è stata ripagata perché possiamo dire che a questo giro l'artista toscano abbia fatto centro. L'impressione è proprio quella di una maturità a lungo agognata e finalmente raggiunta, sfociata in un disco che riesce ad unire alla perfezione la componente “colta” con quella Pop, rimanendo profondo e accessibile allo stesso tempo. Per inciso, è risultato quello che “Fantasma” non era riuscito ad essere (so benissimo che i due lavori non dovrebbero essere paragonati visto che gli autori non sono propriamente gli stessi ma è anche abbastanza difficile non farlo), visto che all'altezza di linguaggio sacrificava spesso la spontaneità. 

Il primo dato che balza all'occhio è la dimensione internazionale, spesso sottovalutata o del tutto tralasciata quando si tratta di un prodotto del nostro paese. Francesco è andato a registrare a Bath, in quei celebri Real World Studios messi in piedi da Peter Gabriel e si è scelto un produttore come Amedeo Pace (Blonde Readhead) che è uno di quei pochi artisti nostrani molto più conosciuto all'estero che in patria. Da ultimo, una serie di ospiti di livello, che vanno dal Balanescu Quartet per quanto riguarda le orchestrazioni, Thomas Bartlett al pianoforte su una buona metà dei pezzi (dell'altra metà se n'è invece occupato Michele Fedrigotti) e quattro voci diverse per altrettanti duetti: parliamo di Rufus Wainwright, Kazu Makino, Eleonor Friedberger e Hindi Zahra; senza che peraltro la loro presenza si sia limitata ad una mera ospitata, visto che ognuno di essi ha plasmato radicalmente con la sua personalità il brano a cui ha lavorato. 

Il resto è tutto nella voce di Francesco e in una scrittura di livello altissimo (in questo è stato importante il contributo sia di Amedeo Pace che dei due pianisti, Trabace e Fedrigotti, che hanno contribuito attivamente, soprattutto il secondo, alla stesura dei brani) Sulla voce, lasciatemelo dire, siamo al limite del paranormale. Personalmente ho iniziato a vedere i Baustelle dal vivo quando erano già in una fase avanzata della loro carriera ma gli amici che c’erano sin dagli inizi mi hanno sempre raccontato cose terribili sulla sua resa live (e del resto neppure su disco aveva mai convinto troppo, è evidente che la bellezza dei loro primi album non sta nelle capacità del loro cantante). 

Di conseguenza, è pressoché impossibile capire come sia arrivato alla pulizia di timbro, al controllo e all’espressività di oggi. Guardatelo nel format “Storie inventate”, disponibile su YouTube, dove in compagnia di Angelo Trabace rilegge un repertorio che va da Battiato a Baby K, riuscendo ogni volta a dare nuova vita a ciascuno degli otto brani scelti. Qualche settimana fa mi è capitato di vederlo dal vivo a Scandiano, dove ha eseguito “Magic Shop” e “Ti ricordi quei giorni” ospite di Vasco Brondi e sono rimasto decisamente impressionato. 

Quello che c’è su questo disco è semplicemente il prodotto di questa crescita, che a ben guardare è stata graduale, va avanti da diverso tempo, anche se forse nessuno si aspettava questo punto di arrivo. 

Sulla scrittura, stesso discorso: prendete “L'abisso”, secondo singolo estratto e giudicate voi. Personalmente a me sono bastati i primi versi: “L'inverno fu tremendo, nevicò fino a febbraio, l’ulivo centenario si gelò. Durante la lezione di ginnastica un mattino, il cuore di Giovanni si fermò. Morì mentre noi altri fumavamo nel cortile, lasciò la terra come un Dio del rock”. Qui dentro c’è tutto: potenza evocativa, suggestione letteraria, una disinvoltura nel mettersi a nudo e nello scavare le profondità dell'esistenza, guardando in faccia quel lato oscuro che non va d'accordo con l'immagine pubblica di un artista ma senza il quale egli non sarebbe mai del tutto vero. Tutto questo attraverso un richiamo esplicito ma ingenuo allo spettro di De André ed una costruzione magistrale delle orchestrazioni, con il quartetto Balanescu in totale simbiosi con l'andamento della voce. 

Mi sono dilungato su questa traccia perché è la prova più imponente della nuova statura di Bianconi come autore ed interprete ma il resto non è da meno. Si tratta di un lavoro che, nonostante l'assenza di strumenti tradizionali, l'affidarsi solo ad archi e pianoforte, unitamente ad una certa indulgenza nelle atmosfere cupe, non risulta né monocorde né in bianco e nero ma, al contrario, vario e inaspettatamente colorato. 

Così non ci si sorprenda di trovare accanto ad un brano piacevole ma un po’ troppo didascalico come “Il bene”, l'inquieto minimalismo di “Zuma Beach”, oppure episodi come “Go” e “Faika Llil Wnar”, costruite letteralmente sulle voci degli ospiti (rispettivamente Kazu Makino dei Blonde Readhead e Hindi Zahara), meno attente alla forma canzone e più all'aspetto prettamente musicale, con Francesco stesso che si mette in secondo piano lasciando al suo interlocutore tutto lo spazio per esprimersi. 

Altrove invece vince la formula del duetto canonico, come accade in “Andante”, tra i brani meno memorabili (nonostante lo abbia scritto assieme ad Enrico Gabrielli) ma dove Rufus Wainwright fa veramente un bel lavoro, sorprendendo oltretutto con un italiano praticamente perfetto, dovuto di sicuro ai suoi numerosi trascorsi operistici. 

Poi c’è tutto un lato dove il Pop dei Baustelle trova la strada per emergere, ammantandosi di solennità ma allo stesso tempo contribuendo a creare alcuni degli episodi più belli e funzionali al contesto del disco, dove sono soprattutto le melodie vocali a spiccare: “Certi uomini” ne è un esempio lampante ma la stessa cosa si può dire di “Assassinio dilettante”, che aggiunge un tocco di inaspettata solarità agli umori crespuscolari dell'insieme. Anche “The Strength” con il contributo di Eleonor Friedberger, rientra in questa categoria e sembra pagare il tributo a quel Folk anglosassone che costituisce un’influenza innegabile del disco, seppure non venga fuori quasi mai esplicitamente. 

La title track, posta in chiusura, è invece una strumentale dall'impronta cinematografica che ci accomiata dall'ascolto in maniera un po’ superflua ma a questo punto glielo possiamo anche perdonare. 

“Io vivo perché ho voglia di morire” canta in “Certi uomini”. La vita e la morte, l'annullamento di sé e la rinascita, sono ancora temi presenti ma rispetto ai tempi dei Baustelle qui c’è una narrativa più semplice e meno costruita. A quasi cinquant’anni Francesco Bianconi si è ritrovato ancora una volta e noi non possiamo che essergli grati. 


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