Un’icona, una leggenda, una pagina di storia. Settantacinque anni, figlia prediletta di Detroit, Suzi Quatro è stata precorritrice del rock al femminile (a quattordici anni era leader delle Pleasure Seekers), ha rilasciato ben sedici album in studio, tra cui il leggendario omonimo esordio del 1973 (quello di Can The Can, per intenderci), ha dato vita a svariate collaborazioni (la più nota quella con i Bronski Beat per la rilettura di Heroes di David Bowie) e, ciliegina sulla torta, è entrata nell’immaginario musicale italiano, prendendo parte ad alcuni episodi della celebrata serie Happy Days, nel ruolo della conturbante Leather Tuscadero.
Sebbene la sua stella si sia un po’ offuscata dopo il successo degli anni ’70, la Quatro ha continuato la sua carriera di cantante e bassista, mantenendo salda la barra di un rock’n’roll primordiale, intriso di whisky e di umori blues, dimostrando come, anche in questo ultimo album, la sua passione arda più intensamente che mai.
Freedom è il terzo disco scritto in collaborazione con suo figlio, L.R. Turkey, e contiene liriche per certi versi autobiografiche: lo sguardo rivolto al proprio passato, alla propria storia, ai successi e ai momenti difficili, all’orgoglio di essere ciò che è diventata, come donna e come rockstar (“I Can’t Be Nobody Else but me, Life Is Too Short, So Choose Yourself”, dalla ballata "Choose Yourself"). Una Suzi Quatro che si tiene lontana dai compromessi, quindi, libera da condizionamenti, consapevole di tutti i suoi difetti, diretta e fiera di ciò che fa. E che continua a fare benissimo.
Quando parte la title track si capisce subito il perché in questa ragazza di settantacinque anni il cuore continua a battere fortissimo dalla parte del rock’n’roll: "Freedom" è un brano travolgente, sprigiona un groove blues rock trainato dalla voce roca tipica della Quatro, le linee di basso sono metalliche e accattivanti, le armoniche graffianti e il ritmo del rullante invita le gambe ad abbandonarsi all’euforia.
Non è da meno "Little Miss Lovely" che, con quel ritmo tenuto dal campanaccio, si addentra nel territorio dell'hard rock/punk con chitarre grintose e un ritornello graffiante e arrochito da una voce che è un marchio di fabbrica.
La già citata "Choose Yourself" rallenta il passo in favore di una riflessione motivazionale, il mood è vagamente southern grazie alla chitarra slide, il ritornello è una meraviglia melodica, strapazzata, però, da un incisivo assolo di chitarra.
Con "Goin' Down" si ritorna al rock blues più ruvido, le chitarre sono acide e graffianti, le linee di basso funky, la voce della Quatro profonda e cupa, e tutto intorno si materializza l’asfalto di Detroit, i fumi delle ciminiere e un cielo del colore dell’acciaio. Detroit resta una sorta di fill rouge non dichiarato dell’album, la città dove tutto è iniziato, la città degli MC5 e di Alice Cooper. La band di Wayne Kramer fa capolino in alcuni dei brani più travolgenti della scaletta: l’incalzante "Hanging Over Me", una tirata per chitarre in acido e pianoforte honky tonk e "Shakedown", che scappa veloce su un riff vorticoso e un assolo di wah wah che fa girar la testa. Non poteva, a questo punto, mancare la Canzone: "Kick Out The Jams", la leggenda degli MC5 e una delle canzoni più importanti (e censurate) della storia, qui riletta insieme al fratellone Alice Cooper, con un piglio e una grinta che, a differenza di tante altre cover, non sfigurano rispetto all’originale.
E potremmo fermarci qui, se non ci fossero da citare anche "Can’t Let It Go", un brano esplosivo, tra le cui sciabolate slide si erge minacciosa e potente la voce della bassista, e "Take It Or Leave It", un rullo compressore che calpesta tutto ciò che incontra, incorporando inquietanti lick blues e uno sfrontato call and response, che lo rendono uno dei migliori brani del disco.
Freedom è una goduria, un incontro scontro tra rock’n’roll e blues che promette (e mantiene) scintille fin dalle prime note, grazie a un’indomita musicista che ancora arde di passione per il suo lavoro, la sua città e una musica che, grazie anche a lei, continua a essere senza tempo. Peccato che saranno in pochi ad accorgersene: le manca il suffisso indie e quell’hype social che sembrano essere gli unici motivi di interesse da parte dei giornaloni specializzati. Se, però, amate il rock sanguigno e senza fronzoli, quello suonato bene mente il sudore sgocciola dalla fronte, fate un giro da queste parti. Altro che Angine De Poitrine!
